I quattro sensi di Gerontion

Wednesday, 23 May 2018 @ 10:00

Leggi il profilo di: franca canapini

I QUATTRO SENSI DI GERONTION


Con l’intento di omaggiare un poeta straordinario e di contribuire a mantenere viva la sua opera, convinta che dal punto di vista della poesia concettuale nessuno sia ancora riuscito a dire più e meglio, senza la pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo alla ricca esegesi delle sue opere, mi accingo ad analizzare il poemetto Gerontion di Thomas Stearns Eliot. Data la passione di Eliot per l’opera di Dante Alighieri e supponendo che il suo ermetismo si ispiri a quello dantesco, cercherò di analizzarlo secondo “i quattro sensi ”, ovvero le quattro chiavi di lettura indicate da Dante nel Convivio[1] come necessarie per comprendere la sua poesia.

Senso letterale [2]
Esporsi ad una prima lettura di Gerontion senza conoscere l’autore e il contesto storico-culturale in cui nasce il poemetto significa essere catturati dalla “favola del poeta” e cioè dal monologo sommesso e disperato di un “vecchio” e dal suo vigoroso pianto lirico. Con le parole iniziali “Here I am” si entra immediatamente nell’atmosfera: Gerontion presenta se stesso “an old men in a dry season” mentre un ragazzo gli legge, aspettando la pioggia. E subito si affretta a dichiarare di non essere stato un eroe. La sua casa, affittata da un ebreo che lo tallona, è in rovina. Fuori c’è una capra che tossisce, dentro una donna che starnutisce. Tutti correlativi oggettivi della desolazione che abita la sua “mente d’inverno”. Seguono immagini di personaggi, ma ci tiene a dire che non sono i suoi fantasmi; lui è solo un vecchio in una casa piena di spifferi. Passa a considerare la storia denunciandone gli inganni e i trabocchetti. Pensa all’uomo e al suo andare cieco nella storia e conclude che né eroismo né paura ci salvano. Pensa a una donna (forse un vecchio amore) e dichiara che non potrà starle vicino perché ormai, insieme all’uso dei sensi, ha perso le sue passioni. Inesorabilmente corriamo verso la morte, lui vuole solo essere spinto dagli Alisei in un angolo di sonno. Conclude circolarmente ribadendo che “Padroni della sua casa” sono i pensieri di un cervello arido in un’ arida stagione. Quello che ci ha affascinato e ci farà tornare a leggere Gerontion è l’autenticità del personaggio, l’atmosfera che l’autore ha saputo creare con la scelta delle parole e soprattutto la bellezza delle immagini di esseri e cose[3] che,
entrando in scena all’improvviso, apparentemente inopportune, provocano un senso di straniamento e sembrano sprigionarsi da una memoria altalenante, propria della vecchiaia che trattiene solo frammenti d’immagini infrante. Veniamo altresì colpiti da considerazioni così sintetiche e polisemiche che non si possono dimenticare[4]. A fine lettura ci ritroviamo affascinati e insoddisfatti. Molto di ciò che l’autore dice l’abbiamo sentito ma non l’abbiamo compreso, perciò siamo spinti a cercare cosa nasconde il suo dire velato.

Senso allegorico[5]
Americano, studente dell’Università di Oxford, dove si dedica agli studi su Dante e sul BhagavadGita, appassionato dei poeti Simbolisti (Laforgue, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), T. S. Eliot, ottenuto il Master of Art, nel 1910, si trasferisce a Parigi per seguire le lezioni di Bergson e studiare Dante alla Sorbona. Grazie a una borsa di studio, nel 1914, si stabilisce a Londra, dove stringe un proficuo sodalizio letterario con Ezra Paund. Nel 1917 inizia la stesura di Gerontion, pubblica il suo primo volume di poesie “Prufrock and other observations” e scrive il saggio “Tradition and Personal Talent”, fondamentale per la comprensione della sua poetica allusiva e polisemica e dello stesso Gerontion. In “Tradition and Personal Talent”, il poeta propone “una concezione della poesia come unità vivente di tutta la poesia che sia mai stata”. Secondo lui, il testo poetico è un concentrato di sapienza conquistata dagli autori passati e di
talento del nuovo poeta che deve sapersi spersonalizzare[6]. Nell’opera “nuova” si deve sentire la presenza dei poeti precedenti tanto da renderli simultanei e annullare il tempo storico.
Alla luce di quanto affermato nel saggio, scopriamo che Gerontion (pubblicato nel 1920 nella raccolta Poems) è conforme alle teorie estetiche del suo autore: la nuova parola sembra autogenerarsi da quella dei poeti passati; la voce dell’autore è insieme la loro voce e la sua voce. L’opera si svela essere un intarsio contenente gli echi di tante voci a partire dalla splendida epigrafe i cui versi sono tratti da “Measure for measure” di Shakespeare. Critici anglosassoni suggeriscono che a fare da palcoscenico a Gerontion è La vita di Benson di Fitzgerald, Henry Adams invece gli fornisce la filosofia della storia, W. Blake, la Bibbia e i teologi inglesi l’immagine di Gesù “tigre” e “wrath-bearing cross”; infine molti versi derivano dalle letture dei drammi elisabettiani e giacobini. Anche i nomi dei personaggi hanno valore simbolico: ad esempio Gerontion richiama nel suo etimo la vecchiaia, Silvero l’argento e quindi il denaro e di conseguenza la società materialista e avida di quei tempi(ma anche del nostro!). Così, se tutte le espressioni del poema sono polisemiche e simboliche, non possiamo certo ritenere il protagonista Gerontion un semplice vecchio o un vecchio qualunque; è “la vecchiaia” culturale del mondo occidentale. Il “talento” di Eliot ha creato un personaggio allegorico. Gerontion è tutti noi, è l’allegoria dell’uomo occidentale, sempre più arido e disincantato, sempre più lontano dalla spiritualità e per questo angosciato di non riuscire a trovare chiarezza nel Logos, spaventato dal sopraggiungere di Cristo la tigre in pieno maggio di depravazione, costernato di non saper coglierne il messaggio d’amore e sacrificio. Ogni personaggio diventa archetipo, ogni guerra è “le Termopili”. Il tempo si annulla, il dramma dell’umanità si ripete all’infinito.

Senso morale[7]
All’indomani della Grande guerra, Eliot propone una riflessione sulla storia vista come indecifrabile dall’uomo. Per Gerontion l’intero passato non ha niente da insegnarci. L’unica conoscenza che possiamo trarne è quella della nostra impotenza, della casualità del nostro destino, dell’irrilevanza della nostra esistenza. Rendere consapevole l’umanità della propria condizione e di ciò che l’ha causata e la causa è il messaggio etico nascosto nell’intarsio poetico. Ma se la riflessione sulla storia è del tutto negativa e il messaggio morale sfocia nel nichilismo, qua e là nel poemetto, troviamo immagini ambigue[8] che vogliono offrirci un qualche spiraglio di speranza.

Senso anagogico[9]
Probabilmente il loro significato nascosto è proprio l’invito a recuperare una profonda spiritualità per uscire dal nichilismo. Per questo alcuni critici hanno indicato Gerontion come espressione della fase purgatoriale di Eliot in cui l’umanità soffre cosciente di soffrire per ottenere “la pioggia” della purificazione e recuperare il contatto con il divino.[10]

Anche dopo l’analisi operata, la bellezza artistica della “favola del poeta” resta intatta e continua a meravigliarci per la solida struttura circolare, per l’uso del tutto originale del blank verse, per la musicalità e soprattutto per il tono capace, con le sue dissonanze, di trasformare Gerontion in una potente figura archetipa.





BIBLIOGRAFIA

ELIOT, Bompiani, 1961 – traduzione e introduzione di Roberto Sanesi ( Filippo Donini – Salvatore Rosati)
Thomas Stearns Eliot – Tradition and the Individual Talent in The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism (1922)
Istituto Italiano Edizioni Atlas – Percorso monografico – Thomas Stearns Eliot, l’autore e la sua opera
Gerontion by T. S. Eliot: Summary
Gerontion by T. S. Eliot: Critical Analysis
Carmen Gallo: Costellazione Gerontion in Le parole e le cose (2 febbraio 2017)
Dante Alighieri - Convivio, II, cap. 1
Mario Luzi – Grandezza di Eliot, in “L’Approdo”, V, XI, Roma, 1965
Eugenio Montale – Ricordo di T. S. Eliot – Corriere della sera, 6 gennaio 1965





GERONTION

Thou hast nor youth nor age
But as it were an after dinner sleep
Dreaming of both.

Here I am, an old man in a dry month,
Being read to by a boy, waiting for rain.
I was neither at the hot gates
Nor fought in the warm rain
Nor knee deep in the salt marsh, heaving a cutlass,
Bitten by flies, fought.
My house is a decayed house,
And the Jew squats on the window sill, the owner,
Spawned in some estaminet of Antwerp,
Blistered in Brussels, patched and peeled in London.
The goat coughs at night in the field overhead;
Rocks, moss, stonecrop, iron, merds.
The woman keeps the kitchen, makes tea,
Sneezes at evening, poking the peevish gutter.
I an old man,
A dull head among windy spaces.
Signs are taken for wonders. ‘We would see a sign!’
The word within a word, unable to speak a word,
Swaddled with darkness. In the juvescence of the year
Came Christ the tiger
In depraved May, dogwood and chestnut, flowering judas,
To be eaten, to be divided, to be drunk
Among whispers; by Mr. Silvero
With caressing hands, at Limoges
Who walked all night in the next room;
By Hakagawa, bowing among the Titians;
By Madame de Tornquist, in the dark room
Shifting the candles; Fräulein von Kulp
Who turned in the hall, one hand on the door.
Vacant shuttles
Weave the wind. I have no ghosts,
An old man in a draughty house
Under a windy knob.
After such knowledge, what forgiveness? Think now
History has many cunning passages, contrived corridors
And issues, deceives with whispering ambitions,
Guides us by vanities. Think now
She gives when our attention is distracted
And what she gives, gives with such supple confusions
That the giving famishes the craving. Gives too late
What’s not believed in, or is still believed,
In memory only, reconsidered passion. Gives too soon
Into weak hands, what’s thought can be dispensed with
Till the refusal propagates a fear. Think
Neither fear nor courage saves us. Unnatural vices
Are fathered by our heroism. Virtues
Are forced upon us by our impudent crimes.
These tears are shaken from the wrath-bearing tree.
The tiger springs in the new year. Us he devours. Think at last
We have not reached conclusion, when I
Stiffen in a rented house. Think at last
I have not made this show purposelessly
And it is not by any concitation
Of the backward devils.
I would meet you upon this honestly.
I that was near your heart was removed therefrom
To lose beauty in terror, terror in inquisition.
I have lost my passion: why should I need to keep it
Since what is kept must be adulterated?
I have lost my sight, smell, hearing, taste and touch:
How should I use it for your closer contact?
These with a thousand small deliberations
Protract the profit of their chilled delirium,
Excite the membrane, when the sense has cooled,
With pungent sauces, multiply variety
In a wilderness of mirrors. What will the spider do
Suspend its operations, will the weevil
Delay? De Bailhache, Fresca, Mrs. Cammel, whirled
Beyond the circuit of the shuddering Bear
In fractured atoms. Gull against the wind, in the windy straits
Of Belle Isle, or running on the Horn,
White feathers in the snow, the Gulf claims,
And an old man driven by the Trades
To a sleepy corner.
Tenants of the house,
Thoughts of a dry brain in a dry season.




Gerontion (1920)
T.S. Eliot

Non sei né giovane né vecchio,

Ma è come se in un sonno dopo pranzo

Sognassi di entrambe queste età.

Sono qui, un vecchio in un mese secco
un ragazzo mi legge in attesa della pioggia.
Non fui ai cancelli di fuoco
non combattei nella pioggia calda
non combattei affondando ginocchia nella palude salmastra
agitando una sciabola tra i morsi delle mosche.
La mia casa è una casa caduta,
e sul davanzale sta acquattato l’Ebreo, il padrone,
generato in un bistrot di Anversa,
pieno di piaghe a Bruxelles, rappezzato e mezzo nudo a Londra.
La capra di notte tossisce nel campo sovrastante;
rocce, muschio, erbacce, ferraglia, merde.
La donna tiene la cucina, prepara il tè,
di sera starnutisce, picchiettando con le dita lo scolo irritato.
Un vecchio,
testa ottusa tra spazi di vento.
Segni presi per miracoli. “Vogliamo vedere un segno!”
La parola dentro una parola, incapace di dire una parola,
avvolta in fasce di buio. Nella giovinezza dell’anno
venne Cristo la tigre
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda in fiore,
per essere mangiato, per essere spezzato, per essere bevuto
tra i bisbigli; da Mr. Silvero,
con mani premurose, che a Limoges
camminò tutta la notte nella stanza accanto;
da Hakagawa, che si inginocchiava tra i Tiziano;
da Madame de Tornquist, che spostava candele
nella stanza buia; da Fräulen von Kulp
che nell’ingresso si voltò, una mano sulla porta.
Spole vacanti
tessono il vento. Io non ho fantasmi,
un vecchio in una casa di spifferi
ai piedi di un poggio ventoso.

Dopo questa conoscenza, quale perdono? Pensa ora,
la storia ha molti passaggi astuti, corridoi e varchi
forzati, ci inganna bisbigliando ambizioni,
ci guida con le vanità. Pensa ora,
ci dà solo quando la nostra attenzione è distratta
e ciò che dà, lo dà con tanta rapida confusione
che il dare affama il desiderare. Dà troppo tardi
ciò a cui più non si crede, o se ancora gli si crede
solo nel ricordo, passione riconsiderata. Dà troppo presto,
in deboli mani, ciò che crediamo ormai superfluo
così che il rifiuto propaga la paura. Pensa,
né la paura né il coraggio ci salvano. Vizi innaturali
hanno per padre il nostro eroismo. Le virtù
ci sono imposte dai nostri crimini impudenti.
Queste lacrime vengono giù dall’albero scosso della collera.
La tigre balza nel nuovo anno. Noi lui divora. Pensa ora,
non arriviamo a una conclusione se io
intirizzisco in una casa in affitto. Pensa infine,
che non ho fatto questo spettacolo per niente
e nemmeno perché costretto
dai demòni che si guardano dietro.
Vorrei c’intendessimo su questo punto, onestamente.
Io che ero vicino al tuo cuore ne fui cacciato
perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nell’inquisizione.
Ho perduto la mia passione: che bisogno avrei di conservarla
se ciò che si conserva si corrompe?
Ho perduto la vista, l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto:
come potrei usarli per sentirti più vicino?
Questi, con mille piccole deliberazioni,
prolungano il profitto del loro gelido delirio,
eccitano la membrana con salse pungenti
quando il senso ormai si è raggelato, moltiplicano la varietà
in una foresta di specchi. Cosa farà il ragno,
sospenderà le sue operazioni, e la calandra
le ritarderà? De Bailhache, Fresca, Mrs. Cammell, gravitavano
oltre l’orbita dell’Orsa tremolante
in atomi franti. Gabbiano controvento, negli stretti pieni di vento
di Belle Isle, o in picchiata verso Capo Horn.
Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo,
e un vecchio spinto dagli alisei
in un angolo pieno di sonno.
Inquilini della casa,
i pensieri di un cervello secco in una secca stagione.



[1] - “Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi…” Dante Alighieri – Convivio - Libro II – Cap.1

[2] - “L’uno si chiama litterale, e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti…” Dante Alighieri, op. cit.

[3] - “Un vecchio, testa ottusa tra spazi di vento”…“Nella giovinezza dell’anno venne Cristo la tigre…”…“spole vacanti tessono il vento”…“La tigre balza nel nuovo anno, ci divora”…“Cosa farà il ragno, sospenderà la sua tela?”

“De Bailhache, Fresca, Msr. Cammel, gravitavano oltre l’orbita dell’Orsa maggiore in atomi franti”…“Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo, e un vecchio spinto dagli Alisei in un angolo di sonno” T. S. Eliot - Gerontion

[4] - “Penso ora, la storia ha molti passaggi astuti, corridoi e varchi forzati, ci inganna bisbigliando ambizioni, ci guida con le vanità…” “Io che ero presso al tuo cuore ne fui scacciato, perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nella ricerca…” T. S. Eliot - Gerontion

[5] - “L’altro si chiama allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto ’l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna...”Dante Alighieri, op. cit.

[6] - “…più perfetto è l’artista, più totalmente separati in lui saranno l’uomo che soffre e lo spirito che crea…” T. S. Eliot – Traditione and Individual Talent in The Sacred Wood: Essays on Poetry and Criticism (1922)

[7] - “Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti…” Dante Alighieri, op. cit.

[8] - “…waiting the rain”… “…the tiger springs in the new year. Us he devours…” T.S. Eliot – Gerontion

[9] - “Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria…” Dante Alighieri, op. cit.

[10] - “…L’intelligenza intrepida e la carità difficile ma costante per il mondo dilacerato del suo tempo, in cui ha però insinuato il tormento di esigenze integrali, di paragoni definitivi, pongono Eliot in un punto del quadro letterario del nostro secolo, rispetto al quale qualsiasi altro appare periferico…” Mario Luzi – Grandezza di Eliot. In L’Approdo, Roma, 1965






2 Commenti



http://vetrina.clubpoeti.it/article.php?story=2018052222442951