Storia di Erminia

Thursday, 26 April 2018 @ 12:30

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Era stata una volta sola in mare Erminia, ma di quella volta ricordava ogni singolo istante.

Lei, donna di pianura, era rimasta senza fiato davanti a tutta quell’acqua che le era apparsa in lontananza dopo una lunga curva del treno. In principio aveva esitato, non riuscendo bene a comprendere come potesse essere quell’immensa distesa blu che appariva e scompariva dal finestrino, la stessa di cui aveva letto tante volte nei libri. Poi si era alzata in piedi e non si era più staccata dal vetro, troppo sorpresa persino per accorgersi degli altri passeggeri che circolavano in corridoio. Era rimasta lì sin quasi alla stazione, e scendendo dagli scalini in quella luminosa giornata d’aprile, aveva avvertito la salsedine solleticarle le narici per la prima volta.

Poco dopo il rumore delle onde che si frangevano sul molo l’aveva colpìta come musica; e le era venuta voglia di ridere e di piangere insieme, non riuscendo con lo sguardo ad abbracciare tutto quel blu che le rumoreggiava insistente nelle orecchie e nel fondo del cuore.

Erminia viveva così il suo grande amore, quello per il mare; e senza saperlo incontrava nello stesso momento colui che sarebbe diventato il suo sposo.

Dopo la partenza, abbandonata la numerosa e chiassosa compagnia di amici al bar della nave diretta a Napoli, si era allontanata in un passeggiata solitaria sul ponte più alto con l’inseparabile libro di poesie sotto braccio ma senza riuscire a distogliere lo sguardo dalla spuma delle onde, col vento a scompigliarle i capelli. Un vento deciso che la faceva lacrimare; e fu proprio credendo di vederla piangere che un giovane le si era avvicinato timidamente, chiedendole:

- ehi, ti senti bene…?

Riconoscendo in lui uno dei ragazzi del paese vicino, facenti tutti parte della stessa comitiva, lo aveva guardato come sorpresa di trovarlo lì, e gli aveva risposto con un sorriso ingenuo:

- non…non è bellissimo tutto questo…intendo dire…sì, il mare…?

Osservandola stupito le aveva offerto il fazzoletto poi, prendendola per mano l’aveva trascinata dolcemente con sè verso il parapetto.

- Vedi, è solo acqua – le aveva sussurrato indicando il mare.

Lei non ne conosceva il nome, ma sentiva di potersi abbandonare a quel ragazzo dai gesti dolci, come lo avesse conosciuto da sempre. Così si erano persi a parlare di ogni cosa passasse loro per la testa sino a quando gli spruzzi di un’onda più forte delle altre li aveva inzuppati. Le risa avevano superato lo stupore, ed erano solo due ragazzi felici che si erano abbracciati come fosse la cosa più naturale de mondo.

Fu quello il primo abbraccio con Vittorio.

Altri ne sarebbero arrivati poi, giorno per giorno, sin che Erminia aveva imparato a conoscere quel giovane che le parlava a bassa voce, e schivo rifuggiva dalle compagnie chiassose degli amici di lei. Lui, che solitario stava in disparte mentre tutti si divertivano, che non partecipava a feste o cene, sempre così riservato e sobrio. E mai che lei si fosse accorta di quella luce sinistra che gli brillava negli occhi ogni volta che gli si spogliava davanti. Mai uno sgarbo, una parola di troppo, o una semplice disattenzione dell’uomo.

Finalmente giunse il giorno del matrimonio e la scelta, fatta da Vittorio per entrambi. di vivere insieme lontano dalle rispettive famiglie.

Per Erminia fu un colpo, ma per amore si adattò a vivere in una nuova terra, lontana dagli agi ed a contatto con la natura. La casa, una antica costruzione in sasso, sorgeva ai piedi di un monte, isolata dal resto del mondo e a diversi chilometri dal paese più vicino. Non era ciò che lei aveva sperato, ma fece buon viso all’entusiasmo del marito, convincendosi che si sarebbe abituata.

Ma ad una cosa però Erminia non avrebbe mai fatto l’abitudine.

Quel giorno, appena dopo essersi trasferiti, rappresentò per lei tanto la fine quanto l’inizio. Saldamente legata al letto aveva immaginato si trattasse di un nuovo gioco d’amore; ma ben presto aveva scoperto di essersi amaramente sbagliata. Vittorio aveva iniziato a picchiarla con studiata violenza, prima a mani nude, poi infliggendole ogni sorta di sevizie con bastoni e qualsiasi oggetto gli passasse per le mani. Ad ogni colpo lei vedeva negli occhi di lui il godimento folle dell’uomo represso, lo sfogo di una liberazione mai nemmeno sospettata.

Erminia non si capacitava di quanto le stava succedendo e lo supplicava di smettere, ma più lei implorava, più lui si eccitava. Due giorni durò quell’inferno per la donna; con brevi pause solo per farla andare in bagno e per nutrirla; in quelle occasioni, quando si avvicinava al letto, Vittorio era persino gentile, la imboccava come un bambino, poi le accarezzava la testa, ed asciugandole le lacrime e le ferite le sussurrava parole rassicuranti: tu sei il mio amore, lo capisci questo vero..?

Erminia non si riprese mai più. Cadde in uno stato di sottomissione totale ed in un mutismo ostinato cui lui non seppe più dare voce. Non che la cosa gli importasse più di tanto; per lui Erminia aveva sempre rappresentato il mucchio di carne sul quale un giorno sfogare le proprie voglie, e la cosa era ora sancita dall’ufficialità del matrimonio Ma non erano solo le proprie voglie ad essere soddisfatte. Passati pochi mesi l’uomo aveva iniziato ad invitare nuovi amici, più spesso persone mai viste, per assistere alle loro esperienze. E dopo poco aveva anche iniziato a farli attivamente partecipare alle orge, con l’unico scopo di spassarsela con quel corpo martoriato di donna che ormai, svuotata di ogni volontà, era in suo potere.

* * *

Erminia siede in cucina con lo sguardo assente sulla tv accesa; colori piatti per sfondo, e piatti colorati sulla tavola già riapparecchiata sin dalla fine del pranzo. Col vestito nero a fiorellini ed i capelli raccolti all’indietro in una coda non troppo invadente, Erminia veste i suoi cinquant’anni con quello che le capita addosso giorno per giorno. La pelle con poche rughe, solo qualche linea marcata all’angolo degli occhi, ed uno sguardo spento che nasconde però una scintilla in profondità, questo è la donna mentre seduta sulla sedia impagliata accanto alla finestra s’ipnotizza alle note magiche della chitarra di Luis Salinas che escono come un torrente dallo stereo. Alle pareti libri, a centinaia, unico suo appiglio in una vita disastrata.

Tra le mani tiene uno dei mille lavori a maglia iniziati e mai terminati, già ben sapendo come sarà il lavoro finito appena giunta alla metà. Che da tanto è morto il tempo della curiosità.

Da dietro il vetro lo sente zappare, nell’orto accanto alla casa, come fosse un contadino qualunque e non quello che in realtà è: l’ignobile assassino che ha sposato tanti anni fa. Ma un assassino particolare, con una sola vittima designata: lei, e con un omicidio reiterato nel tempo, giorno dopo giorno.

Al rumore secco della zappa che incontra qualche pietra intuisce il suo movimento, i piccoli tocchi ripetuti ed ossessivi a sminuzzare e frantumare zolle, poi il chinarsi a raccogliere il sasso e gettarlo di lato. Qualche erbaccia strappata a formare mucchio con radici estirpate dal terreno ed un inverno lungo ed ignoto davanti come spettro, questo vede senza guardare la donna attraverso il vecchio muro di sasso.

E vede gli arnesi, ordinati nel capanno, e lui che fra poco tornerà nella stalla…

* * *

Il manico del piccone gli sembra irraggiungibile; con sforzo sovrumano riesce ad alzare il braccio sino a far posare la mano sul legno che gli corre trasversale vicino al torace.

Non farò in tempo ad invecchiare in questo corpo – così pensa Vittorio mentre sta per esalare l’ultimo respiro.

Inchiodato al vecchio portone della stalla dalla punta di un piccone ormai non avverte quasi più dolore. Dopo la prima fitta lancinante quando l’arnese gli ha trapassato un polmone fracassandogli qualche costola, si è calmato e ragiona respirando con crescente fatica.

L’ineluttabilità della situazione gli era apparsa palese subito dopo essere stato colpito; ma non si era disperato più di tanto, segno che se avesse guardato in profondità dentro di sé forse non gli sarebbe nemmeno troppo dispiaciuto fare quella fine, magari inconsciamente aspettandosela, e forse anche ritenendo di meritarla.

Dal costato ogni tanto gorgoglia una schiuma rossastra, ma il ferro occlude ancora la ferita ed impedisce al sangue di uscire copioso.

Il contatto col legno conosciuto lo rincuora e sorride tra sé pensando alle piccole mani una volta candide e dalle unghie curate che poco prima hanno inferto il colpo con insospettata violenza.

Istintivamente cerca il suo sguardo nella penombra della sera ma non riesce nell’intento. La vista gli si annebbia ma lui sente che lei è ancora là, da qualche parte seduta in silenzio nel buio della stalla ad osservarlo morire.

Vittorio sa bene che non vedrà più quegli occhi implorare, né sentirà più i suoi gemiti o le suppliche. Ora l’unico rantolo è il suo, e si fa sempre più lieve, sempre più lieve… Un tremore convulso alle gambe è l’ultimo atto della sua vita, poi il capo gli crolla di lato, e dalla bocca un filo di bava rossastra gli cola sul mento.

Nel buio un rumore di sedia che cade, poi un sospiro liberatorio.

* * *

- Commissario, questa è la lettera che abbiamo trovato accanto al corpo della donna – disse l’agente porgendole un foglio.

Inforcando gli occhiali, il funzionario si avvicinò alla luce fioca della lampadina nel cortile ed iniziò a leggere. Erano solo poche righe, vergate da una calligrafia minuta e regolare, ma dal significato ignoto; tuttavia all’Ispettore Alice De Rossi dettero l’impressione di un messaggio che fosse diretto a lei, da donna a donna.

Sembra banale, ma è così.

Ci si abitua al tempo, che non cambia a piacimento; alla mano che non si muove, ci si abitua al dolore, ad ogni sapore, e a quel colore che una volta non si sopportava.

Ci si abitua all’assenza, alla distanza, alla lontananza, al riluttante amore che non comprende; si fa di ogni dolore un Karma, una cosa che non promette ma non pretende.

E si fa l’abitudine al respiro sporco e malato della consuetudine, quasi fosse ossigeno ad alimentarci e non scorie.

Si fa d’ogni sogno deluso un fascio, da portare in spalla come castigo, trattenendo i propri demoni al guinzaglio come cani.

Si, ci si abitua a tutto.

Ed è come morire prima del tempo.

Erminia.""

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