Cerco asilo

Monday, 23 April 2018 @ 10:45

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Bussarono. Lei disse: “E’ aperto” e abbassò gli occhiali da presbite per vederlo entrare nella stanza, che aveva occupato da poco. Lui indossava una tuta di pile grigio-scuro, ma aveva pettinato con cura i pochi capelli bianchi
e infilato nel taschino un fazzoletto di seta. Lei posò il libro che stava leggendo e fece per alzarsi dalla poltrona.
“Comoda, comoda - disse lui – Venivo solo per fare un po’ di conoscenza.”
Lei lo riconobbe: “Ah, tu sei quello che in mensa ha protestato per la bistecca.”
Le era piaciuto subito quel signore e l’ironia sottile che aveva accompagnato la sua protesta..
“Sì, per l’appunto – rispose lui avvicinandosi di qualche passo. – Tu sei nuova in questa gabbia di matti, ma devi fare attenzione a non farti mettere i piedi in testa. La bistecca l’avevano già servita ieri a mezzogiorno e quella di stasera sembrava una sua parente rinsecchita.”
Lei rise e “Prendi una sedia” disse, indicando quella a ridosso del tavolino sotto la finestra. Lui andò a prendere la sedia, la pose davanti alla donna, ma prima di accomodarsi le fece un piccolo inchino, allungando la mano:
“A proposito, io mi chiamo Evaristo.”
“Piacere, Verbena”, rispose lei, stringendo la mano senza alzarsi dalla poltrona.
“Ah, volevo ben dire che non avevi un nome normale!”
Lui aveva subito capito, quand’era entrata in mensa accompagnata dalla direttrice che quella era una donna speciale, non come tutte le piagnone che gli toccava sopportare ogni giorno.
“Facevo la pianista”, disse lei suonando le dita nell’aria e poi rassettandosi la chioma corta e bionda.
Lui annuì con ammirazione. Belle mani. Bel sorriso. Bei capelli. Li indicò col dito: “Fai bene a colorarli – disse
- Ti fa giovane.”
“Quanti anni mi dai?”, chiese lei con una punta di civetteria.
“Non più di cinquantanove”, rispose lui.
“Esagerato! Ne ho compiuti ottantuno un mese prima di entrare qui dentro.”
“Beh, non li dimostri. Sei più bella di tutte le ospiti di villa Carlotta, e la più affascinante, se permetti.”
“Oh grazie, sono almeno vent’anni che nessuno mi fa un complimento.”
“Allora te ne farò uno al giorno, per recuperare.”
“Ahahah, mi stai corteggiando?”
“Beh, una volta sapevo come si corteggia una signora. Potrei riprovarci.”
L’aveva detto senza malizia, doveva essere stato un uomo di mondo e ora le faceva tenerezza, con quel suo corpo magro e dinoccolato.
“Sei sposato?”, gli chiese.
“Lo ero. Mia moglie è morta in un incidente stradale. Era in macchina con la nostra unica figlia. Morte tutte e due.”
“Oh, mi dispiace. E dopo? Dopo hai avuto altre relazioni?”
“Niente d’importante. Mi sono buttato nel lavoro, ero nell’edilizia. Ho guadagnato un mucchio di soldi, ma ne ho anche persi. Sei mai stata al Casinò?”
“Una volta, a Las Vegas. Che città orribile! La conosci?”
“No, ma conosco New York, e Pechino, e Nuova Delhi… Mi piaceva viaggiare, anche se lo facevo soprattutto per lavoro. Tu sei stata sposata?”
“Sì. Morto di tumore al colon quindici anni fa.”
“Cancro eh? Una brutta bestia. A me ha portato via lo stomaco.”
“Mio dio! Sei sotto controllo?”
“Sì, ma ho rifiutato la chemio. A ottantatré anni chi me lo fa fare? Mi tengo i pochi capelli che ho e cerco di godermi quel che mi resta da vivere. Qui si sta bene, non è uno squallido ricovero per vecchi rimbecilliti.
C’è un bel giardino, una piscina, una palestra. E un’infermeria che funziona. Tu come sei messa a salute?”
“Diabete. Senza contare la schiena, che mi fa vedere i sorci verdi. Porto un busto. Tocca, tocca qui.”
Evaristo fece no con la testa e alzò tutte e due le mani per dire “Ci credo”, ma Verbena insistette e lui si alzò per toccare le stecche che sostenevano il corpo della “sua” pianista.
Pigalle, il Moulin Rouge, le soubrette in guepière che per pochi franchi si facevano baciare dietro le quinte.
Quanti ricordi a quel contatto!
Ma quando incontrò il viso di Verbena, che si era girata su un fianco per facilitargli il tocco vide solo una smorfia di dolore.
“Fa male? – chiese lui – Prendi qualche pillola?”
“Sì, due al mattino e due alla sera.”
“Anch’io, ma il doppio di te.”
Le piaceva come lo aveva detto. Aveva occhi affettuosi e voce carezzevole.
Lei sorrise, scuotendo la testa:
“Caro Evaristo – disse - siamo due specie in via di estinzione!”
Lui tornò a sedere e la guardò dritto negli occhi.
“Hai paura di morire?”, chiese.
“Non troppo, adesso. Ho fatto un corso sulla morte, qualche anno fa.”
“Ma va? Fanno di questi corsi?”
“Sì, te la fanno provare sotto ipnosi, la morte, e ti guidano con la voce ad accettarla, per ricongiungerti con la terra, con il cielo e con i tuoi cari che ti hanno preceduto. Quando ti svegli non hai più paura. O almeno, non così tanta.”
“Sarà, ma non ci credo. A me la morte fa paura da quando son nato e se devo essere sincero, in questo momento preferirei ricongiungermi con una buona dose di whisky, piuttosto che con la terra e il cielo. Solo che qui è vietato, al massimo puoi chiedere una tisana.”
Lei si illuminò tutta a quelle parole.
“Ehi, io ho una fiaschetta di rum, nella mia borsa!”
“Ohibò, e non te l’hanno sequestrata?”
“No. Mi hanno chiesto se possedevo alcolici e ho semplicemente negato.”
“Sei trasgressiva, ragazza! Mi piaci sempre di più, lo sai?”
Lei si alzò a fatica, prese la fiaschetta, un paio di bicchieri di plastica e versò.
Ora sorseggiavano in silenzio, guardando il tappeto. Ticchettava l’orologio in alto sulla parete, non volava una mosca.
“Dì la verità – disse lei alzando gli occhi – quanto ti resta?”
S’era fatta intima la sua voce. E dolce come il miele.
“Sette, otto mesi”, rispose lui senza alzare la testa.
“Non credo di durare molto di più”, sussurrò lei.
Evaristo la guardò e gli sembrò la più bella donna che avesse mai incontrato.
La immaginò a trenta, a quaranta, a cinquant’anni. Doveva essere stata uno schianto, ma la dolcezza di adesso, quella sorta di tranquilla indulgenza che le ammorbidiva le spalle e i tratti, quella sicuramente era apparsa più tardi.
“Hai rimpianti?”, le chiese.
Lei abbassò gli occhi, cincischiò il bicchiere vuoto e non rispose. Sembrava sorridere a se stessa.
“Che c’è? Cos’è che rimpiangi?”, insistette lui.
Lei fece un cenno con la mano come a dire “Non ha nessuna importanza”, ma lui incalzò:
“Non stiamo forse tirando gli ultimi? L’audacia è la virtù dei mezzi morti, mia cara. Coraggio!”
Lei rise decisamente, questa volta, e si buttò a rispondere:
“In tutta la mia vita non ho mai provato un orgasmo. Mi dispiace andarmene senza questo privilegio, ma temo
di avere ormai perso il treno.”
Lui la guardò estasiato, senza sapere cosa rispondere.
Anche lui aveva perso quel treno, ma chissà… forse ce n’era un altro in arrivo.
Uno antico, di quelli con la locomotiva, col fumo che esce dal camino, con gli scompartimenti caldi, e sedili imbottiti, e cuscini di piuma.
Forse ce l’avrebbe fatta a prendere quel treno, prima di salutare il mondo.
Lei lo guardava di sotto in su, ancora imbarazzata per ciò che le era uscito di bocca.
Lui si alzò, le prese le mani e disse: “Posso tornare domani sera?”.
Entrambi dettero una fugace occhiata al letto e scoppiarono in una sonora risata.

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