La chimica delle illusioni

Monday, 25 June 2018 @ 15:00

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Caro Diario,
sì sì, hai perfettamente ragione ad esserti preoccupato, d’altronde è da due settimane circa che non ti scrivo, ma credimi se ti dico che in quei giorni tornavo a casa stanco e stravolto. Mi chiedi perché? Semplice, tutta colpa del tanto atteso stage di chimica di cui ti avevo parlato tempo fa. Me l’ero immaginato come una sorta di scuola estiva a cui avrebbero partecipato almeno venti aspiranti chimici e che avrebbe previsto lezioni al mattino ed esperienze di laboratorio nel pomeriggio. Ebbene, devo smetterla di lasciar galoppare troppo la fantasia, se no la delusione si fa più dolorosa e cocente. Pensa che è bastato solo il primo giorno a smantellare il mio castello di carte. Ad essere sincero, quella mattina sembrava essere il mio classico inizio di giornata da studente liceale: sveglia presto, pullman per Pavia preso alla solita fermata, pennichella sui comodi (almeno per me) sedili e arrivo all’altra solita fermata. Certo, l’unica ma sostanziale differenza era che non dovevo andare verso il mio liceo (non per vantarmi ma, ci tengo a ribadirtelo, il liceo che frequento è il migliore di tutta la provincia pavese) ma dirigermi a quell’obbrobrioso edificio color verde pisello pastello che è il Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia. Così, in abbondante anticipo rispetto all’orario di ritrovo con la professoressa a capo del progetto, mi incamminai senza fretta verso la mia metà pieno di fiducia e tranquillità e, lo ammetto, anche con un pizzico di baldanza che non guasta mai, ignorando completamente che di lì a poco avrei passato una delle mezzore più stressanti della mia vita (non che il resto dello stage sia stato tutto rose e fiori, ma a quello ci arriveremo fra un po’).
Appena arrivato, mi diressi subito verso la segreteria di una sezione qualunque del complesso universitario per chiedere informazioni riguardo all’aula in cui si sarebbe tenuto l’incontro di presentazione. Per qualche ragione, ero assolutamente certo che le segretarie dell’università fossero di un livello superiore rispetto a quei quattro incompetenti che mandavano avanti, Dio solo sa come, la segreteria del mio amato liceo. Purtroppo, la realtà deluse le aspettative. Infatti non solo l’addetta cui mi rivolsi non sapeva nulla di nessuno stage, ma anche le segretarie degli altri settori erano all’oscuro di tutto. Così passai trenta interminabili minuti a girovagare da una parte all’altra dell’istituto come una pallina matta lasciata nelle mani di un bambino molto vispo e un tantinello sadico. Pateticamente disperato e ormai sull’orlo di una crisi di nervi (tanto che perfino uno dei conigli che zampettano allegri nel pacchetto all’interno del dipartimento, accortosi della mia condizione, mi si palesò per qualche istante per rincuorarmi), riuscì finalmente a trovare la sezione giusta, l’unica (ripeto, l’unica!) che mi mancava da esplorare poiché nascosta dagli altri edifici.
Tuttavia, una volta giunto a destinazione, mi resi conto che un fato beffardo (leggasi “sfiga”) aveva preso il mio ideale di stage, l’aveva ribaltato in negativo e infine l’aveva trasposto nella realtà: a frequentare il corso eravamo soltanto in tre, non erano previste lezioni teoriche e tutti gli esperimenti erano basati solo sui coloranti. Eppure, col passare dei giorni, ho incominciato a ricedermi e a pensare che forse il destino non era stato così crudele con me. Difatti, i miei due compari non erano il meglio del meglio visto che uno proveniva dal mio stesso liceo ma non si capiva proprio, era più da ITIS diciamo, e la cosa che gli riusciva meglio era bere birra nelle pause pranzo mentre l’altro era un piacentino donnaiolo dedito alle peggiori imprecazioni; pertanto un maggior numero di stagisti “aspiranti chimici” sarebbe stato l’equivalente del mio personale inferno in terra. Invece le esperienze di laboratorio, che sulla carta dovevano essere poco attraenti, si sono rivelate abbastanza interessanti e anche un po’ intriganti, soprattutto l’esperimento bonus con il luminol che, per un amante delle serie poliziesche come me, è come ritrovarsi all’interno della propria fiction preferita (possibilmente non come vittima). Tuttavia, non nascondo che avrei preferito imparare i compiti di un chimico e come svolgerli al meglio, anche se avessi dovuto soltanto star fermo ed osservare i miei due tutor all’opera (che, per lo meno, erano simpatici e affabili).
Comunque, alla fine dello stage, come ogni buon stage che si rispetti, ecco che arriva la fregatura: una presentazione powerpoint. Già, come conclusione alla nostra esperienza abbiamo dovuto (“abbiamo”, meglio “ho”, dato che mi sono dovuto sobbarcare tutto il lavoro considerando che i miei due colleghi, come avrai ben capito, non sono esattamente due menti, al massimo due teste di…legno) creare una presentazione powerpoint che verrà mostrata alla cerimonia di chiusura di tutti gli stage a settembre durante la quale i migliori lavori verranno premiati con una somma di denaro. A sentire parole magiche “somma di denaro” ho iniziato mettermi all’opera con dedizione ed impegno per far sì che la mia presentazione fosse qualitativamente un gradino superiore alle altre: ho usato titoli accattivanti basati sui giochi di parole, animazioni e transizioni a volontà ma secondo criteri logici e, dulcis in fundo, lo sfondo nero, il mio marchio di fabbrica. Beh, progetto bocciato! I miei tutor-censori me l’hanno bollata come “troppo appariscente e scenografica”, i titoli erano “poco comprensibili” e le animazioni “troppe”. E lo sfondo nero? E’ diventato bianco! Oh, che pugnalata al cuore! Sì sì, lo so che loro sono più esperti di me e sanno come bisogna impostare un presentazione in stile universitario, però…però, se dovessi vincere, che gusto ci sarebbe? Come potrei essere fiero di una vittoria conseguita tramite un qualcosa che non sento mio perché non è mio? Che onore c’è nel vincere se il merito non è tuo? Vabbè, è inutile star qui a filosofeggiare sul nulla e sopratutto a porre domande retoriche ad un oggetto animato. In fondo, potrei anche arrivare ultimo o conquistare la prestigiosa medaglia di legno, quindi è inutile preoccuparsi adesso, meglio pensarci in futuro. A proposito di futuro, chissà cosa avrà in serbo per me. Io questo non posso saperlo, ma non appena diventerà passato sappi, mio caro Diario, che tu sarai il secondo a conoscerlo (il primo sarò io, ovviamente).
Alla prossima avventura.

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