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     Col grande falò di gennaio   
     Monday, 05 November 2018 @ 14:45
     Leggi il profilo di: nino vicidomini
     Visualizzazioni: 69

    Racconti

    Non so come riuscivano a starci, numerosi com’erano, in quell’ angusta abitazione.

    Una casa antica, di quelle larghe con la gàvëta, a metà soppalcata in legno e con qualche divisore sul piano terra a creare ulteriori ambienti.

    Maria, originaria dell’avellinese, aveva sposato Michele regalandogli una prole di ben dieci figli, tutti in vita e legati stretti al casato.

    Michele ebbe l’intraprendenza di trasformare quel basso in un posto vendita di frutta e ortaggi che risultò poi alquanto redditizio.
    L’intera parete adiacente all’ingresso fu occupata a terra dalle cassette con le mercanzie e, in alto, sino a raggiungere il soffitto, da una sfilza di chiodi cui era agganciata, a seconda delle circostanze, ogni sorta di ben di Dio.

    Spettacolo degli spettacoli, l’appesa di centinaia di meloni per il periodo natalizio e poi: agli, cipolle, sorbe, cachi, melograni, peperoncini forti, alloro, origano e quant’altro consentiva a farsi stipare come provviste.

    La stanza grande, con un piccolo vano annesso, s’immetteva in un cortile condiviso da altri due tipici appartamenti con relativo pozzo di acqua piovana, lavatoi e servizi igienici (si fa per dire) in comune; il tutto con uscita secondaria sul vico di traverso alla strada maestra.

    La postazione di vendita allestita all’ingresso principale dello stabile era un vero incanto, e in modo particolare di sera.
    Prendeva buona parte del marciapiede, allargandosi ad angolo sul vicolo dove parcheggiava il grande carretto intarsiato che serviva per il trasporto degli acquisti fatti al mercato ortofrutticolo di Torre Centrale.

    Quella postazione (allegoria della mia giovinezza) scandiva con meticolosa puntualità i colori delle quattro stagioni.
    A quei tempi la sveglia nel quartiere la davano i “chiamatori” che provvedevano a fare alzare, ai primi albori, quelli che lavoravano ai mulini e ai pastifici della prolifera zona vesuviana.
    Di buon mattino, a scuotere noi altri per andare a scuola, ci pensava Michele decantando con la possente voce tutta la roba fresca che aveva portato dal mercato.
    Un richiamo a distesa, un canto gradevole che ogni giorno cambiava parole.

    Maria con la sua stazza era al di sopra di tutto e di tutti, una sorta di madre padrona che decideva quasi ogni cosa, che s’interessava poco o niente dell’attività svolta dai suoi, ma che era sempre a conoscenza dei fatti ; una donna severa con le questioni di principio e buona come il pane nei momenti di affetto.
    Era lei che teneva la cassa, e quando c’era da cambiare qualche banconota da diecimila lire introduceva la mano nel petto estraendone un consistente malloppo che, dopo il cambio, riponeva di nuovo tra i seni prosperosi, quei seni esuberanti che avevano dato latte a volontà alla figliolanza.
    Un’analoga ricchezza a portata di mano in tanta indigenza stupiva finanche. Era l’epoca del rammendato e del riparato, anche i piatti erano ripresi dall’acconcia piatti e acconcia ombrelli.

    Col trascorrere degli anni la casa bottega si sfoltì; sei figli si sistemarono formando altrettante famiglie e i restanti quattro portarono avanti la baracca per tanti altri anni ancora: due maschi che nel corso delle serate uscivano per la vendita ambulante e due donne: la maggiorenne accudiva alle faccende domestiche e la più piccola spicciava la clientela.

    Fu allora che Michele, consumato dalla fatica, con la faccia da Popeye stava interi pomeriggi con la pipa di creta tra i denti a scartare qualche frutto marcio oppure, seduto davanti ad una sporta, sgusciando legumi da disseccare; se gli parlavi ti rivolgeva lo sguardo ma senza rispondere, al massimo annuiva o dissentiva con un cenno del capo.
    Mostrava tutto lo stress accumulato in anni di sacrifici, specie quando sonnacchioso si appisolava sulla sedia impagliata preferita.
    Maria, che pure aveva combattuto la sua battaglia, non lasciava trapelare la monotonia d’una vita condotta fra le mura domestiche.

    Sul quel volto solare si leggeva l’orgoglio per una esistenza pregna di soddisfazioni.
    Poi, quel giorno d’immane tristezza che fiaccò il riverbero nei suoi occhi di mare, offuscandoli di pianto; quel giorno che lasciò il vuoto profondo!

    L’inverno imbiancava la cima del Vesuvio.
    Nel largo, alla fontana, cresceva la legna da ardere al grande falò di gennaio.
    Quante pire appiccate per la festa del fuoco!..

    Bastò un alito lieve a smorzare una tenue fiammella.


     



    Col grande falò di gennaio | 2 Commenti | Crea un nuovo Account

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    Col grande falò di gennaio
    Contributo di: Armida Bottini on Tuesday, 06 November 2018 @ 09:55
    è bellissimo, da leggere d'un fiato. Bravo Nino! Questa è la storia di tutti. Ciao. --- Midri

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    Col grande falò di gennaio
    Contributo di: Carmen on Friday, 16 November 2018 @ 16:47
    Mi è piaciuto. Bella l' espressione " fiacco' il riverbero nei suoi occhi di mare" --- Non c'è amore del vivere senza disperazione del vivere. Albert Camus

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