Aurora e Luisina

Monday, 20 May 2019 @ 11:15

Leggi il profilo di: nino vicidomini

Erano conosciute col nomignolo ’e sseccetelle, ossia le seppioline, una vera stranezza considerando il fatto che erano entrambe in carne; quel diminutivo sembrava proprio stonare.
Aurora e Luisina erano due sorelle zitellone che agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, sfruttando lo spazio già limitato della loro abitazione, impiantarono una scuola privata per i ragazzi del nostro quartiere
-‘O vuosco monaco -.

Per una modica somma settimanale, Aurora impartiva doposcuola per quelli delle elementari e Luisina faceva intrattenimento dedicandosi ai più piccoli. Le mamme del rione si sentirono sicuramente sollevate a quella doppia occasione che toglieva i ragazzi dalle strade e li propiziava alla istruzione scolastica.

Le due sorelle avevano trasformato la loro grande stanza in una vera e propria aula con banchi, lavagna e cattedra dietro la quale sedeva imperiosa Aurora che, maggiormente di pomeriggio, seguiva i ragazzi del doposcuola; e provvedeva anche alle riparazioni settembrine.

Un lavoro ben computato per l’intero arco dell’anno con qualche eccezione per le ferie e le festività comandate.
La stanza che fungeva da aula si immetteva su di un’altra stanzetta adibita per metà in cucina, dove andavamo a dissetarci al bisogno.

C’era un tavolino malconcio sul quale Luisina poneva un secchio zincato contenente acqua da bere con l’ausilio di un mestolo di alluminio, sempre appeso ai bordi del recipiente.

Per mia mamma l’occasione, dovette essere come una manna caduta dal cielo, le maestre si trovavano proprio di fronte alla nostra casa, bastava attraversare la strada, sicura in quegli tempi giacché non tanto trafficata da autoveicoli; qualche carretto ogni tanto trainato a mano a da animali da soma, fu per questo che mi iscrisse senza esitazione alcuna..

Ricordo bene quei banchi già consunti, con macchie di inchiostro e untume, ed i rabbocchi d’inchiostro ai calamari da parte di Luisina. Quei calamari dove affogavamo le mosche già agonizzante; catturate con i pennini delle nostro penne ad asticciola.

Le prendevamo di mira appena si poggiavano e con abilità di lancieri le infilzavamo dapprima e poi le immergevamo, nell’anilina nera, quei calamai che per furbizia di Luisina contenevano il composto più diluito, che ci facevano combinare qualche nguacchio in più nella scrittura delle copiose asticelle con le quali riempivano le pagine dei nostri primi quaderni, quelli ad un solo rigo con la copertina nera.

Anche successivamente, ho sempre imputato ai bidelli scarabocchi e inguacchi che uscivano fuori nella scrittura a pennino; per farne più inchiostro diluivano, con ulteriore acqua la sostanza imbottigliato dai produttori.
A tutt’oggi mi ritornano in mente quelle lezioni impartite con flemma e metodicità; ricordo le loro specifiche cantilene.
I giorni della settimana sono Sette: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica.

I mesi dell’anno sono dodici e a seguirne la enumerazione.
Così pure per le stagioni che ne sono quattro e così via.
Un metodo efficacissimo con tanto di musicalità, dicevo, che rimane di sicuro impresso nelle giovani mente.

Dalla seconda stanza dell’appartamento, ogni giorno ne veniva fuori una fragranza diversa a seconda del cucinato che le sorelle preparavano per il loro desinare; un effluvio che riusciva sempre a stuzzicare il nostro appetito.
Mistero dei misteri non ricordo tracce di alcun letto in quell’appartamento Eppure ci dormivano.

Sicuramente ci stava qualcosa a scomparsa che non giungeva ai miei intuiti che spaziavano in tutt’altri interessi in quell’ambiente tanto familiare che mi circondava e mi avvinceva come a casa mia.
La mia riconoscenza ritorna spesso in quell’ambiente e a quelle due care persone che sono rimaste a far parte del mio vissuto.
La scuola durò per tanti anni ancora, anche dopo il mio passaggio alle superiori.

Aurora, seppure in tarda età. ebbe la gioia di incontrare l’amore, una persona squisita del nostro vicinato che veniva a trovarla tutti i pomeriggi tenendola mano nella mano seduto accanto a lei, dietro quella imperiosa scrivania.
Sovente li notavo sbirciando dalla vetrina d’ingresso; ci andavo spesso a curiosare in cerca di minuzzoli di ricordi.
Una persona squisita, dicevo, che le stette vicino con cura e amore anche nel triste periodo della sua grande sofferenza che la consumò come una candela sino alla fine.

Ricordo quel mio silenzioso stare male in quel giorno della sua dipartita.
Fu così che Luisina, rimasta sola, si trasferì presso alcuni suoi parenti chiudendo definitivamente la scuola.

Anche noi cambiammo casa ed avemmo un appartamento tanto più spazioso. Ci trasferimmo presso la ridotta di Trecase ove ebbi uno spazio tutto mio per potermi appartare e scrivere in pace; era già quella la mia forte passione che tuttora coltivo.

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