2050

Tuesday, 04 June 2019 @ 16:00

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Rimango seduto a lungo sopra una pietra, meditando, temporeggiando, fino a immaginare che sia la parete a studiare me e non il contrario: che diavolo faccio lì fermo, esitante? Inizio a leggere quella dimensione ribaltata come la prefazione di un libro. E' una superficie tormentata dal tempo, composta in buona parte da solido calcare ma anche con roccia di pessima qualità. Vicino alla base individuo diversi appigli e appoggi che mi danno speranza per un buon inizio. Ecco una prima fessura a destra, delle buone lame in alto, diedri, gradini, spigolosità che possono essere allo stesso tempo buoni alleati o fatali inganni di calcolo. E alla fine, quasi in cima, sfocati alla mia vista, si intravedono diverse possibilità di facile uscita.
Superato il primo momento di stallo, attacco la via apparentemente più semplice con impeto, ma già dopo qualche spostamento mi viene a mancare il giusto equilibrio. Calo e risalgo diverse volte di alcuni passaggi a sinistra, al centro e a destra, provando diverse vie come un giocatore di dama gioca a turno con se stesso e per giunta bara. Ogni volta non riesco a convincermi che la strada presa sia quella giusta, c'e' sempre un dubbio, una scusa qualunque che mi fa riniziare e pasticciare ancora le mani di magnesite. Perdo, nel modo più banale, energie preziose e sicurezza in me stesso. Devo avanzare in qualche modo, devo assolutamente insistere e fidarmi in me stesso e nella roccia. Decido di riprendere una via che prima ho tralasciato troppo presto e procedo con qualche sforzo fino a rischiare su appigli che avevo scartato. E così procedo faticosamente sulla nuova linea prima nascosta, controllando ad ogni passaggio quell'orizzonte tanto vicino e allo stesso tempo quasi irraggiungibile se non dal sole; vi si avvicina con lentezza ma sembra aver tutta l'intenzione di tramontarci sopra prima del mio arrivo. I suoi raggi feriscono i miei occhi ogni volta che li incrocio dividendosi in colore tra le ciglia bagnate di sudore.Mentre progredisco nella salita, sento il calore della roccia riflettere sul viso, sul collo, sulle braccia nude. I polpastrelli, abrasi, scivolano spesso sulla presa, le falangi cominciano a dolere e i polpacci a pulsare. Faccio una sosta su un terrazzino abbastanza largo da permettere di scaricare il peso su entrambi i piedi. Lo sguardo si perde verso il basso. Ora l'ansia è al massimo, non voglio più scendere troppo in basso sui miei passi e del futuro non so molto. Da parte la paura! si può solo andare. Dopo qualche nuovo metro sento di nuovo l'acido lattico sugli arti. Comincio a sragionare. La gravità fa sentire la sua impazienza, la sua urgente necessità di riportare l'ordine tra le cose, anche a mio discapito; fa cadere dall'alto briciole di terra che mi pungono il viso e gli occhi. Il sole, ora quasi allo zenith, picchia forte e sembra avvicinarsi pericolosamente; allunga la mia ombra verso il basso sempre più attirata da quel magnetico richiamo della terra, disposta a trascinarmi giù con lei.
Ripeto a me stesso frasi di incoraggiamento ma si contraddicono tra di loro in sequenza: devo riflettere/non pensare, riposarmi/sbrigarmi, stare attento/rischiare. Inutilmente cerco anche di scacciare tutti i pensieri, ma anche questo mi distrae, finchè non li lascio fluire nel vaneggiamento e nella consolazione che dietro vi sia un suggeritore estraneo ma opportuno, un super-ego, un compagno di viaggio invisibile al mio fianco che a momenti suggerisce, sgrida, guida, punzecchia, incoraggia, descrive le mie mosse o mi osserva silenzioso e immobile.
Improvvisamente il piede sinistro perde aderenza e il mio corpo striscia rovinosamente sulla pietra per un lunghissimo metro. Mi aggancio a non so che per istinto; il cuore trascura uno o due battiti ma riparte galoppando all'impazzata in un bagno di adrenalina che mi riporta istantaneamente alla sobria realtà dei fatti. L'aria entra e esce a fiotti, il respiro si fa rumore, la parete è cocente, ruvida come la mia gola. Punto l'altro piede e mi sposto in diagonale verso un altro appoggio, fino a toccare una grossa maniglia di roccia intravista alla partenza.
In un'ultima manovra, stacco entrambe i piedi da quel sentiero inventato per agganciarmi finalmente al confine tra cielo e terra. Ecco che la sfida, le difficoltà, gli ostacoli, le beffe del destino, l'inatteso negativo, assumono un altro significato: realizzazione, svolta creativa, liberazione, crescita. Mi riposo una decina di minuti, incredulo. Poi mi rialzo, faccio qualche metro in direzione dell'altro versante e guardo verso il basso.
Mi inginocchio con le mani appoggiate sul nuovo margine. Tutto è niente. Ancora un altro immenso deserto, ancora mulinelli di vento e plastica su distese di paesaggio brullo e aspro, senza ombre. Mi si lacera l´anima già atterrita dallo sforzo, ancora solitaria, sull'ineluttabile notte della terra. E l'acqua, l'acqua è il solito miraggio sull'asfalto lontano. Ne ho un'ultima ma inutile scorta con me.
In quello stato di conquistata estraneità da me stesso, la divido con la mia occasionale e silenziosa voce interiore. Ne offro un pó sulle radici dell'unico albero cresciuto lì, chissà come, in quella cima. Appoggio la mia schiena al suo tronco. La voce interiore diventa il mormorio delle foglie e la luce che trapela tra di esse è quasi ipnotica. Mi godo la sua ombra e finisco di svuotare il contenuto della borraccia su quella fonte maestosa di vita, ignara di ciò che avevamo irrimediabilmente fatto. C'e' anche il fresco della vetta, il respiro è diventato sottile, il sudore è scomparso. Ed è proprio qui, in questa breve frazione di eternità, che mi sento vivo, consapevole e mi sorprendo del mio sorriso sereno.

https://www.youtube.com/watch?v=l8e1bwl9dxY

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