Il mito della Ragione folle

Monday, 06 May 2019 @ 13:45

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Chissà cosa convinse la Ragione a girare di notte senza alcune meta, con lo sguardo vago verso il cielo stellato, con insani progetti e mirabolanti sogni. Certo la spinse l’Immaginazione, la vecchia beffarda, di stirpe demoniaca, che la raggiunse e la portò su un suolo sacro e, dopo averle fatto togliere i calzari, la fece girare intorno a una màcina di mulino a forma d’altare.
Poi, alla luce di un grande falò, la cinse d’indumenti sacerdotali, la circonfuse d’incenso mentre intorno alcuni, che sembravano angeli, cantavano inni di gloria e parole senza senso che giunsero in ogni paese. Così quando il Sentimento sentì questi rumori, lui figlio di Apollo, che viveva di fertili e confortevoli inventive, presto la raggiunse dicendole: “Non è di notte che devi andare, disturbando il sonno degli uomini, ma devi salire sulle alte cime, come le aquile e gli arcobaleni e di là spiccare il volo”.
La Ragione ormai esaltata da tanto clamore, il giorno dopo salì sui monti e, come una donna folle, si inebriò dei fumi sacri della Pizia e disse a tutti coloro che l’avevano seguita: “Vi porterò Dio! Sto per tuffarmi nel cielo splendido, dove sicura sta la sua dimora e lo inviterò quaggiù dove lo festeggeremo come s’addice alla sua potenza”.
Tutti alzarono gli occhi al cielo dove ignari uccelli solcavano l’alba. E la Ragione salì. Vagò fino a stordirsi, volando in un buio freddo, gridando per farsi coraggio: “In quale parte ti trovi, Signore? Sali dalle tue profondità e fatti vedere e onorare!”, ma non vide niente che somigliasse a Dio e perfino la luna così bella dalla terra, sembrava una gelida pietra, una deserta contrada dalle grandi macchie.
E come se la sua vita fosse diventata più pesante di un macigno, la Ragione si lasciò cadere verso il luogo dov’era venuta e malamente rovinò accanto a un caprone che la guardò con occhi malevoli.
La notizia della fine ingloriosa della ragione folle, si sparse ovunque e quelli che prima la glorificarono, ora la colpivano e la schernivano, finché l’Intelletto pietoso la sottrasse all’oltraggio, portandola nella vecchia ma calda casa dell’Esperienza. “Perché, tu che sei audace e acuta ti spingi a simili follie? Fuori di qui non c’è niente che tu possa conoscere. L’alto è vuoto, altrimenti gli uccelli saprebbero più di te! Oppure è come il basso!”
E la Ragione, ancora stordita, trovò la forza di sussurrare: “Abbiamo bisogno di trascendenza!” Allora l’Intelletto divenne furioso e gridò: “Doppiamente folle e maledetto il mio latte che ti ha nutrito! Il cielo è vuoto! Coloro che nascono, sono figli di questa polvere e di questo mutare. Quello che a loro serve è qui, in questo mondo! Folle e misera te!”
Fu allora che giunse lo Spirito, il signore della valle, il dispensatore di orizzonti, colui che la ragione aveva disdegnato di incontrare e d’ascoltare, sebbene sangue del suo sangue e, con attenzione pietosa, le prese la mano e mettendogliela sul cuore e poi sulla fronte, disse: “Quello che cerchi è dove ti segno, perché quello che vive negli abissi dell’eternità, vive nel profondo della tua coscienza, inalterato e sommo.”
La Ragione s’alzò dal suo giaciglio e come se vedesse Dio, guardò lo Spirito come si guarda un amato, gli occhi immersi nei suoi e l’abbracciò forte e lo accarezzò con affetto perenne: “Mio Signore e mio Dio, portami nel tuo regno dove si vedono confini infiniti e ognuno vive all’ombra dell’albero dai mille rami”.
Da quel giorno la Ragione, sposa dello Spirito, si volle chiamare Coscienza.

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