club.it
clubpoeti.it
club.it
 Benvenuto su ..::Il Club dei Poeti::.. Thursday, 13 December 2018 @ 14:15 
Invia il tuo racconto | Invia la tua poesia | Faq | Contatti
Argomenti  
Home
Poesie (2672/0)
Racconti (1020/0)
Saggi (13/0)

Eventi  
Eventi nel sito

Sunday 01-Apr -
Sunday 30-Dec
  • Premio Jacques Prèvert 2019

  • Wednesday 03-Oct -
    Wednesday 30-Jan
  • Premio Il Club dei Poeti 2019
  • Ultime novità  
    CONTRIBUTI
    3 Contributi nelle ultime 24 ore

    COMMENTI
    nelle ultime 48 ore

  • Lasciami qui [+2]
  • 'A grutta ri Alì  [+5]
  • Ti mostri bella
  • Umani per imitazione [+2]
  • La croce
  • Il Ventriloquo

  • LINKS
    nelle ultime 2 settimane

    Nessun nuovo link


     L'eremita di sangue (parte 1/2)   
     Tuesday, 13 November 2018 @ 10:15
     Leggi il profilo di: Mecroarco
     Visualizzazioni: 170

    Racconti

    Buongiorno Ferrante,
    come sta il mio editore preferito? Spero bene, ma sono sicuro che starai anche meglio dopo che avrai letto la splendida notizia che ti sto per dare! Come ben saprai, la tua punta di diamante (che poi sarei io) stava attraversando un periodo di stallo artistico che ti procurava non pochi grattacapi. Ebbene, quella vacanza in Scozia si è rivelata essere un toccasana per la mia creatività, l’olio ideale per lubrificare i miei ingranaggi mentali. Oddio, a essere sincero, non è che sia stato folgorato da un’idea geniale, semplicemente ho avuto la fortuna sfacciata di aver casualmente scovato un antico manoscritto in una malandata credenza di quel bel cottage rustico che avevo preso in affitto. Infatti, mentre stavo cercando di sterminare a colpi di giornale le assillanti zanzare di brughiera (che nulla hanno da invidiare alle nostre padane), ho colpito con così tanta forza il mobile da causare l’apertura di un cassetto che fino a quel momento avevo pensato fosse finto ma che, invece, conservava il prezioso testo che era stato abbandonato e dimenticato da chissà chi (uno con gravi problemi di memoria, evidentemente). Tornando a noi, non appena sono rientrato qui in Italia mi sono messo subito al lavoro per tradurlo e, nonostante qualche comprensibile difficoltà di interpretazione, alla fine i miei sforzi sono stati pienamente ricompensati; anzi devo ammettere che il racconto che ne è scaturito è davvero sensazionale e intrigante. Pertanto, senza ulteriori indugi, sono lieto di sottoporti il mio ultimo racconto, scritto dall’ “Anonimo Scozzese” e tradotto, riveduto e corretto dal sottoscritto.

    Molti secoli or sono, all’incirca durante il regno di re Aroldo II d’Inghilterra, un viandante vagava senza meta nella fredda brughiera autunnale di una Scozia ancora libera e selvaggia. Egli era un giovane avventuriero di circa venticinque anni, dai capelli ricci e fulvi e dallo sguardo attento e tagliente, come quello di una lince intenta a scrutare l’orizzonte per procacciarsi una succulenta preda. Agli occhi di un eventuale passante, egli sarebbe parso come uno spavaldo fuorilegge poiché, oltre alla camicia di lino e alle brache di tela tipiche dei popolani, indossava un mantello di lana finissima tinta di rosso che solo i nobili potevano permettersi. In realtà egli non era a capo di nessuna pericolosa banda di briganti: era solo un occasionale rubagalline, un ladruncolo che, fra un mestiere a cottimo e l’altro, vivacchiava di piccoli furtarelli e che un giorno non aveva disdegnato di depredare il cadavere quasi decomposto di un nobile di tutto ciò che poteva arraffare, mantello compreso. Egli ripensava a questo e ad altri avvenimenti del suo passato mentre con la mano destra afferrava la calda lana per ripararsi dalle gelide folate di vento e con la mano sinistra si assicurava che la sua fidata accetta fosse ancora saldamente legata alla sua cintura di corda. «Ah, cara mia compagna», disse rivolto al suo inseparabile strumento, «ancora non molti giorni di cammino e finalmente giungeremo nel centro della Scozia, dove nessun normanno potrà raggiungerci! Certo, forse sarei potuto rimane, arruolarmi nell’esercito, combattere valorosamente per respingere Guglielmo e la sua orda di *censurata* invasori e ricevere onore e soldi a sufficienza da poter vivere il resto dei miei giorni in panciolle…ma sappiamo entrambi che non ne sarei mai stato in grado. Come dico sempre: se c’è un conflitto non mi ci ficco! Dopotutto, quelli come noi, che vivono alla bell’e meglio, sono destinati all’anonimato, a trascorre un’esistenza simile a quei cani di corte che, accucciati vicino alla mensa del padrone, sperano che prima o poi un po’ del cibo che i commensali condividono a tavola cada sul pavimento e diventi di loro proprietà. Insomma, lasciamo che le grandi imprese siano compiute da altri, noi invece pensiamo a come sopravvivere giorno per giorno.» Così discorrendo, il giovane viandante quasi non si accorse di aver iniziato a salire su una collina brulla ed erta, non l’ideale per un uomo che non mangiava da tre giorni. A circa metà della scalata, stremato dalla fatica e coi morsi della fame che gli attanagliavano lo stomaco, pensò di fermarsi e di ritornare a valle, magari anche rotolando lungo il declivio, per riposarsi dormendo all’addiaccio come ormai gli capitava di fare da circa una settimana, ossia da quando aveva iniziato il suo esilio forzato dalla natia Inghilterra. Tuttavia, ad un tratto, mentre fissava l’orizzonte per rifiatare e decidere sul da farsi, i suoi occhi vispi notarono un flebile filo di fumo levarsi da oltre la sommità della collina e stagliarsi esile e leggero su uno sfondo di pallide nuvole grigie. La vista di quella sottile lingua di cenere che si librava nel vento gli infuse un nuovo flusso di energia, come un violento acquazzone che alimenta e accresce un piccolo rigagnolo fino a renderlo un impetuoso torrente, e con il ritrovato vigore ricominciò a risalir la china cadendo e rialzandosi più volte a causa della fretta con cui stava percorrendo l’erto pendio, finché all’ennesimo capitombolo decise di proseguire inerpicandosi sulla salita. Giunto in cima alla collina, si gettò sfinito sulle ginocchia per riprendere fiato e individuare il punto preciso da cui si elevava la fine colonna di fumo che aveva avvistato poc’anzi. Dopo circa due minuti di attenta osservazione il viandante non era ancora riuscito a scorgerne la benché minima traccia, tanto che la delusione cominciava a impadronirsi di lui. «Maledizione!» esclamò stizzito. «Proprio ora che mi stavo già pregustando un pasto decente e un pagliericcio su cui addormentarmi al riparo dalle intemperie. Alle volte la vita è ingiusta e ingannatrice.» Fu esattamente in quel istante di profonda frustrazione che i suoi occhi si posarono su una sagoma rettangolare lontana circa sette stadi dalla collina su cui si trovava, una sagoma che una volta messa a fuoco assunse la forma delle mura di una casupola in pietra da cui si sollevava una stretta striscia grigia. Rincuorato dal fatto che i suoi sensi non lo avevano tradito, egli si diresse verso quel rifugio così tanto agognato facendo ricorso agli ultimi scampoli di forza che gli restavano in corpo. Lo stremato viandante coprì la distanza che lo separava dalla casetta al massimo della velocità che le sue membra stanche gli consentivano; e più si avvicinava e più quella piccola abitazione assumeva i tratti delle rovine di un castello distrutto e abbandonato da tempo. Tuttavia, egli non ebbe nemmeno il tempo di pensare che forse ancora una volta le sue speranze erano state disattese, che i suoi sensi gli vennero meno: la sua mente annebbiata dall’inedia e il suo corpo provato dalla fatica non avevano retto allo sforzo e così il giovane avventuriero si accasciò a terra svenendo sulla rigogliosa e soffice erba di campo, non prima però di aver intravisto una figura avvolta in un mantello avvicinarglisi sorretta da un bastone.
    Quando rinvenne, l’esule avventuriero si ritrovò disteso su un mucchio di paglia e erbe di campo così secche da crepitare ad ogni suo piccolo movimento. «Dove sono?» si domandò mentre era ancora confuso e rintontito dallo svenimento. «Nella mia piccola e umile dimora. Non sarà una reggia, ma è pur sempre meglio che vivere nei boschi come dei briganti qualunque» gli rispose una voce a lui sconosciuta. Il giovane inglese tentò di scorgere la fonte di quelle parole, ma non riusciva a vedere nessuno. In quella casupola sperduta nella campagna scozzese pareva esserci solo lui, il pagliericcio su cui ancora giaceva, un tavolo rettangolare in legno circondato da quattro treppiedi, un piccolo focolare incassato in una parete di pietra, una grossa e vecchia cassapanca logorata dai tarli e una pila di stracci logori ammucchiati lì vicino. «Che io sia ancora addormentato e stia sognando? Come può essere che io senta una voce d’uomo senza che vi sia traccia della sua presenza? Che stregoneria è mai questa?!» «Ah caro mio, magari fossi davvero uno stregone! A quest’ora vivrei di sicuro in un lussuoso maniero arredato di tutto punto e circondato da una corte festosa e non come un solitario eremita, triste e abbandonato dagli uomini!» gli rispose nuovamente la voce, questa volta accompagnata da un rumore simile a quello emesso dalle giunture delle ossa che si muovono dopo essere rimaste ferme in una posizione per molto tempo. Il giovane quindi si voltò verso la fonte di quel suono e poco mancò che morisse dallo spavento: il cumulo di stracci si stava pian piano alzando, assumendo via via l’aspetto di un vecchio ingobbito e canuto vestito con un saio rattoppato e avvolto in un piccolo mantello di lana grigia. «Chi siete? Cosa volete da me?» disse il viandante, visibilmente spaurito ed esterrefatto. «Oh che modi bruschi che hai, giovanotto! È così che si ringrazia chi, a dispetto dell’età e dei suoi acciacchi, vi ha soccorso nel momento del bisogno e traslato di peso dall’erba umida su cui eravate crollato esanime in un luogo più asciutto e confortevole? Eh che bui tempi questi, in cui i giovani hanno perso i valori dell’educazione e della cortesia!» L’avventuriero, sentita questa risposa, si rese conto che la figura, ora seduta sullo sgabello più vicino a lui, non era chissà quale malvagia creatura delle leggende, ma solo un povero anziano cencioso e di buon cuore. «Perdonatemi per la mia irriguardosa mancanza di rispetto», si affrettò a dire, «però sinceramente non ho potuto non spaventarmi vedendovi emergere da quello che avevo pensato essere un semplice ammasso di strac…volevo dire vesti». “Ahahaha!” rise di gusto il vecchio “Hai proprio ragione. Sapevo bene che, mascherandomi in tal maniera, avrei potuto sbigottirti, tuttavia non mi pareva rispettoso sedermi su uno sgabello e squadrare dall’alto in basso quello che, sebbene non invitato né tanto meno previsto, è il mio ospite. Oh a proposito, appena adesso mi sono lamentato di voi giovani ma il vero scortese qui sono io. Prego, accomodati pure su questo sgabello.» La sincera e genuina gentilezza dell’anziano scozzese colpì profondamente il giovane avventuriero che ne accolse immediatamente l’invito. Da anni, infatti, egli non incontrava una persona così a modo, avendo avuto quasi sempre a che fare con brutti ceffi e rozzi frequentatori delle osterie più sudicie e volgari.
    «Dimmi, giovane uomo, come ti chiami?»
    «Il mio nome è Galahad, Galahad figlio di Lance di Bridge-upon-Avon.»
    «Io invece sono Mordecai McVangelor.»
    «Vedo che voi possiede un cognome. Nonostante le apparenze, dovete essere una persona importante.»
    «Mi dispiace deluderti, ma non è così. Il cognome che porto è l’unica eredità del nobile passato dei miei avi, loro sì che erano importanti! Sai, molto tempo fa i miei antenati regnavano incontrastati su queste terre, garantendo ai chiunque vi abitasse prosperità e serenità. Erano tempi felici per la mia famiglia e nessuno pensava che quell’età d’oro potesse cessare velocemente quanto un fiore di campo secca durante l’arsura estiva. Eppure…eppure, un giorno, un popolo del nord ci invase senza alcuna apparante ragione. Semplicemente, calarono dalle Highlands depredando e devastando tutto quello che si parava loro dinnanzi con la potenza inarrestabile di una valanga del Ben Nevis. Mio padre era in prima fila per combattere contro quegli invasori, e spesso mi raccontava che nei loro occhi, quando i loro sguardi si incrociavano sui campi di battaglia, non c’era né odio né crudeltà, ma disperazione, pura e vacua disperazione. Era come se qualcosa avesse costretto queste persone a fuggire dai loro territori di origine, qualcosa di così oscuro e terribile da preferire la morte per il viaggio o per i combattimenti piuttosto che restare nei luoghi in cui avevano vissuto in pace per secoli».
    Mentre il vecchio parlava con trasporto del suo passato e della storia dei suoi predecessori, il giovane Galahad ascoltava attentamente quelle tristi vicende che, nonostante fossero così distanti da lui nel tempo e nello spazio, lo riguardavano da vicino per via della sua infelice condizione di esule forzato la cui vita tranquilla, sebbene non esattamente retta e onesta, era stata squassata come un terremoto da un giorno all’altro, e proprio come dopo una tremenda scossa del terreno si era ritrovato a non possedere più nulla, a dover ricominciare da zero in un luogo straniero.
    «In ogni caso», proseguì il vecchio, lievemente commosso da quei ricordi«se non è un problema per te, giovane Galahad, preferire non dilungarmi oltre su questo argomento perchè, come immagino tu possa comprendere, malgrado sia passata molta acqua sotto i ponti, il dolore e l’amarezza sono ancora vivi e non c’è giorno in cui la mia mente non pensi a cosa sarebbe potuto succedere se quell’orda impaurita non si fosse mai abbattuta su di noi. Ah, che atroce mestizia quella che attanaglia il cuore di coloro che passano la loro esistenza tormentati dal pensiero di ciò che sarebbe potuto essere ma che invece non è stato! Comunque, Galahad, ora che ti ho raccontato il mio infelice passato e che ti ho accolto nel mio squallido presente, penso che sarebbe molto cortese da parte tua se mi narrassi delle tue vicende e vicissitudini» Galahad trasalì un istante all’udire la richiesta del vecchio nobile decaduto poiché sapeva fin troppo bene che non avrebbe potuto rivelare il suo passato da mascalzone: il vecchio di certo non l’avrebbe più voluto ospitarlo e lui avrebbe iniziato la sua nuova vita già marchiato come “il ladro che veniva da Sud”. Decise così di raccontare una storia in parte inventata, spiegando che era nato in una famiglia di boscaioli, che era dovuto scappare per l’arrivo dei Normanni che avevano sterminato la sua famiglia (cosa peraltro falsa, ma era necessario per lui creare un legame emotivo con Mordecai) e che la sua fidata ascia, che aveva ricevuto in dono da sua padre (ma che in realtà aveva sottratto ad un guardacaccia ubriaco), era l’unico oggetto che era riuscito a mettere in salvo. Mentre i due discutevano seduti al tavolo sgangherato del vecchio, la sera calò placida sulla tranquilla vallata scozzese. Mordecai quindi, interrompendo con garbo la narrazione del suo giovane ospite, si avvicinò alla cassapanca per prendere una candela e due pietre focaie per illuminare un briciolo l’ambiente. Riportata la luce nella piccola casupola, il giovane si apprestava a riprendere da dove si era interrotto quando, tutto d’un tratto, i suoi occhi attenti come quelli di un falco individuarono uno strano riflesso metallico provenire dal collo di Mordecai. «Perdonate l’impertinenza, potrei chiedervi cosa parlate al collo?» «Ti riferisci a questa?» domandò il vecchio, tirando fuori dalla sua logora tunica una colonna composta da sette sbarrette rettangolari di metallo che sia facevano via via più lunghe da destra verso sinistra, come le canne di una siringa. «Vedi Galahad, questo è l’ultimo ricordo tangibile dei fasti di un tempo, l’unico gioiello della mia casata che sono riuscito a conservare: una collana di puro argento che mio padre aveva commissionato al più illustre orafo di questa parte di Scozia. Come ti ho già detto, però, non mi sento di dilungarmi oltre sul mio passato, anche perché è piuttosto tardi e ho molto sonno, visto pure lo sforzo che ho dovuto sostenere per trascinarti dentro».Così detto, il vecchio si andò a coricare nel punto in cui si era messo al risveglio di Galahad, mentre quest’ultimo si accomodò sul pagliericcio, dove però non riusciva a prendere sonno. Egli rimase disteso su quel cumulo di spighe secche per diverso tempo, rimuginato su un terribile dilemma: uccidere il vecchio e prendere la sua collana oppure desistere da questi istinti e iniziare una nuova vita da onesto scozzese? In passato egli aveva sì rubato e truffato uomini e donne di ogni età e ceto sociale, ma mai si era spinto così in là sulla strada della disonestà e della malvagità, mai aveva anche solo sfiorato di sottrarre la vita di una persona per appropriarsi indebitamente di un bene che non gli apparteneva. Eppure ora era diverso, ora aveva lì di fronte la possibilità di poter vivere di rendita, di poter avere il denaro necessario per avviare un’attività e non dover trascorre più la sua vita come un uccello di bosco, braccato giorno e notte dalle guardie e dalle sue vittime. Una migliore vita lo attendeva, un nuovo speranzo inizio era lì ad un passo, tutto ciò che voleva dalla vita era lì a portata di mano, e tutto quello che doveva fare era impugnare la sua ascia e vibrare un colpo secco al collo di quel vecchio sprovveduto. Un semplice gesto che valeva tutto, un solo, singolo attimo per avere tutto. E così fece.

     



    L'eremita di sangue (parte 1/2) | 5 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    L'eremita di sangue (parte 1/2)
    Contributo di: zio-silen on Wednesday, 14 November 2018 @ 21:00
    Nel prologo ripetizioni e qualche incongruenza.
    Lo leggerei meglio così:

    "anzi devo ammettere che ne è scaturito qualcosa di sensazionale e intrigante.
    Pertanto, senza ulteriori indugi, sono lieto di sottoporti il racconto scritto
    dall’ “Anonimo Scozzese” tradotto, riveduto e corretto dal sottoscritto".

    Il resto del componimento, cui mi dedicherò unitamente alla parte 2/2, lo considero ottimo con aprioristica fiducia.

    ---
    zio-silen

    [ ]

    L'eremita di sangue (parte 1/2)
    Contributo di: A.Sal.One on Thursday, 15 November 2018 @ 08:07

    Una stella a

    L'eremita di sangue (parte 1/2)

    Speriamo di poterne
    mettere due alla

    (parte2/2).

    ---
    if, as a poet, you think
    you're a big deal, you
    are probably a critic.

    [ ]

    L'eremita di sangue (parte 1/2)
    Contributo di: percefal on Thursday, 15 November 2018 @ 17:58
    Parte male l'espediente del prologo per una vicenda all'epilogo in fine prima parte. “E così fece:” fugò ogni dubbio circa il proseguo. Salvo l’assioma scritto in fondo al cuore di ogni uomo, vale “Dietro ogni grande fortuna c'è un crimine” così almeno dopo Honoré de Balzac e pure prima l’eremita poco saggio che esibisce, forse, il Sigillo di Salomone. Peccato per la molta carne ... --- «La figura del mio caos ha dimensione alcuna, punto.».

    [ ]

    L'eremita di sangue (parte 1/2)
    Contributo di: frame on Sunday, 18 November 2018 @ 18:48
    Il ritrovamento casuale di un testo antico, anche se poco originale, è sempre un ottimo pretesto per raccontare una storia. Del resto, l’espediente letterario ha precedenti illustri, si va dal messaggio in una bottiglia, alla lettera ritrovata tra le pagine di un libro, passando per antiche e misteriose mappe rinvenute in polverosi cassetti, bauli ammuffiti ecc.. ecc… Anche il prologo, cioè il discorsetto al proprio editore sa di vecchio e oltre tutto mi pare scritto un po’ di fretta, certamente sottotono rispetto al testo del racconto. La prima parte della storia non è male, anzi, non fosse per i numerosi refusi, (sviste più che errori), ti direi che è scritto bene, il problema semmai è la mia memoria, troppo corta per ricordare tutto fra un paio di mesi almeno. Ciao Franco. --- Frame

    [ ]

    L'eremita di sangue (parte 1/2)
    Contributo di: Lorens on Tuesday, 20 November 2018 @ 14:46
    ... un racconto interessante e ricco di minuzie descrittive
    in riferimenti storici con l'accompagnamento di dialoghi che
    sanno di verità per il protagonista oltre ai ricordi
    importanti per il passato dell'altro personaggio quale il
    vecchio Mordecai McVangelor ...

    Hai colto una Scozia a me cara, considerando che mia moglie
    è Scozzese nativa di Glasgow. Quasi ogni anno ci rechiamo in
    Scozia per far visita alla famiglia: sorelle, fratelli e
    nipoti. Insomma, con il tuo racconto mi sono sentito a casa
    mia, appunto tra le Highlands scozzesi e la Black Isle.

    Sei una ottima penna, la tua narrazione contiene una
    scrittura limpida e cristallina, a parte qualche refuso di
    distrazione o battitura che tu stesso potrai annotare e
    correggere.

    Attendo la seconda parte con curiosità tra due mesi ...

    ciao
    Lorens



    ---
    Lorens

    [ ]

    Opzioni  
  • Invia il Contributo a un amico
  • Contributo in Formato Stampa

  •  Copyright © 1999-2018 ..::Il Club dei Poeti::..
     Associazione Culturale Il Club degli autori Partita Iva e Codice Fiscale 11888170153
    Tutti i marchi e copyrights su questa pagina appartengono ai rispettivi proprietari.