Sopraffatto dal profumo

Tuesday, 28 May 2019 @ 10:15

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Sopraffatto dal profumo




Mercoledì ore 22:00
di una settimana qualsiasi, di un mese incerto, di un anno dubbio.

Ero alla seconda birra scura e ascoltavo le magiche note di Take Five nella versione del duo Sabina Sciubba & Antonio Forcione, quando sentii un inconfondibile suono: tacchi di passi di donna. Quel ticchettare era quanto di meglio avessi mai potuto trovare in fatto di donna.
Quel ritmo si fermò vicino lo sgabello alla mia sinistra da dove, con uno schiocco delle dita, attirò l’attenzione del barista e ordinò:
“Una grande scura, grazie”.
L’odore acre, tipico del locale, ebbe la peggio e dovette arretrare sopraffatto dal profumo che viaggiava su quell’effetto acustico.
“Un’altra per me e pagati tutto grazie, anche quella della signora” dissi al barista, poggiando due banconote da dieci sul bancone.
Beveva a grandi sorsi, proprio di gusto, e io, per pura stupidità di maschio, la imitai.
“Accetto se ho l’opportunità di ricambiare”.
Rispose senza nemmeno guardare, dopo aver quasi del tutto vuotato il suo bicchiere. Feci segno di sì con il pollice in un convenzionale ok, mentre anch’io terminavo quel poco che era rimasto nel mio. Ci portarono subito altri due boccali colmi.
Bevve ancora di gusto e questa volta non riuscì a trattenere l’inevitabile rutto.
Fu in quel momento che decisi di girare lo sguardo verso lei.
La guardai, aveva belle dita su splendide mani, il viso appariva come uno strofinaccio rinsecchito al sole e gli occhi, gli occhi sembrava avessero dato tanto. Il lieve sorriso disegnato sulle labbra di quell’orrenda bellissima bocca, non riusciva ad illuminarle i lineamenti e a toglierle dallo sguardo quell’ombra di tristezza; o forse erano i miei occhi tristi a vederla così.
Finimmo anche la seconda birra, questa volta a piccoli sorsi interrotti da una conversazione fatta di silenzi e di pochi sguardi. Poi, con una voce da film muto, mi chiese se ero così gentile d’accompagnarla alla toilette, sempre se fossi riuscito a stare in piedi. Non si sbagliava di molto visto che ero alla mia quarta birra e quindi l’aspetto doveva essere inequivocabilmente da brillo.
Seduta sullo sgabello sembrava meno alta di quanto in realtà fosse, sicuramente superava il metro e ottanta.
Questa fu l’unica cosa che riuscii a notare durante quei pochi passi fatti per raggiungere il w. c.; chiuse la porta dietro di noi, alzò la gonna tenendo i lembi inferiori tra i denti e sfilò la culotte mostrando tutta la sua femminilità. Scostò leggermente le gambe per non poggiarsi e, reggendosi al mio braccio, iniziò a fare pipì senza alcuna vergogna o imbarazzo. Il pudore in quel momento era altrove.
Rimasi zitto ad ammirarla fin quando mi chiese, a denti stretti, uno scottex che non seppi darle.
Rimise la culotte, riordinò l’ampia gonna e chiese se anch’io avevo necessità di vuotare la vescica e se ero capace di farlo in sua presenza.
Non riuscii a capire quello che mi stava chiedendo, un po’ per l’alcool un po’ per l’imbranataggine che mi ammutolì, e rimasi lì, immobile. Dopo avermi abbassato la cerniera dei pantaloni mettendomi nelle condizioni migliori per poterla fare, uscì.
Stavo smaltendo la mia sbornia in un cesso a urinare grazie all’aiuto di una donna, della quale non conoscevo neanche il nome: incapace di dirle una sola parola.
Di ritorno al banco il barista mi riferì:
“La stangona prima di andar via ha pagato un’altra grande scura e ha lasciato questo biglietto per te”.

domenica alle 22:00 ritorno …se ti sei ripreso puoi ricambiare



* * *


Domenica ore 22:06
della stessa settimana, del mese successivo, di un anno da ricordare.

Il giorno della disperazione arriva sempre. Eccola fare strada verso me con passo lento ma non tanto, lungo ma non troppo, sicuro, molto sicuro e severo. Mi alzai e mentre contemplavo il suo sorriso beffardo dissi tra me e me:
“Soltanto sei minuti di ritardo: un bell’inizio”.
Come se avesse inteso il mio pensiero si scusò del lieve ritardo e rimasi sbalordito.
Sbalordito due volte: la prima perché il ritardo di soli sei minuti in una donna è trascurabile, anzi direi apprezzabile; la seconda perché una donna che si scusa per una cosa che apprezzi è imbarazzante.
Spostai appena il suo sgabello sistemandolo a ridosso del bancone. Con un lieve cenno mi ringraziò della piccola galanteria e prese posto accavallando; io arpionai i tacchi nel cerchio di acciaio del mio. La osservavo affascinato ma allo stesso tempo mi inqujetava e non poco.
“Per favore questa volta datti una regolata con i rutti, qualcuno non è rimasto favorevolmente colpito dalle tue disinvolte manifestazioni, per non parlare della figuraccia che ho fatto a non saperti tener testa e andar fuori, come i terrazzi, dopo un pajo di boccali”.
Dissi tutto d’un fiato e lei non sembrò irritata dalla mia schiettezza.
“Ok stasera cercherò di stare più a modino, però scusami, sfido chiunque dopo una giornata di inferno a rilassarsi bevendo un bicchiere di birra e a non emettere un filino di aria disinvolto, con gli occhi che si inumidiscono appena e il naso che ti frizza un po’”.
In effetti aveva scelto il locale proprio per questo, con tutti i bar - birrerie - pub che ci sono in giro, se voleva tenere un tono e buone maniere, non sarebbe certo entrata in questo cantinone.
questo è un locale canagliesco
senza ricette né menù
ideale per accogliere leggendari avventurieri
saturo di fumi che svaniscono
nell’alba appena colta.

questo locale è un sole
che vedi nel fondo dei bicchieri
o alla chiusura,
quando, liberi delle miserie e dai frangenti,
ti getti sul greto del tuo letto sfatto.

“Si può fumare qui?” Chiese mentre estraeva dalla borsa le sigarette.
“Veramente è proibito, come in tutti i locali, ma dal momento che sono io a scrivere questa storia, posso anche decidere che possiamo fumare”.
“Il barista ci rimprovererà?”
“Lui è un amico, l’ho scelto di proposito”.
“E se i clienti non gradiscono?”
“Noo! Loro sono di contorno alla scena”.
Infatti non avevano detto neanche un parola, soltanto un pajo avevano esitato un po’: il primo, tradendo un moto di fastidio, si era allontanato dal bancone; il secondo aveva giusto starnutito. Ma poi, come tutti gli altri, pur di rimanere anche solo per far da comparsa, oggi, non si lamenta più nessuno, figurarsi per il fumo di una sigaretta e mezzo toscano.
“Niente profumo oggi?” Chiesi.
O forse era l’aria del posto, sempre più acre, che mi azzerava tutti gli odori.
“La verità è che di solito mi trucco e ritempro il profumo durante le soste ai semafori, con tutti gli automobilisti stressati che ti suonano dietro, ma oggi li ho trovati tutti verdi, roba da non crederci: potrei approfittarne adesso!?” Propose non molto convinta.
“Come vuoi ma non chiedermi di accompagnarti alla toilette come la volta scorsa”.
“Sei tu che mi hai voluto accompagnare alla toilette.”
In effetti non potevo darle torto ma dovetti fingere e negare, ma lei non si arrese e replicò:
“Non fare il furbo, sei tu che stai narrando la storia, sei tu che muovi i personaggi e decidi, quindi sei tu che hai voluto farmi chiedere di accompagnarmi”.
La guardai in viso, quel viso sul quale al primo incontro avevo visto un’ombra di tristezza, o forse erano stati i miei occhi tristi di quella sera a vederla così, strinsi le sue mani tra le mie e questa volta dissi con voce suadente:
“Rimaniamo ai fatti e i fatti dicono che tu hai chiesto e io, da vero cavaliere, ho eseguito e anche apprezzato”.
“Cos’hai apprezzato …scemo!?”
“Che tra i tanti presenti hai scelto me”. Risposi impettito come un Bronzo di Riace.
“Che faccia tosta che sei”.
Anche adesso non potevo darle torto, e aggiunsi:
“Devo confessare che ho ammirato la tua culotte, e non solo quella”. E con altrettanta faccia tosta cambiai discorso chiedendole:
“Che fai in un postaccio simile?”
“La mia vita è un fiume piatto con tanti meandri, quindi quello che faccio o che fai tu, stasera, non importa. Vuoi ricambiare l’ultima birra?”
“Scusa hai ragione. Scura?”
“Si grazie”.
Alzai la mano per attirare l’attenzione del barista ma lui era già davanti a noi con accendino in mano e fiammella pronta, e un sorriso ammiccante, troppo ammiccante, che forse si poteva risparmiare. Gli lanciai un’occhiataccia e decisi in quel momento che, malgrado fosse un amico, una seconda volta quel tipo di sorriso non gliel’avrei permesso.
Ordinai le due birre e accesi anch’io il mio mezzo sigaro. Il locale si riempì di fumo e diede ancor più l’atmosfera di quart’ordine, ritrovo di fantasie d’autore e coltre di nebbia che il quel momento decisero di fondersi con il suono inconfondibile del sax di Gerry Mulligan in Funhause.
“Tutte le sere qui?” Chiese con la sua voce da film muto.
Si, dissi sfiorando con le mie labbra i suoi lunghi capelli neri.
“E nel frattempo?”
“Nel frattempo aspetto di resistere a un mondo che non è quello che doveva essere, aspetto che arrivi la musica giusta, aspetto di bere con chi ha piacere di bere, aspetto di scrivere e di riuscire a sorridere.”
“L’ultima cosa che hai scritto?”
“Ti annoierà a morte, si intitola ‘nessuno sa come ti chiami’ “
“Fa niente, sono qui apposta!”
E dalla tasca sfilai un foglio con su scritto a matita:

ti ritrovi ancora con lei
sodale di spietati sigari accesi
e di tante birre bevute
in squallidi bar
in misere ore
in abbandonati giorni.

puntuale con il suo biglietto
-compagna di viaggio-
sbuffa come una locomotiva d’altri tempi
ignorando incroci di rotaie.

…e non hai un ca..o di voglia.

non aspetti treni in arrivo
e non corri per treni in partenza.
fuggi dagli sguardi degli idioti
che non riescono a vedere oltre
e ti ritrovi ancora con lei
in una nube spenta bassa pesante.

non riesco a sorridere
ed è un vero peccato
perché ho controllato anche i calzini
e oggi non sono bucati.

Improvvisamente si alzò, con le sue splendide mani mi strinse ed ebbi paura. Accennò lentamente qualche passo: stavamo ballando sulle note di un sax soprano: che spettacolo!
Così vicino potevo riconoscere il suo profumo. Lo stesso che sentii la volta scorsa viaggiare sull’effetto acustico dei suoi passi.
Mi spense gli occhi e la musica.




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