Like a rolling bone …

Wednesday, 16 May 2018 @ 16:00

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    Il gabinetto RS/33, senza servizi e manco portafoglio, emana forte odor d’arrosto,
    nessuna griglia in vista e di pasto neppure l’ombra.
    Carne cotta dal sole senza sale i miei arti svegli e il sangue che ribolle: Neppure mi ero accorto di dormire, pochi istanti e ora, le mie mani strette
    agli attributi fanno da ponte a quell’essenza, odore che traghettano verso le narici. Iceberg da sciogliere e incendiare che non è mera fiamma e, vapore o cenere sarà mai,
    punto è detto che bisogna bruciare presto, anche se è destino universale.
    Gelo incandescente non è ossimoro ma mutamento del cielo,
    della terra e del sistema dei pianeti ordinati.
    Mutamento che più niente e nessuno vedranno, eccezione fatta per sintesi e malintesi.
    Archiviati classici studi e psicologia, con pancia piena e nessun dolore articolare
    di osso troncato o di corpo estraneo richiesto o di nome finito ci s’intende alla perfezione. Fatte le debite premesse del caso, la parola “mi” stupisce e mi si schianta sul capo all’uso,
    già in dirittura d’arrivo e senza essere partito.
    Partito per un viaggio nell’orrore senza ossigeno negli ammassi di stelle rotanti che pulsano
    l’ultimo confine del visibile nell’immaginazione a ritroso fino al punto primordiale che
    poi è sola frazione del tempo. È parte dello spazio e di quello che
    non sappiamo neppure nominare e non ci saranno più la mia bocca e gli occhi bambini
    a fissare tutto questo fiume di luci e masse urticanti e parole, frasi spezzate,
    apnee riunite che se fermate sono migliori. Ferma tutto, reclamo un gesto, un suono di comprensione esiziale.
    Vale il mantra che scorta: morte, morte, Madonna e cerchio la sorte senza avere capito una mazza
    manco il mio organo con le sue smanie e i turgori che non cedono e non soddisfano mai
    in nome di una leggera afasia la parola “privata” e parimenti Amnesia.
    È quanto di vivo mi resta e mi rimanda lo specchio senza l’immagine riflessa
    di un vampiro che mi tiene in vita, che indugia sulla lingua ipertrofica
    di papille avide di liquido rosso che inonda spazi e interstizi del gusto
    per tutti i nomi dei santi dal Sangiovese in avanti...
    Marzano, Daniele e Carlo, per patate dorate e croccanti, residuo di un sogno.


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