L'abito da maschera

Monday, 20 May 2019 @ 12:00

Leggi il profilo di: Lisa



Quando usciva dalla scuola, specialmente dopo il turno pomeridiano, Lucia si fermava sempre ad osservare le vetrine dei negozi che incontrava lungo la via che percorreva per tornare a casa.

A Natale facevano bella mostra di sé i giochi, le splendide bambole che iniziavano a parlare. In Estate ecco apparire i secchielli, le formine, le palette per i giochi sulla spiaggia, i salvagenti e tante altre meraviglie piene di colori.

Le vetrine più belle erano però quelle che venivano allestite per il Carnevale. Le stelle filanti pendevano dall’alto e i coriandoli formavano un tappeto dove venivano appoggiati i vestiti da maschera. Un negozio, in particolare, la faceva rimanere incantata: era molto bello, elegante, di lusso e gli abiti da maschera più belli erano indossati da splendide bambole che fungevano da manichini.

Quell’anno, il 1968, proprio in quel negozio, accanto agli abiti da Fata, da Biancaneve, e i classici Arlecchino, Pierrot, ecc. aveva fatto la sua comparsa una meravigliosa Damina del 700.

Lucia, 8 anni, che allora frequentava la terza elementare, non aveva mai visto un vestito così bello!

Ora che era grande, a distanza di tanti anni, lo ricordava ancora nei minimi dettagli: era di raso rosa, aveva un corpetto stretto in vita che lasciava trasparire la camicetta di pizzo bianca, una gonna lunga, da cui si intravedeva una splendida sottogonna con gli sbuffi sui fianchi, tenuta larga da un cerchio. E il manichino che lo indossava portava una splendida parrucca bianca con i boccoli.

Un sogno per tutte le bambine ma, ancor più per lei che di abiti a maschera non ne aveva mai avuto e, non certo, perché i suoi genitori non si potessero permettere di comprarglieli. Era figlia unica, la famiglia non aveva problemi economici ma, nella sua casa le cose avevano una priorità e quelle ritenute “superflue” erano totalmente bandite.

L’abito da maschera apparteneva purtroppo alla categoria delle cose superflue.
Lucia, fino al suo ingresso nel mondo della scuola, non ci aveva mai dato peso. Pensava che ciò i suoi genitori le davano fosse il massimo. Li adorava e sapeva che le volevano bene quindi, se loro dicevano che certe cose erano superflue, forse lo erano realmente.

Ma ogni tanto, un pensiero le veniva alla mente. Perché gli altri bambini si vestivano a maschera e perché la maestra ogni anno, per il giovedì grasso, organizzava la festa in maschera?

Certo la maestra diceva: “Bambine, domani è giovedì grasso, potete venire col vostro vestito da maschera e ci divertiremo insieme. Chi non ce l’ha non importa può venire col grembiule o con un abito qualunque”.

Quindi era vero! L’abito da maschera non era essenziale! Lo diceva anche la maestra! E così Lucia, per in primi due anni, era sempre andata col grembiule. Aveva i coriandoli, le stelle filanti, una mascherina di carta nel viso. Di che altro aveva bisogno? Di niente!

Ma le altre bambine vestivano da Spagnola come Marinella, da Ungherese come Cinzia, e vi erano tante damine, anche se non belle come quella di quel negozio. Anche Luisella, la sua migliore amica, aveva il vestito da maschera: quello da Fata con la bacchetta magica.

L’unica col grembiulino bianco e il fiocco rosso era lei
.
Però faceva finta di nulla. A lei non importava! Sapeva che la mamma e il papà le davano tutto ciò che le serviva e “quell’abito non valeva i soldi che costava”. E poi era solo per un giorno! Insomma era una cosa realmente superflua!

Ma non era vero! Nel suo cuore lei quelle cose non le pensava. Aveva dovuto convincersi per non dispiacere ai suoi genitori. Desiderava invece, ardentemente, almeno per una volta, poter indossare anche lei un vestito così. Quello da damina del negozio era bellissimo! Lo sognava ogni notte.

Era combattuta, sapeva che il vestito da maschera era inutile, i suoi genitori non raccontavano cose false ma lei lo avrebbe voluto lo stesso. Almeno una volta avrebbe voluto fare come le altre bambine senza dover sempre pensare se fosse giusto o sbagliato.

Non era facile. Ma doveva provarci. Si era fatta coraggio e aveva chiesto alla mamma di andare con lei al negozio. La mamma l’aveva accontentata. Erano entrate e lei si era misurata l’abito da damina della vetrina. Le stava d’incanto! Come era bella vestita così! Ricordava ancora la sua gioia nel vedere la propria immagine riflessa nello specchio. Non se lo sarebbe tolto mai. La commessa le aveva detto: “Come sei carina. Quell’abito è proprio per te”.

“Magari!”

Anche alla mamma piaceva, Lucia se ne era accorta dallo sguardo e sperava che, almeno quella volta, glielo avrebbe comprato. Ci teneva tanto! Uno strappo alla regola delle cose superflue, da non comprare, si poteva pur fare. Almeno una volta!

“Mamma dai! Chiediamo quanto costa?”

“Amore”. Aveva risposto la mamma. “Ma si vede già. È un vestito di vero raso, costerà tantissimo”.

“Chiediamo lo stesso. Ti prego!”.

“12.500 lire”. Aveva detto la commessa, sottolineando però, subito, la preziosità della stoffa, la fattura e l’estrema cura dei particolari dell’abito.

Ma, 12.500 lire, era una cifra, sicuramente, molto alta e Lucia si era accorta che la mamma non poteva comprarglielo senza dirlo al papà. “Le decisioni grandi, loro le prendevano sempre insieme”.

Infatti subito aveva detto: “Ritorniamo domani, dobbiamo chiedere al papà.” “Ma mamma, vedrai che papà sarà d’accordo.” Aveva tentato di dire Lucia.

Sapeva invece che il papà non sarebbe stato d’accordo ma sapeva anche che le voleva tanto bene e che per renderla contenta avrebbe fatto qualunque cosa.

“Riuscirò a convincerlo! Ne sono certa.” Si era detta.

Invece non era stato così e quel papà che l’accontentava in tutto e stravedeva per lei, le aveva detto no, senza repliche. Era impensabile acquistare una cosa che non fosse di stretta utilità, “essenziale.”

“Ma papà, tutte le mie compagne hanno il vestito da maschera! Perché solo io devo andare alla festa col grembiule? Mi vergogno e poi il vestito è veramente bello!” Aveva provato a dirgli.

Il papà era stato drastico. “Ma cosa ti sei messa in testa! Lo sai che l’abito da maschera è una cosa inutile. Come può una bambina giudiziosa come te, deludere così il suo papà? Lo sai che i soldi non si devono sprecare?

Di fronte a quelle motivazioni praticamente inopinabili, Lucia non aveva potuto controbattere, aveva trattenuto a stento le lacrime, sentendosi quasi soffocare. Era delusa di non poter indossare, neanche quell’anno, l’abito da maschera ma, soprattutto, per aver deluso il papà che era stato sempre buono con lei.

Le sue parole le risuonavano nella testa: “Quel vestito non ti serve. È inutile e la festa di Carnevale è bella comunque. Basta giocare, tirarsi i coriandoli, mangiare le zippole”.

Il discorso sembrava chiuso così. Lucia, almeno per il momento, aveva dovuto lasciar perdere e finire col dar ragione al padre. Altro che convincerlo! Non c’erano ragioni e Lucia sapeva che il discorso del papà non faceva una piega. C’erano al mondo bambini che non avevano neanche da mangiare né da vestirsi e che morivano di fame e freddo. Lei era una bambina fortunata. Cosa voleva di più?

Ma, chissà perché quell’anno non riusciva a darsi pace e nemmeno le ragioni del papà la convincevano a fondo. Lei l’abito da maschera lo voleva. Si il suo sogno era l’abito da damina ma si sarebbe accontentata anche di un abito diverso, meno bello e meno costoso.

Bisognava cambiare strategia.

E, come per incanto, nella vetrina di un altro negozio, era apparso un abito da principe. Sì proprio da principe: il Principe Azzurro. Era bellissimo. Il prezzo era in vetrina: 3 mila lire. Le piaceva. Meno della damina ma poteva andare: era comunque un abito da maschera!

Stavolta non potevano dirle di no. Sì, era una cosa inutile ma costava poco. Non era il suo sogno ma, per la prima volta, si sarebbe mascherata. Era entrata, da sola, nel negozio, si era informata che il prezzo fosse proprio quello.

Sì era proprio quello!

“È l’ultimo” le aveva però detto la commessa. “Se lo vuoi devi prenderlo subito”.

Semplice dire “Subito”. Doveva chiedere ai genitori, convincerli. Lei non aveva soldi.

Era corsa a casa e, senza prendere fiato, aveva detto: “Mamma, papà, ho visto un abito da maschera, costa poco. Vi prego lo vorrei tanto, non mi dite di no”.

“Che abito è? Aveva chiesto la mamma” così da impedire al papà di dire subito di no.

“Un abito da principe, ha la calzamaglia azzurra, il mantello, la spada. Mi piace. Certo io non sono un maschio ma la signora del negozio ha detto che va bene anche per le femmine. È una maschera”!

Lucia non era convinta di quell’abito ma il desiderio di potersi per una volta mascherare era la cosa più importante. Aveva dovuto comunque insistere tanto e, alla fine, ce l’aveva fatta. Il padre aveva dato i soldi alla madre per comprarglielo.

Erano però passate un paio d’ore da quando aveva visto l’abito in vetrina e ora era di nuovo lì, davanti a quel negozio con sua mamma, pronta a comprarlo.

Ma! Un tuffo al cuore. Nella vetrina l’abito non c’era più! No! Non poteva essere vero. Non potevano averlo venduto.

Invece si!

Erano entrate nel negozio. Lucia aveva chiesto dell’abito ma la commessa le aveva risposto desolata: “L’ha comprato pochi minuti fa un bambino”.

“Ma quell’abito lo dovevo comprare io, l’avevo anche misurato”!

Che delusione! No. Non poteva rinunciare proprio ora che il papà aveva detto sì. Lei da quel negozio, senza un abito da maschera, non sarebbe uscita.

“Mamma, chiediamo qualcos’altro. Ti prego”.

“Avete un altro abito che costi più o meno come quello che ha visto la bambina? “Aveva chiesto la mamma.

“Si, abbiamo un abito da indiano. È molto bello. Ed ha un’acconciatura bellissima fatta con vere piume colorate”.

“Un abito da indiano! Ma da indiana non ce lo avete?”

“Si, l’abbiamo anche da indiana ma alla bambina non può stare, è troppo piccolo. Provi questo vedrà che è bello e le piacerà”! Aveva risposto sorridendo la commessa.

“Ma mamma non possiamo chiedere per altri abiti da damina?” aveva osato ancora domandare Lucia.

“Certo, chiediamo ma lo sai che il papà ha dato solo 3 mila lire”.

Aveva provato allora altri abiti da damina, da fata ma non le piacevano, non erano belli come l’abito da sogno dell’altro negozio e poi costavano meno ma, sempre più di 3 mila lire e così, aveva deciso di seguire il consiglio della commessa.

Anche la mamma poi le aveva detto:

“Dai Lucia, provalo, se ti sta bene lo prendiamo”.

“Ma è da maschio e non è bello come quello da Principe Azzurro che aveva uno splendido mantello”.

“Ma non esistono abiti da maschi e da femmine, per Carnevale ci si deve mascherare quindi si può anche mettere un abito da maschio.” Le aveva assicurato la madre.

Il discorso aveva una sua logica, la stessa che Lucia aveva applicato quando aveva deciso di comprare l’abito da Principe. Ma, il Principe era sempre un personaggio da favola, l’indiano proprio non le piaceva.

Purtroppo però non c’erano alternative e così l’abito da indiano era stato comprato.

Ora anche lei aveva il suo abito da maschera e anche molto bello, con quelle magnifiche piume. Certo sapeva già quali sarebbero stati i commenti delle compagnette l’indomani alla festa:

“Ma è un vestito da indiano, un vestito da maschi”!

Sapeva già che entro di sé ci sarebbe rimasta male. Anche lei avrebbe voluto portare quegli abiti fiabeschi ma, ancora una volta, si era preparata la sua personale difesa ed era certa che, non solo avrebbe convinto le compagne ma, certamente, il suo abito avrebbe avuto grande successo.

“Non esistono abiti da maschera da femmine o da maschi, anzi la vera maschera deve essere proprio qualcosa che non ti fa riconoscere.” Aveva detto, l’indomani, ai primi commenti.

Come era brava Lucia! Aveva fatto la sua bella figura. Tutta truccata con i segni di rossetto in faccia. Un indiano in assetto di guerra.

Anche stavolta l’unica col vestito diverso!

“Che bell’abito” le aveva detto la maestra “e che originale l’idea della tua mamma di metterti un abito da maschera da indiano. Veramente bello”!

Originale. Diversa. Per una volta però Lucia non sarebbe voluta essere né “originale” né “diversa” e non avrebbe voluto inventarsi storie per dire che era felice di essere così.

Avrebbe voluto essere una bambina “come le sue compagnette”, “semplicemente una bambina”.

Ma era già tanto avere avuto un abito da maschera. Per ora non poteva certo chiedere di più.

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