Davai Bistré

Thursday, 26 April 2018 @ 12:00

Leggi il profilo di: nino vicidomini

Quante volte Francesco l’aveva udito quell’incalzante “Davai bistré!” (Avanti presto), nelle lunghe e infinite marce che terminavano nei campi di prigionia, forse cento, forse mille volte!..
Anche adesso sembrava come se glielo stessero intimando allo stesso modo e per l’ennesima volta, invece no; è stato proprio per l’ultima volta.
“Avanti, presto!” ha detto una voce soffusa e celestiale è Lui si è avviato con tutta tranquillità, stavolta, con la sicurezza di assolvere con piacere quell’ ordine oramai impresso nella sua mente tuttora limpida, quell’ordine che ora gli giungeva così tanto gradito, quell’ordine che veniva dall’Altissimo.
…E se n’è andato “alla chetichella” felicissimo di raggiungere la sua amata Luigia.
Il commiato? Anch’esso silenzioso, dopo la cerimonia officiata nella chiesa madre trecasese nella triste giornata del gennaio vesuviano.
Francesco Stefanile, vincitore del “Premio Pieve Santo Stefano 1998”, generoso al solito, non se n’è andato del tutto; ci ha lasciato le sue fascinose memorie che trattano di tre anni di guerra in Russia dal 1942 al ’45 del secolo scorso.
I suoi ricordi, le emozioni, le paure, gli stenti la lunga e drammatica detenzione riportati nella sua opera “Siberia, davai bistré” edita dal gruppo Ugo Mursia editore.
Un diario dettagliato di quel crudo periodo di prigionia iniziato la vigilia di Natale del ’42 e terminato nell’ottobre del ’45.
Il narrato di tre lunghi anni trascorsi nei campi di reclusione degli Urali e dell’Uzbekistan in conseguenza alla cruciale battaglia nella “Valle della morte” sull’ansa del Don ove buona parte della Armata italiana si arrese all’Armata Rossa.
- Il suo reparto è sconfitto e tutti vengono fatti prigionieri: inizia così la dolorosa marcia verso i campi degli Urali e dell’Uzbekistan, si consuma la tragedia della detenzione tra stenti, fame, violenze, malattie e punizioni. -
Stando alla critica la novità che scaturisce dal suo diario è nelle storie di prigionia in quei campi, con l’incontro tra i soldati e i fuoriusciti che erano stati conquistati dall’ideale del marxismo e con la scoperta della vita e delle condizioni reali di quelle regioni assoggettate al regime comunista ed il suo scritto offre un inedito spaccato: una gran voglia di pace che allo stesso tempo materializzava la consapevolezza che anche il socialismo, alla luce dei fatti, era tragico dolore e cruda realtà.
Grazie Francesco, figlio emerito di questa terra nera vesuviana, testimonianza efficace di anni terribili, monito di uomo consapevole della vita e della storia di cui si è parte.

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