La mappa rovesciata

Wednesday, 16 May 2018 @ 15:30

Leggi il profilo di: Bruno Amore

Correva l'anno 2059 d'occidente.
All'ombra del grande vecchio sicomoro, si teneva il consiglio della tribù.
- Paziente e savio Moabra, perdona questo povero figlio preoccupato se ti sollecita con i suoi timori, ma un altro gruppo di gente bianca, attraversando il deserto e la savana, è arrivato al villaggio, bisognosi di tutto. Sono più malconci di quelli della luna passata. Pallidi come la cenere e mandano un cattivo odore di malattia, uomo medicina. Ormai sono diventati tanti e la nostra gente si lamenta. Non sanno fare nulla, vorrebbero mangiare e bere cose strane, scambiano i loro strani oggetti colorati coi nostri feticci ma, il peggio, è che i nostri giovani cercano di imitare i loro modi e qualcuno ha già problemi di salute. Quelli tossiscono e sputano di continuo, dicono che l'aria del loro paese non era più buona, sono dovuti fuggire per sopravvivere, che neppure le tante pozioni che hanno preso nulla possono più. Noi dobbiamo costruire per loro le capanne che non sanno alzare; guidarli all'acqua che non sanno trovare; tenerli lontani dai pericoli degli animali che non conoscono e, alla sera, accendere il fuoco perché si scaldino. Abbiamo cercato d'insegnar loro i rudimenti di questa vita, ma sono svogliati, deboli e indolenti e - perdona - poco intelligenti. Le scorte di miglio si assottigliano, seppure non lo mangino volentieri, preferiscono quei cibi alieni che portano le carovane di passaggio e bevono liquidi colorati che gonfiano la pancia, poi si ammalano e curarli, deboli e gracili come sono, è difficile. Dobbiamo pensare al futuro della nostra gente, e vedere cosa è meglio anche per questi stranieri e agire prima che sia tardi.
Si sedette, Aminha, consigliere giovane, avvolgendo le striminzite membra, nella coperta colorata.
Sono Zago, capo di guerra del villaggio sulla riva. Sapete che non amo le mezze misure, quindi dico subito che la soluzione che vedo è : cacciamoli via dalle nostre terre, prima che ne vengano altri, magari malati di morbi incurabili.
Sono Maludha, sciamano della nazione Ubadhi. Ho fatto riti propiziatori e cercato risposte nelle viscere dei corvi. Gli piriti della savana, tutti, dicono che siamo in pericolo. Gli antenati non approverebbero la nostra inerzia. Questi hanno vite diverse, abitudini diverse, amano e fanno cose diverse da quelle a noi care. Che faremo quando sporcheranno i nostri totem o li abbatteranno per alzare i loro? I figli non rispetteranno i padri e le madri, i vecchi saranno abbandonati alla morte per fame, perché i giovani vogliono già vivere senza cacciare, zappare, irrigare, come gli stranieri.
Lentamente, con voce impostata e tenendo gli occhi fissi sul rosario che sgranava in continuazione, il vecchio capo Moabra, disse:
- Ho riflettuto molto da quando questi stranieri hanno cominciato ad arrivare a ogni buona stagione, più numerosi. La Legge della savana e della foresta dice di accoglierli perché nessuno sia solo in questo mondo e ho ricordato di quanti dei nostri fratelli sono andati nelle loro terre in tempi lontani e spero con fortuna, poiché non sono più tornati. Ora la nostra semplice vita è minacciata da gente che non sa, non apprezza, non capisce quello che amiamo. Temo che una volta insediati qui, dove è possibile la vita sana che hanno perduto, vogliano riprodurre in qualche modo il mondo che hanno lasciato. Che fare? Possiamo scacciarli come suggerisce Zago! Lasciare che da soli tentino di sopravvivere, in qualche modo, via dai nostri villaggi, oppure possiamo insegnar loro come vivere qui. Sempre un grande rischio per noi e la nostra esistenza, in tutte le forme che abbiamo conservato. Gli spiriti della savana ci hanno condotto a questi giorni con le scelte che nel passato i nostri antenati hanno fatto: abbracciare il fratello che è della stessa sostanza nostra e del padre di tutti. La sofferenza che ne potrà venire è il cemento per tutte le generazioni future.
Nell'anno 3.000 del calendario universale, sulla vetta del Kilimangiaro, Africa, è stata inaugurata la statua - in diamante artificiale - del Capo Moabra, che con la sua lungimiranza salvò dall'estinzione la gente di razza bianca del pianeta Terra.

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