Tra il dire e il fare

Thursday, 27 June 2019 @ 11:00

Leggi il profilo di: gricio

L’idea gli venne una sera mentre vagava per la città senza meta (Già, da sempre avrei voluto avere una meta).

Sì, era proprio una buona idea: avrebbe scritto un romanzo di fantascienza (Bè, ad essere sincero ci credevo molto più allora di adesso)

Lo torturava la mancanza di qualcosa di diverso dall’eterna monotonia dei suoi giorni: le solite, quanto, peraltro, naturali azioni di sempre come nutrirsi, accoppiarsi (quando c’era l’occasione), dormire, insomma, tutto l’insieme delle attività quotidiane che lui definiva un normale “agitarsi”, ma che in fondo non gli davano nessun nuovo stimolo.

Aveva cercato di distrarsi con lo sport (mi accorsi ben presto di essere un fallimento in qualsiasi disciplina), con l’arte (meglio non parlarne, visti i risultati) e con i viaggi (bella roba, in ogni pianeta era come sfogliare le pagine di un libro che conosci a memoria….) ma aveva sempre trascurato, chissà perché, la letteratura.

Così fu sorpreso di sé quando quella sera in città gli venne in mente l’idea che poteva anche cimentarsi nella stesura di un romanzo. Doveva però decidere quale “filone” seguire. Subito scartò la storia, per l’evidente motivo che una razza immortale non ha storia; lo stesso valeva per la cronaca, le avventure non lo attiravano, e così pure le storie d’amore.

Non gli restava che una scelta, la più ovvia per lui (che sarei io), cioè la fantascienza. E naturalmente l’impresa più ardua da compiere: la scelta del soggetto, della storia da narrare.

E qui cominciarono i guai.

Pensò ad una storia ambientata in un sistema monosolare, per esempio, dove avrebbe fatto vivere una ipotetica razza di creature all’inizio della loro evoluzione che avrebbe potuto chiamare uomini (Mi sembrò assurdo quasi subito, pensando che era molto difficile narrare una storia simile, a volte non riuscivo a risolvere i miei di problemi, figuriamoci quelli di un’intera razza in evoluzione…..).

La scartò quindi molto presto per attaccarsi a quella di un mondo, magari lo stesso di prima, abitato da esseri intelligenti, gli uomini stessi, dove veniva a nascere un uomo più intelligente degli altri che li avrebbe come stregati (o abbindolati) al punto da farsi credere……uhm, vediamo un po’…..da farsi credere….. perché no….. figlio di Dio (Avevo persino pensato al suo nome, lo avrei chiamato Cristo e gli avrei fornito un finale su misura, dove avrebbe fatto la parte dell’eroe).

Cominciò così a scrivere di buona lena, ma già dopo poche pagine si accorse che avrebbe dovuto fornire troppi alibi ai suoi personaggi, avrebbe dovuto creare tradizioni e credenze agli uomini ed almeno un fondo di verità al figlio di Dio.
Il lavoro da fare era oggettivamente un po' troppo, quindi a malincuore abbandonò anche quest’idea per dedicarsi a qualcosa di più semplice, senza peraltro allontanarsi troppo dal tema iniziale: la razza umana.

Avrebbe potuto dotare gli umani intelligenti di compagni mostruosi come animali dalle forme orribili e che avrebbe chiamato Cane, Gatto, ecc. (proprio come sul mio pianeta) ma con caratteristiche decisamente più mostruose: arti ricoperti di pelo, denti aguzzi, code e altre diavolerie del genere (Dovetti abbandonare anche quest’idea per paura di cadere troppo nel ridicolo creando, con la fantasia, mostri talmente inconcepibili…..)

Oppure avrebbe potuto supporre gli umani provvisti di caratteristiche psicologiche del tutto inconsuete quali, ad esempio, l’avversione per i propri simili (l’avrei chiamata “odio”) e l’amore sfrenato verso cose senza senso (questo l’avrei chiamato “avarizia”) o il desiderio del comando verso tutto e tutti (forse l’avrei chiamato “potere” e vi avrei inscenato intorno dei giganteschi movimenti sociali che avrei chiamato “guerre”)

Ma anche questo non andava. Lo avrebbero chiamato pazzo se avesse scritto cose talmente inconcepibili, rischiando di farsi emarginare persino dall’avanguardia più sfrenata in campo fantascientifico. Simili fantasie potevano nascere solo nella mente di un malato o di un pervertito (ed io non ero né l’uno né l’altro).

Gli restava solo una soluzione: cercare di rendere plausibile, nel romanzo, il fatto che gli umani avessero raggiunto un livello di perfezione tecnologica tale da permettere loro non solo di raggiungere le stelle, ma anche di poter dominare, coi loro mezzi, qualsiasi altra forma di vita (Trattandosi di fantascienza l’idea non era malvagia, non trovate?)

Ma mentre pensava ai dettagli di quest’ultima soluzione fu distratto dal vociare, irregolare ma potente, di una grande folla assiepata davanti ad uno strano oggetto cilindrico molto grosso. Si avvicinò e captò qualche brano di conversazione, qua e là tra la folla.

-...guarda che grande, è alto almeno otto piani

-...arrivato due ore fa, sembrava una palla di fuoco...

-... metallo sconosciuto...

-...abitato da alieni intelligenti...


In quel mentre una porticina si aprì dal fondo del cilindro, ed uscì il primo mostro



Bèh, il romanzo non l’ho mai scritto, nè penso che lo scriverò mai, dal momento che i “mostri” mi hanno tagliato la testa della fantasia e le quattro chele dell’attuazione dicendomi che c’era un contatto sbagliato tra di essi.
Mi hanno poi rinchiuso, non so perché, una specie i gabbia molto piccola ed ogni tanto mi portano del cibo che serve a tenermi in vita.
Li chiamo mostri perché il loro aspetto è decisamente repellente, anche ai meno schizzinosi: il loro corpo è molliccio e munito di quattro prolungamenti altrettanto molli e viscidi, la testa, una sola, è piccola e munita di due…………...

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