Poetica contemporanea

Monday, 26 March 2018 @ 12:00

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POETICA CONTEMPORANEA



A partire dal 1900, nella poesia italiana si assiste a un progressivo abbandono della metrica tradizionale. Si spezza una continuità che perdurava dal 1200 (con poche eccezioni) . Canzoni, ballate, sonetti con versi formati di strofe e sillabe predefinite, gradualmente lasciano il posto al verso libero, una poesia senza gabbie e griglie.
Lo stesso accade quasi contemporaneamente anche in altri Paesi (America e Inghilterra, Francia e Germania, per citarne alcuni).
Perché questo cambiamento?
L’accelerazione delle scoperte in campo scientifico, rivoluzioni sociali, due guerre “mondiali” e nell’arte, il Romanticismo, l’affermazione del carattere individuale e unico dell’artista libero da ogni schema e di dare sfogo a fantasie e sentire personali. Nella musica, l’atonalità e la dodecafonia. Il bombardamento di immagini e suoni dei mass media.

Tutto ciò ha prodotto il passaggio da una poesia formale a una poesia informale in questo modo:

• Da una suddivisione in strofe
• Metrica classica
• Ritmo regolare
• Linguaggio aulico, elevato

a:

• suddivisione del verso libera
• nessuna metrica, oppure irregolare
• ritmi atonali
• linguaggio non convenzionale, spesso
di rottura.



Quattro sono i principali oggetti che scardinano la tradizione:

• la poesia in prosa
• il verso libero
• l’importanza visiva (avanguardie) rispetto all’orecchio
• attitudine alla frammentazione e al montaggio (linguaggio di derivazione cinematografica)


Confrontiamo un sonetto di Petrarca (1304-1374):

“Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human la rena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.”


La forma è classica. Un sonetto composto di due stanze (strofe) di 4 versi che introducono l’argomento e 2 stanze con 3 versi che portano a conclusione l’argomento con rime ABAB ABAB CDE CDE.


E ora una poesia di Montale in versi liberi da Satura, 1971:

“Le rime sono più noiose delle
Dame di San Vincenzo: battono alla porta
E insistono. Respingerle è impossibile
E purché stiano fuori si sopportano.
Il poeta decente le allontana
(le rime), le nasconde, bara, tenta
il contrabbando. Ma le pinzochere ardono
di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde)
bussano ancora e sono sempre quelle.”


Nella poesia di Montale il linguaggio è più convenzionale, meno aulico. Il tono generale è dissacrante: si criticano le rime anche se poi vengono riproposte in maniera insolita: delle-quelle, porta-sopportano, ardono-vecchiarde. Come a dire che comunque la poesia può anche contraddire sé stessa. In questa poesia si evitano le classiche inversioni verbo-soggetto. Vengono usati termini regionali come “pinzochere” e dispregiativi “vecchiarde”. Il ritmo non è cadenzato come nel caso di Petrarca ma è più nervoso, instabile, non rassicurante.

Un altro esempio, di Amelia Rosselli, da Variazioni Belliche (1960-1961):

“Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
Tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo
È vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
Mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
È mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
Una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi
Dalla tua nascita e l’importanza del nuovo giorno
Non è che notte per la tua distanza. Cieca sono
Ché tu cammini ancora! Cieca sono che tu cammini
E il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
E il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini
Ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.”

Il ritmo è creato dalle ripetizioni in blocco, martellanti, ossessive. Ci sono anche delle inesattezze grammaticali come: “Cieca sono che tu cammini.”


Ora, l’estremismo di Sanguineti, da Laborintus (1956):
“composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis
riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo
immaginoso quasi conclusione di una estatica dialettica spirituale
-noi che riceviamo la qualità dai tempi
tu e tu mio spazioso corpo ,
di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell' idea del nuoto
sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso
lacuna lievitata in compagnia di una tenace tematica
composta terra delle distensioni dialogiche insistenze intemperanti
le condizioni esterne è evidente esistono realmente queste
[condizioni
esistevano prima di noi ed esisteranno dopo di noi qui è il
[dibattimento
liberazioni frequenza e forza e agitazione potenziata e altro
aliquotlineae desiderantur
dove dormi cuore ritagliato
e incollato e illustrato con documentazioni viscerali dove soprattutto
vedete igienicamente nell'acqua antifermentativa ma fissati adesso
quelli i nani extratemporali i nani insomma o Ellie
nell' aria inquinata
in un costante cratere anatomico ellittico
perché ulteriormente diremo che non possono crescere
tu sempre la mia natura e rasserenata tu canzone metodologica
periferica introspezione dell'introversione forza centrifuga delimitata
Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze
che possiamo roteare
e rivolgere e odorare e adorare nel tempo
desiderantur (essi)
analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche
ed erotici e sofisticati”


È evidente il senso di smarrimento che un testo del genere vuole generare. Rivoluzionare interamente il linguaggio poetico. Senza punteggiatura e maiuscole. La comunicazione rimane quasi subliminale, latente, se non inesistente. Un viaggio dantesco nell’inconscio collettivo. Una discesa negli inferi che anticipa il caos del ‘68 e le profonde crisi anche del linguaggio e della comunicazione avvenute negli anni successivi.

Un altro aspetto importante sono i contenuti della poesia che dal ‘900 sposta l’attenzione dal generale al personale, dall’astratto al concreto. Si sofferma sulle cose semplici “le buone cose di pessimo gusto” citate da Gozzano che sino a quel momento non avevano trovato spazio nella poesia. Sono oggetti comuni, persone comuni, osservati e guardati in modo diverso, oppure con maggiore intensità.

“Qui beviamo la stessa acqua degli alberi
(esaurita l’immaginazione e le pillole di aggettivi)
anche i mobili si nutrono e la casa è un bosco.
Sorgeranno i numeri dalle nostre fontane
li spenderemo lungo la strada che vira
in salita sulla linea della mano
dove il sembiante volge alla sua misura
di oceano parlante.”
(telemaco)

Nessuna descrizione standardizzata da cartolina postale. La verità è nelle piccole e infime cose, o, nel caso di Telemaco, nel rituale cadenzato.

Si parla inoltre di proprie esperienze personalizzate, uniche e specifiche:

“Così risali, da codardo, evitando gli sfollagente,
nella tachicardia zuppa di pioggia e paura,
il resto dell’insieme è accerchiato, urlano? O forse chiamano?
Tra fumogeni gialli e proiettili di gomma, fino al mattatoio.
Hai un occhio stregato da un rio rosso.
Che ci fai qui? Nella metamorfosi in pelle grezza,
qui, tra i canneti dove ieri hai defecato.”
(dario Moletti)



“E a fine mese lo stipendio
è un capello bianco sulla fronte
e non lo strappo
così so che non è un sogno
e mi addormento.”
(cattina)


altre ordinarietà di cui si può parlare:

“Tanto poi non passa.
Inizio a capire perché
falliscono i matrimoni
anche dopo 20 anni
e un sacco di cose insieme
e molte foto
e ricordi.”
(Auron)


La poesia (o i poeti) sono essi stessi oggetto di ricerca:

“Dal gelso al pruno
Fior fior dei
Giunchi in canto,
brilli di lemmi a-
mare more, sole vite
nel vermouth di Verlaine
la cachaça di Drummond.

Brindiamo con
Brandy secco alla Kerouac
The liqueur di Allan Poe,
con quel wihisky di Leminski e,
l’assenzio di Rimbaud.”
(Percefal)



Spesso la poesia è estrapolata da un contesto che si svolge fuori dalla poesia stessa. È come un frammento di un discorso già avviato. Diventa così allusiva e più complicata da decifrare. È frammentata e segue un andamento filmico passando da un’immagine all’altra come in questo caso:


“Lo sai zia? Ha chiuso le ali
l’aquila di Isaia

Oh, non è colpa mia se è scesa
la notte e non vuol più andare via

Una locomotiva senza la ferrovia”
(seeker).


Ma cosa significa esattamente “verso libero”?
In un certo senso potrebbe essere un ritorno alle origini. Il Cantico delle Creature, primo vero monumento poetico italiano è in effetti scritto in versi liberi o prosa assonanzata.
Il verso libero e “rozzo” della poesia contemporanea richiama quindi addirittura il verso libero alle origini latine e greche (verso dattilo-logaedico), cioè versi accentuali.
Contaminazioni metriche attinte dalla tradizione (anche traduzioni da altre lingue) creano rapporti inediti, rinnovati. È possibile attingere dalla metrica tradizionale endecasillabi, alessandrini, novenari e aggiungere versi deformati, scarti sillabici dissonanti, cellule impazzite che rendono anomala o difforme dalle rese classiche, oppure usare forme classiche “nascoste” (come faceva Ungaretti che spezzava l’endecasillabo su diversi versi).
Non solo l’orecchio è coinvolto ma anche l’occhio che misura gli spazi, i vuoti, gli incolonnamenti anomali. Visivi, silenziosi e instabili sono principalmente i versi contemporanei. Un silenzio che può anche essere prodotto da un eccesso o accumulo di parole e di concetti.
Verso libero non significa sempre totale assenza di metrica ma una maggiore libertà nell’uso e nelle sperimentazioni del ritmo, della musicalità e della grafica.


Con questo brevissimo excursus sulla poesia contemporanea vorrei sottolineare come non si vuole intendere che non si possano usare metrica classica e termini aulici nella poesia contemporanea (ci sono i neometrici come G. Frasca e molti sonetti sono stati scritti nel ‘900). Dante rimane il poeta più ripescato del ‘900 anche dagli stranieri (Eliot e Pound erano grandi studiosi di Dante).
Hanno però tutti una loro personale elaborazione della tradizione.
Il poetico è sempre scarto dall’usuale. È l’inaspettato che il lettore di poesia contemporanea si aspetta perché esiste non solo il poeta contemporaneo ma anche un lettore contemporaneo. Un lettore curioso, attivo e partecipativo, libero da schemi mentali.




Riferimenti:
“La metrica italiana contemporanea “ Paolo Giovannetti, Gianfranca Lavezzi, Carocci Ed.
“Characteristic of Contemporary Poetry “ Ralph Skip Stevens
“Poesia contemporanea dal 1980 a oggi” Andrea Afribo, ed Carocci
Le poesie riportate sono state scelte da internet e dal sito “Club dei Poeti”


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