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     Tempi duri   
     Tuesday, 08 January 2019 @ 11:00
     Leggi il profilo di: Viridis
     Visualizzazioni: 308

    Racconti

    Il regionale delle sette era in ritardo di mezz’ora e Lugubre si era già scolato tre Campari soda.
    “Ehi Verci – gridò – ce la facciamo o no questa partita a bigliardo?”
    “Ver-cin-ge-to-ri-ge. Tutto lo devi dire, se vuoi che ti risponda!”
    “E piantala con questa storia! Tanto lo so che ti chiami Paolo, t’ho visto la patente.”
    Lo sferragliare del treno in transito sul primo binario coprì la risposta di Verci-Paolo. Sopra il bancone tintinnarono i calici appesi e Mara, la barista giovane, versò un bianco a un signore col cappello.

    Da un po’ di tempo, il bar della stazione fumigava di ragazzi che s’aggrumavano lì a spendere il tempo che il lavoro aveva smesso di occupare. Non erano sfaccendati qualsiasi. Lugubre, all’anagrafe Fabrizio Casson aveva una laurea in economia e commercio e un padre imprenditore che si era impiccato per sfuggire a Equitalia e al disonore di non avere più un centesimo per pagare gli operai.
    Anche Vercingetorige era laureato: filologia e storia dell’antichità, materie supremamente inutili per guadagnarsi da vivere. Perché si facesse chiamare così, a nessuno era dato di sapere, ma il motivo, per quanto misterioso, doveva essere profondo, a giudicare dalle sue reazioni, quando qualcuno si permetteva di deviare da quel nome.
    Tra gli acculturati, nullafaceva anche Paride, figlio dei gestori del bar e compagno fuoricorso di Lugubre. I genitori sgobbavano come somari, ma quel figlio, bello come un attore del cinema, lo preservavano da ogni cosa, aspettando solo di chiamarlo “dottore”.
    A questi tre s’aggiungevano altri habitué più ruspanti: Mauro, Vito, Ernesto detto Nest... Ad accomunare tutti era la mancanza di lavoro. Ogni tanto Vito aiutava il padre a imbiancare pareti, mentre Mauro cercava di mettere a frutto la sua abilità a bigliardo, giocandosela a soldoni. In quanto a Nest era, come si suol dire, sulla cattiva strada, perché se la intendeva con certi tipi che guadagnavano facile, non si sa bene con quali affari.
    Il regionale delle sette strinò il terzo binario e dopo dieci minuti qualcosa di rosso si catapultò all’interno del bar.
    “Mi scusi, dove siamo? Io dovevo scendere a Salto, ma forse ho sbagliato. Sono distratta distrattissima, sa? Beh, eccomi qui e non ho ancora preso le mie pillole… Un bicchier d’acqua. Posso avere un bicchier d’acqua, per favore?”
    Un fiume in piena sembrava quella stramba ragazza, o meglio un ruscello canterino, tanto era fresca la sua voce, in accordo con una zazzera corta, rossa come il fuoco. Anche i panni che aveva addosso erano rossi: un vestitino smilzo che le lasciava scoperte le ginocchia ossute e una giacchetta corta, piena di luccichii.
    Alla sua entrata tutti avevano sospeso attività e inattività per volgere gli occhi da quella parte. Quel che colpiva in lei era che non sembrava appartenere a nessun luogo se non, forse, a un pianeta gemellato per caso con la Terra.
    Mentre la barista giovane metteva sul bancone un bicchier d’acqua e la ragazza frugava affannosamente nella sua piccola borsa rossa, Vercingetorige lasciò il tavolo per avvicinare quella fiamma straniera.
    “Buongiorno, Cappuccetto rosso – disse – posso fornirti qualche informazione? Hai tutta l’aria di esserti persa.”
    Lei guardò prima, raggiante, il flaconcino di pillole appena trovato, poi lui, aggrottando le sopracciglia. Per un attimo sembrò che si concentrasse per uscire da sé e prendere coscienza che qualcuno le aveva rivolto la parola. Poi inalberò di nuovo quel sorriso smagliante e tese la mano.
    “Karina con la kappa” disse.
    “Vercingetorige” ricambiò lui. Ma quel nome suscitò in Karina una irrefrenabile ilarità.
    “Beh, che c’è?” protestò il ragazzo.
    “C’è che ti chiamerò Hank Chinaski. Hank, per farla breve.”
    “L’alter ego di Bukowski?”
    “Bravo. Vedo che conosci i classici.”
    “Già, ma io che c’entro?”
    “Falso per falso, Hank ti somiglia più di Vercingetorige. Guardati allo specchio: hai la barba di tre giorni, ti stavi scolando una birra, abbordi le ragazze al bar e probabilmente scrivi anche poesie rabbiose di nascosto.”
    “Touché, mi hai fatto una radiografia. Solo che Hank ti farebbe bere fino allo sfinimento e poi ti porterebbe nella sua tana o in qualche vicolo maleodorante. Io invece vorrei aiutarti a trovare la tua strada.”
    “Sì, ecco, devo andare a Salto. Ho sbagliato di molto, Hank?”
    “Non troppo. Il locale per Salto parte da un paese a venti chilometri da qui.”
    “E come ci si arriva?
    “Mmm, la corriera è appena passata. Se vuoi, ti do uno strappo con la moto.”
    “Gentile, Hank. Accetto.”
    Stava cominciando a piovere e nell’aria già si sentiva quell’odore di terra bagnata che sveglia i sensi e li rende più attenti. Cappuccetto rosso s’aggrappava ad Hank in una corsa tutta curve, che le faceva sospendere il fiato. Lui sentiva le sue piccole mani intorno alla vita e avrebbe voluto partire con lei per un altrove.
    La issò letteralmente sul treno in partenza per Salto. Dopo un attimo, lei ricomparve al finestrino e gli gettò un biglietto. C’era un numero di telefono scritto in rosso.

    “Pronto, sono Hank.”
    “Oh, era ora che ti facessi vivo, signor Chinaski! Bryan aspetta da una settimana i tuoi racconti.”
    “Scusa, ma non sei Karina con la kappa?”
    “Forse hai sbagliato numero, bello.”
    “Non sei nemmeno Cappuccetto rosso?”
    “Per chi mi hai preso? Ti rinfresco la memoria: sono Norma Dreiser dell’Open City di Los Angeles, la segretaria di John Charles Bryan.”
    “Eppure riconosco la tua voce.”
    “E io la tua, Hank Chinaski. Ciò non toglie che ti sei impegnato a sfornare racconti per il Taccuino di un vecchio sporcaccione e sei in ritardo di una settimana.”
    “Come no? Beh senti, baby: un figlio di pu.tana mi ha ridotto in poltiglia, un altro mi ha schiaffato dentro perché avevo pisc.ato sulla sua cadillac, Sally mi ha sc.pato per tre giorni e poi… ho finito le birre e ho una gran sete.”
    “Voi scrittori underground siete la peste della letteratura. Niente scuse, Hank. Voglio i racconti sul mio tavolo domani a mezzogiorno!”
    “Okay, non t’inca.are. Come hai detto che ti chiami?”
    “Norma. Norma Dreiser.”
    “Posso sapere dove si trova il tuo tavolo?”
    “A Salto. Via delle Grondaie 7. Vedi di esserci, Hank. Aspettami sotto il portone e porta il manoscritto.”

    Quella strana ragazza era esplosa come un tuono nel cielo scuro di Verci-Paolo. Chiunque fosse, veniva a bucare la noia mortale in odor di depressione che permeava da un po’ di tempo le sue giornate. Voleva recitare? Sarebbe stato al gioco. Non scriveva dai tempi della tesi di laurea, ma Bukowski era stato uno dei suoi scrittori preferiti e l’idea di incarnarlo lo eccitava. Urgeva un ripasso veloce. Invece di recarsi come al solito al bar della stazione entrò in libreria e acquistò il Taccuino di un vecchio sporcaccione, in edizione economica.

    Lei aspettava già sotto il portone. Era un’altra, ma sotto la parrucca e dentro i vestiti da americana underground anni ‘60 si agitava la stessa fiamma rossa della prima apparizione. Hank era entrato nella parte e le consegnò il manoscritto, che lo aveva impegnato per gran parte della notte.
    “Lo leggerò stasera, e domattina lo consegnerò a Bryan, – disse – sempre che non ci siano troppe stronz.te. Ma adesso devo vedere un regista che sta lavorando per noi. Mi accompagni?”

    Il bar era peggio di quello della stazione di Banco. Appena entrato, dovevi aspettare almeno trenta secondi per mettere a fuoco oggetti e persone, che gravitavano in una penombra zeppa di fumo.
    Norma fendeva la folla con un’andatura da trampoliere zoppo, facendo cenni di saluto qua e là, senza ricevere risposta. Finalmente trovò il suo tipo, che li fece accomodare su un divanetto a losanghe beige e marroni in fondo alla sala, vicino a una tenda sdrucita che divideva il locale.
    “Ti presento Jack Cipollone – disse garrula indicando il tipo – e questo è Hank, uno scrittore promettente.”
    Si strinsero la mano, poi Norma e Jack si misero a parlare fitto di un documentario su un Flash mobe di Toronto e Hank ne approfittò per girare lo sguardo intorno.
    In piedi accanto a lui, un ragazzo smunto con addosso una vestaglia di seta verde e un basco in testa stava implorando qualcuno al cellulare.
    Accanto a un vecchio juke box, due donne in età ballavano tra loro ancheggiando in modo provocante. Solo a un tavolo, un vecchio con un casco fluorescente si rigirava un bicchiere tra le mani, parlottando tra se’. Molti avventori si avvicendavano dietro la tenda e uscivano di lì più stonati di quando erano entrati.
    Quando il presunto regista alzò le chiappe, Norma si fece stretta ad Hank sul divanetto e gli spostò amorevolmente un ciuffo caduto sulla fronte: “Beviamo qualcosa?”
    Lui si sarebbe sciolto volentieri in quel gesto materno, ma si ricordò di Bukowski e continuò a recitare. La perforò con gli occhi, si accese una sigaretta e lanciò l’ordinazione al cameriere:
    “Una mezza dozzina di birre, please!”
    Mentre aspettavano le consumazioni, Norma prese a servirgli un po’ di gossip sugli avventori.
    “Vedi quello? – disse indicando un tipo allampanato appoggiato al bancone – E’ uno dei più grandi poeti viventi. Ha ucciso padre, madre, moglie e figlia, ma ha risparmiato il cane. E quella laggiù, vestita di nero? Ha scritto un pamphlet sulla morte di Vonnegut e poi si è buttata da un ponte. L’hanno ripescata subito, ma non è più la stessa.“
    Oh, Karina Karina, ne hai di inventiva! Ma ho studiato il mio personaggio e ti risponderò per le rime. Questo gioco mi eccita.
    “Mi hanno rotto il c.zo questi artisti che devono defecare omicidi e suicidi per essere ricordati. La mia unica ambizione è grattarmi sotto le ascelle.”
    “La tua unica ambizione è scolarti una birra dopo l’altra come stai facendo, Hank.”
    “Ma anche tu non scherzi, baby. Ti faccio notare che sei già al terzo scotch. (Bukowski l’avrebbe già toccata, che aspetti? No, non ancora. Meglio usare un po’ di psicologia spicciola, giusto per entrare in intimità.) Dì un po’: cosa cerchi di annegare nell’alcool?”
    Ora Norma sospira, volta la testa dall’altra parte, beve un sorso. Qualcosa la agita, sotto la maschera. Ma si riprende subito e pianta i suoi occhi neri dentro gli occhi di Hank.
    “Tu credi in Dio?” chiede con un’apprensione esagerata.
    Lui vorrebbe risponderle seriamente, ma il suo personaggio lo precede:
    “Beh, quando ha creato te sapeva quel che faceva.”
    “Che fai Hank, ci stai provando?”
    “Tu che dici?” (E’ il momento, adesso!)
    Lentamente, la mano di Hank si insinua sotto l’orlo della gonna di lei e raggiunge la coscia.
    Karina lo ferma con u gesto imperioso: “Andiamo fuori, qui non si respira.”
    Piove un’altra volta, è destino. Ma piove forte e Norma si mette a correre, ticchettando sui tacchi. Hank la segue schivando le pozzanghere, senza chiedersi quale sia la meta. Sulla porta di un albergo a ore lei si ferma e si volta. Chiude gli occhi e porge le labbra, con un’innocenza disarmante.
    Oh Karina, Karina, mi farai impazzire!

    Il suo corpo bianco, liscio come la neve appena caduta. Un sussurro e i suoi occhi diventano fessure.
    Voi non sapete cosa vuol dire innamorarsi di botto. Se la vedeste capireste cosa voglio dire. Lei mi ha portato quassù a sc.pare. E stiamo sc.pando, ma non è come pensate. Lei è un passero ferito e la fenice. E’ pane bianco e cioccolata fondente. E’ l’innocenza e il mistero più fondo. Lei è tutto quello che posso racchiudere in una mano e niente ch’io possa afferrare. Cavalca come una puledra alata. Galoppo con lei, verso… un orgasmo di stelle. Ma ora che c’è?
    "Piccola, perché piangi, adesso?”
    E’ rannicchiata con la testa tra le braccia, poggiate sulle ginocchia ossute. Singhiozzi silenziosi, disperati.
    Chi sei? Cosa nascondi?
    Salta giù dal letto e si rifugia in bagno. Riesce dopo qualche minuto, completamente trasformata. Guarda l’orologio, sfodera un sorriso americano.
    “Devo ripartire per Los Angeles” dice, muovendosi decisa per la stanza e raccattando i suoi indumenti. Hank fa l’atto di raggiungerla.
    “Fermo, non ti muovere. Ti farò sapere, per i racconti.”
    Riesce ad afferrarla per un braccio:
    “Vieni qui, aspetta. Gettiamo la maschera, Karina, solo per un momento. I nostri corpi l’hanno fatto, poco fa…”
    “La maschera? Tu porti una maschera, Chinaski? Io ho sc.pato con te perché mi andava e questo è quanto. Ora però il lavoro chiama. No, non muoverti, se vuoi rivedermi.”
    E’ già sulla porta, con la parrucca tra le mani. Se la infila sulla zazzera rossa, la sistema con piccoli colpi, guardandosi allo specchio.
    Poi spinge giù la maniglia.

    Il Frecciarossa delle 19 è in ritardo di un’ora e al bar della stazione Lugubre gioca a carte con Paride, Vito, Nest e un fighetto azzimato, amico di Nest. Al bigliardo, Mauro si sta giocando un centone con degli sconosciuti.
    La barista giovane serve un succo di pera a una signora obesa, con un foulard in testa e una borsa arancione.
    “Qualcuno sa qualcosa di Vercingetorige?” fa Lugubre mescolando le carte senza troppa convinzione.
    “Non si vede da un po’ – risponde Vito smazzando – Cappuccetto rosso deve avergli fatto la festa.”
    “… o dato alla testa” aggiunge Vito.
    Fuori, è bruma di primo autunno e di mozziconi di sigarette, che fanno compagnia alle foglie. Qualcuno scopa via i ricordi. Altri ne subiscono il peso. Hank spinge la porta a vetri, con il martirio di Bukowski sulle spalle.
    “Basta parlare del diavolo…” ironizza Vito alzando gli occhi.
    “Ehi, qual buon vento?” gli fa eco Lugubre, salutando con la mano.
    Hank fa appena un cenno, scarta tutti e va dritto al bancone, come un drogato in astinenza.
    “Birra!” ordina rabbioso, poi si acquatta al tavolo in fondo sotto la finestra, tira fuori il cellulare e prende febbrilmente a digitare un numero.
    “Ehi Verci, non si saluta?” gli grida Mauro con la stecca in mano.
    “HANK! Mi chiamo Hank, porca pu.ana!”
    Le parole anticipano di un nanosecondo il gesto: si alza buttando a terra la sedia, il braccio destro parabola indietro e il cellulare prende il volo, schiantandosi contro la parete di fronte.
    Silenzio in sala e gesti congelati.
    Il Frecciarossa strina il quarto binario e il suono acuto di ferraglia coincide con un acuto di voce:
    “Ehi, ma chi credi di essere?”
    L’amico di Nest si è alzato e, le mani in tasca, si avvicina ad Hank.
    A mezzo metro da lui, riceve un destro che lo colpisce sotto la cintura e lo manda gambe all’aria come un insetto annaspante.
    Gli amici scambiano sguardi-lampo e in un attimo circondano Hank, immobilizzandogli le braccia dietro la schiena. Lui non oppone resistenza e, mentre si accascia affranto sulla sedia, una donna s’inquadra sulla porta aperta che dà sui binari.
    E’ una presenza immobile e fruga con lo sguardo all’interno, fino a trovare gli occhi di Hank. Una grossa borsa da viaggio è posata per terra ai suoi piedi. Ha i capelli rosso-pallido raccolti dietro la nuca, con una scriminatura che le attraversa il capo. Veste un soprabito inglese d’altra epoca e una cravatta maschile, ma la fiamma che la divora è quella, e lui la riconosce.
    Nessuno lo intralcia quando muove verso di lei. Tutti gli avventori del bar della stazione sono fermi in un freeze-frame, eccetto un anziano al bancone che, girata appena la testa riprende a sorseggiare il suo caffè macchiato.
    Ora sono uno di fronte all’altra, sospesi in un tremore autunnale.
    “Sei tu? – sussurra Hank – Sei venuta per me?”
    Lei non risponde, ma leva la manina guantata per accarezzargli il viso.
    “Oh Leonard, come ti sei ridotto?”
    Lui afferra la borsa da viaggio, prende la donna per mano e la trascina fuori. Non se la lascerà sfuggire, questa volta, qualunque maschera indossi.
    L’auto è parcheggiata di fronte al fioraio. Lei lo segue docile e il silenzio li avvolge per tutta la durata del viaggio, fino all’appartamento di lui. La porta si chiude alle loro spalle. Lei si guarda intorno smarrita. Una paura ignota la attraversa, si torce le mani.
    “Dovrei essere a Bloomsbury per le serate del giovedì… Ci sarà Bertrand e Ludwig e James…”
    Lui le chiude la bocca con un bacio. Lei gli si avvinghia in un abbraccio disperato e gli toglie febbrilmente gli indumenti di dosso.
    “Mi sei mancato, Leonard!”

    Ecco: è di nuovo passero ferito e fenice, pane bianco e cioccolata fondente, innocenza e mistero. E’ Karina con la kappa, il corpo non mente. E’ tutto quello che posso racchiudere in una mano e trattenere, se voglio. Lei cavalca come una puledra alata. Io galoppo con lei verso… un orgasmo di stelle. Ride sommessa, ora, la testa posata sul mio petto, le dita sottili che arruffano il mio pelo.
    “Vita si starà chiedendo dove sono finita.”
    “Vita?” chiede lui.
    “Vita Sakville-West. E’ l’amore che ti smemora, caro? Se è così ne sono felice.”
    “Sono felice anch’io, Virginia. Beh, diremo a Vita che partiamo per un lungo viaggio. Benares. Che ne dici?”
    “Sì, Benares, India, reincarnazione!"
    Guardala: sprizza gioia come una bambina. Forse è pazza, ma chi non lo è? Cercherò di reggere il gioco e la porterò via con me. Sarò Leonard Woolf e farò di tutto per tenerla lontana da quel fiume nel Sussex. Sì, cambierò la storia, perché l’amore può cambiarla. Ma se impazzirò anch’io, mi riempirò le tasche di sassi e la seguirò all’inferno.

    Benares è il paese della morte, ma Virginia è più viva che mai. Lei e Leonard fanno l’amore tutti i giorni e la loro vera identità si affaccia sempre più spesso sulle rive del Gange, dove ceneri e scorie vengono portate via dalla corrente, mischiate ai fiori della devozione.
    Ora il sole è una palla rossa che sta per affogare nel fiume. Karina ha smesso gli abiti da suffragetta per indossare il suo nome, come Paolo. Sono seduti sui gradini del Manikarnika ghat, e lei lo guarda, con un lampo di curiosità negli occhi.
    “Senti un po’ – domanda – Perché ti facevi chiamare
    Vercingetorige?”
    “Quando è stato, piccola?”
    “Quando le stazioni erano piene di sfaccendati e la fantasia l’unico modo per sopravvivere.”
    “Già.”
    “Non hai risposto.”
    “Vercingetorige? Mmm, chissà perché.”



    PS: tutto il "pensato" di lui andava scritto in corsivo, ma non sono riuscita a trovare la chiave (qualcuno sa dirmi come si fa?). Spero comunque che la lettura non sia troppo compromessa.

     



    Tempi duri | 7 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    Tempi duri
    Contributo di: frame on Tuesday, 08 January 2019 @ 18:47
    Gli scenari sono quelli della Bassa Padana anni
    settanta/ottanta. Adesso nei bar non si fuma più e guarda
    caso è sparita pure la nebbia. Lui invece mi ricorda
    Coliandro quando gigioneggia, ma la parte l’affiderei a
    Barbareschi, un po’ fetente e spaccone, ma con qualche
    velleità letteraria. Dilan Dog no, è troppo lugubre e non
    ha la faccia da nebbia e di cane da pagliaio come il tuo
    Hank. Tutti troppo bellocci per interpretare il Bukowski
    della situazione, ma con una tipa dai tratti della
    Penelope Cruz, anche le tette, l’erotismo e la sensualità
    della Valentina di Crepax e la testolina fina della
    Mazzantini, uno più brutto non ce lo vedo. Ecco, forse
    Castellitto mi sembra il più indicato di tutti.
    Guarda, non dico altro perché sono rimasto strinato dalla
    tua verve, dal ritmo incalzante di questo brillante
    racconto, che poi è una bellissima favola moderna a lieto
    fine, un sogno ad occhi aperti, un volo di fantasia, una
    botta di vita, stavo per dire una bella scop… poi mi sono
    ricordato che certe cose non si possono dire al CdP.
    Oppure sì? Si possono dire? Massììì che si possono dire!
    Sperem …
    Buona vita e tante stelle.


    ---
    Frame

    [ ]

    Tempi duri
    Contributo di: Empatia on Wednesday, 09 January 2019 @ 08:20
    È un tema delicato quello della follia e tu lo tratti
    sempre con molta grazia. Follia è attraente e
    contagiosa. I tuoi personaggi non hanno ombre, solo
    lievi momenti malinconici, e alla fine trovano il loro
    premio: la libertà. Bellissimo racconto, poi io sono
    una "sarabiga" del Po'! Anche da noi tutti hanno un
    nomignolo, molti non si ricordano neppure il nome di
    battesimo. Tante stelle
    Empatia

    [ ]

    Tempi duri
    Contributo di: zio-silen on Wednesday, 09 January 2019 @ 17:31
    La settimana scorsa mi sono immerso nelle 990 pagine di in un (bel?) tomo che imperversava - in perfetto stile barocco - sulle avventure e disavventure di Caravaggio. Mancava quella luce, quell' eros e pure quel thanatos che segnarono la vita e le opere del Maestro. Ne sono uscito stamattina con le vene dei polsi agognanti una lametta. In casa purtroppo, da alcuni lustri, si adoperano solo rasoi elettrici. Decido di fare una ordinazione online: sul web si trova di tutto. Nel frattempo faccio voto di castità, promettendo (a me stesso) di fuggire ogni scritto almeno fino al "primo autunno".
    Una errata digitazione mi connette con la Sezione Racconti del nostro Club. Il componimento di testa ha titolo empatico: "Tempi duri". Il nome della stimabile autrice produce adrenalina quanto basta per superare lo stato di prostrazione, rompere la solenne promessa, e catapultarmi nella lettura.
    La qualità del dire - fantasioso, spregiudicato, a tratti coraggiosamente indelicato, fumoso (di nebbia padana e di Bukowski's Bar) - ha l'effetto salvifico della luce visionaria e dei fascinosi opposti eros e thanatos. Abbandono l'idea "lametta" e rileggo.


    Stelle e un saluto

    ---
    zio-silen

    [ ]

    Tempi duri
    Contributo di: vincent on Thursday, 10 January 2019 @ 11:06
    Alcune ripetizioni potevano essere evitate
    ("[...]che il lavoro aveva smesso di
    occupare [...] Ad accomunare tutti era la
    mancanza di lavoro") e, parimenti, si
    poteva fare a meno del luogo comune dei
    giovani laureati disoccupati e
    parcheggiati al bar.
    A metà della Storia, il racconto mi ha
    coinvolto in un autentico stato di flusso
    ma, subito dopo, con il lieto fine
    qualcosa è venuto meno.

    ---
    "Visto da vicino nessuno è normale"

    [ ]

    Tempi duri
    Contributo di: Armida Bottini on Friday, 11 January 2019 @ 11:08
    Sei molto brava ragazza eppoi conosco l'ambiente. Ti saluto.

    ---
    Midri

    [ ]

    Tempi duri
    Contributo di: Lorens on Thursday, 17 January 2019 @ 14:57
    ... un racconto secondo il tuo stile fantasioso tra Eros e
    follia, descrizioni minuziose e personaggi veri seppur sempre
    creati con bizzarria nell'estro che ti compete ...

    Bene così ...

    Ciao
    Lorens

    ---
    Lorens

    [ ]

    Tempi duri
    Contributo di: Pale shelter on Saturday, 19 January 2019 @ 18:29
    Beh, davvero notevole: un racconto di ottima fattura, ritmo, ironia, passione e apparente nonsense, davvero trascinante, come in un sogno. Da applausi.

    Franco

    [ ]

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