Vicentini del Sud

Monday, 02 July 2018 @ 13:15

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Già da alcune settimane, Luigi teneva d’occhio quel bellissimo gattone e nella sua fantasia aveva sicuramente immaginato il gustoso risultato finale.
Passando da quelle parti, si soffermava ad ammirarlo per copiosi attimi; era così ben nutrito che scaturiva il lui i più disparati pensieri.
Ammiccava a bocca vuota e poi riprendeva a procedere col suo fare svelto, recandosi ad espletare qualche faccenda domestica oppure andava a fare quattro chiacchiere con gli amici al bar della piazza principale.
Quel giorno si soffermò più del solito, titubante alla presenza di Pio che abitava in quella zona e che sicuramente gli avrebbe potuto fornire qualche ragguaglio in merito al suo intento.
Gli si avvicinò, poi, e indicando il micione gli origliò:
- Ma di chi è quel gatto?
- È come se fosse nostro.
Gli rispose prontamente il ragazzo che all’apparenza poteva avere una quindicina d’anni, ma era già tanto sveglio, come accadeva a quei tempi per chi veniva svezzato col metodo antico.
- Vive qui da tanto tempo.
Puntualizzò subito dopo.
Luigi, sposato con prole, abitava anch’egli in quei paraggi e conosceva Pio da quando era nato così come conosceva i suoi familiari e la gente del circondario.

Sempre a voce bassa, gli spiegò per filo e per segno quello che stava macchinando dai giorni passati, al che, dopo ripetute insistenze, preso anche da una certa curiosità dovuta alla sua spiccata ingenuità, il ragazzo annuì.
A sua volta Luigi, senza perdere ulteriore tempo, gli diede incarico di procurargli un sacco di juta, cosa facilissima per lui trovandosi nei paraggi del grande deposito gestito dalla sua stessa famiglia che commerciava granaglie.
In pochi minuti il sacco fu bello e pronto e, con la sua abile destrezza, Luigi catturò l’innocua bestiola che stava aggrovigliata sonnacchiosamente su di una vecchia sedia impagliata che da tempo aveva fatta sua.
Come due ladri, successivamente, i due si appartarono in un attiguo caseggiato abbandonato ove Luigi, senza esitazione alcuna, con un colpo secco alla nuca, provvide ad ammazzare il felino dopo di che prese commiato dicendo che sarebbe andato a macellarlo e seppellirlo, poi, per alcuni giorni, dietro casa sua.
(L’identica procedura che si usava fare, allora, per i conigli).
Trascorsi i quali Pio, come da intesa già presa, provvide per le patate occorrenti a contornare i pezzi di carne sistemati in un ampio ruoto da portare al fornaio per la dovuta cottura.
Erano le dieci; verso mezzogiorno potevano ritornare per ritirarlo e così fecero.
All’ingresso si annusava già quel buon profumino che sveglia l’appetito anche a chi ha già pieno lo stomaco.
Pio non nascondeva la sua innata curiosità e rispondeva ammiccando ad ogni silenzioso interrogativo di Luigi che gesticolando metteva in essere tutta la sua verve partenopea.

Prima che parlassero loro il fornaio cominciò a scusarsi adducendo che, pochissimo tempo prima, aveva tirato dal forno la pietanza e ad un suo temporaneo allontanamento il micio del forno aveva sottratto una coscia dal ruoto e se l’era portata via.
Lo aveva pure rincorso, ma senza esito positivo.
A quelle parole calò una silenziosità totale che parve interminabile.
Nell’angolo a destra del forno, ai limiti di un tavolo sgangherato, sedeva donna Amalia moglie di Giovanni, era in avanzato stato di gravidanza e mostrava tutti i segni di una grande stanchezza fisica; anch’essa taceva tenendo il capo chinato e fissando il filato di lana che procedeva lavorato ai ferri.
A rompere il mutismo fu proprio Luigi che ironicamente puntualizzò:
- Ma no!.. È impossibile.
Gatto non mangia gatto.
Potete benissimo immaginare quello che ne venne fuori a quella secca affermazione.
Una vera e propria scena da teatro; dapprima muta e successivamente così eclatante da richiamare finanche l’attenzione di qualche vicino di casa, in apprensione per la sorte della gestante.
Donna Amalia con strane convulsioni cominciò a rimettere e ad ogni conato si agitava sempre più quel suo pancione che faceva impressione a guardarlo.

Prontamente a soccorrerla il marito esterrefatto che ad ogni suo contorcimento emetteva una colorita imprecazione nei confronti dei nostri due protagonisti che da parte loro continuavano a fare scena muta.
Passata la tempesta, al placarsi definitivo della moglie che aveva rimesso tutto quello che aveva nello stomaco, con pacatezza tutta sua, Giovanni si avvicinò all’orlo del forno, prese il ruoto e porgendolo ai due furfanti esclamò con tutta la rabbia che aveva dentro:
- Pigliateve stu coso, jatevénne e nun ve facite vedè’ cchiù…
(Prendetevi questo coso, andatevene e non fatevi più vedere)
Ma non fu così.
Eh sì!.. In prosieguo Giovanni ne dovette infornare ancora di gatti.
Da lì a poco il fatto divenne di dominio pubblico; ognuno sapeva dell’accaduto e la notizia arrivo anche all’orecchio di qualcuno che conoscendo i due nostri amici si lamentò a modo suo:
- E comme j’ natu ppoco aggia campà’ e nun me facite pruvà nu muorzo ‘e simpatia?
M’arraccumanno, ‘a prossima vota, nun ve scurdate ‘e me. –
(Mi resta poco da campare è mi private di assaggiare un morso di simpatia? Mi raccomando alla prossima occasione non ve ne dimenticate)
Per pronta risposta Luigi:
- Sarete servito don Francè’. -

Fu così che si riapri la caccia e si infornarono altri gatti per ulteriori banchetti alla luce del sole e non mancò un ulteriore episodio analogo al precedente.
Difatti, alla successiva occasione Tenendo fede alla promessa fatta all’ amico, prossimo a compiere i cento anni, Pio si apprestò per consegnargli una porzione della odierna infornata, ma giunto a casa del destinatario non vi trovò nessuno; la porta era socchiusa.
( A quei tempi, gli appartamenti si lasciavano aperti; non c’era gran che da rubare)
varcò l’uscio senza scomporsi deponendo a centro tavolo il piatto caldo emanante il suo odorino particolare e andò via per raggiungere Luigi ed amici che lo stavano aspettando.
Il giorno successivo camminando per il rione Pio si avvide che don Ciccio era in casa e, dopo averlo rispettosamente salutato, la domanda fu esplicita:
- ‘On Cì’ v’è piaciuto ? (Don Ciccio l’avete gradito?)
In pronta risposta
- Che cosa?
- ’A cuscezzólla ca v’aggio purtato ajere. –
(La coscetta che vi ho portato ieri)
- J’ nun aggio avuto niente. - (Io non ho avuto niente)
Replico fermamente l’interlocutore.
Comme ... Jo ve l’aggio lassata ncopp’ ’a tavola; era ancora vullenta; nun ce steve nisciuno, ch’avevo ‘a fa’? –
(L’ho lasciata sul tavolo che era ancora bollente; non ci stava nessuno, cosa dovevo fare?)

Al che don Ciccio, rivolgendosi alla moglie, gli chiese le dovute spiegazioni la quale, accondiscendo, ammise di non aver resistito a quel sottile profumino e che lo aveva mangiato lei (quel pezzettino di coniglio):
- Te ll’hé magnate Tu? ’O cuniglio? –
(L’hai mangiato tu? Il coniglio?)
Sonoramente gli scandì il marito.
- Eh sì.
Riconfermò la moglie.
- T’hè magnato ’a jatta… (Hai mangiato il gatto)
Precisò il marito.
Anche qui un lungo silenzio e tanto sbraitare con mazzate alla rinfusa per il nostro malcapitato Pio, ma a differenza dell’altra volta era passata la nottata e a digestione fatta non susseguirono atti di ribrezzo o altro; in fondo il morso di simpatia era piaciuto anche alla consorte di don Ciccio e quindi, sicuramente, in prosieguo le portate divennero due.

Che vi debbo ancora dire? Ove c’è gusto…

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