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     Estate calda   
     Monday, 05 February 2018 @ 13:00
     Leggi il profilo di: spiarmy
     Visualizzazioni: 143

    Racconti

    I medici del pronto soccorso, quando sentivano la pioggia, tremavano. “Teniamoci pronti” –dicevano.
    Ci tenevamo pronti e succedeva.
    I ragazzi con le moto sbattevano. Scivolavano, sbandavano e si facevano male fratturandosi braccia, gambe ed ogni altro osso possibile. Spesso la milza. A volte erano gravi e venivano mandati a Roma o a Latina.
    Quel giorno portarono Massimo, romano de Roma. Frattura di entrambi i femori. Ne ebbe per diversi mesi che, nonostante i genitori avessero voluto portarselo a Roma, scelse di trascorrere in quel letto vicino al finestrone che guardava il mare.
    Tutti i giorni pappagallo, padella, bidet, cambio di biancheria e medicazione. Il resto delle giornate lo passava a fumare e a pensare.
    Mi parevano strane quelle sigarette che autoproduceva la sera per il fabbisogno giornaliero ed un giorno gli chiesi cosa fosse quella roba che smollicava e ci metteva dentro distribuendola uniformemente sul tabacco.
    “Ne vuoi una?” – mi chiese – “No, grazie – risposi – ho le Muratti, fumo quelle. Non mi piacciono quelle avvolte a mano.”
    “Ma dai! - Mi disse ridendo – Ma se si vede da un miglio lontano che ti fai!!”
    “Ti fai che?” chiesi.
    “Dai, su…. Co sti capelli ngrifati e st’occhietti spenti!!”
    “Oh, - m’incazzai - ma che stai a dì?! Davanti agli ammalati poi! Guarda che io manco lo so di cosa stai parlando.”
    Non lo sapevo davvero. Nei paesucci di campagna, nel basso Lazio, a quel tempo non sapevamo proprio cosa fosse e a cosa servisse.
    “Non ti permettere mai più.” gli dissi con aria decisa e scandalizzata e me ne andai.
    Solo una volta se ne era parlato in classe. Stavamo all’istituto magistrale e fu proprio il professore di filosofia ad accennare qualcosa sull’argomento. Quando si rese conto che non sapevamo proprio cosa fosse la droga fece cadere il discorso lì e non se ne parlò più. Pensò saggiamente di non suscitare curiosità che avrebbe potuto spingere alcuni ad approfondire argomenti in maniera empirica e da autodidatti. Io non ne sapevo assolutamente alcunché! Avessi vissuto a Roma, come lui, sicuramente avrei saputo tutto sulle sostanze stupefacenti ma abitavo in un paesuccio della Ciociaria e mi piaceva pane e mortadella.
    Con mio fratello avevamo inventato la divisione perfetta. Ogni giorno tornavamo da scuola e trovavamo a pranzo, con le altre cose, un salsicciotto da dividere in due. A furia di litigare tutte le volte perché pareva sempre che all’atro fosse toccato di più, decidemmo che, da quel giorno in poi, uno avrebbe diviso il bene e l’altro avrebbe scelto la porzione.
    Neanche le attuali bilance elettroniche avrebbero potuto pesare porzioni tanto precise!!!
    Figuriamoci se potevamo mai pensare a stupefacenti di qualsiasi genere!
    Ritornai a fine turno al capezzale del romano per invitarlo a non prendersi mai più confidenze del tipo che si era concesso.
    Minimizzò precisando che stavo esagerando con la mia reazione spropositata. Gli feci presente che era in gioco il mio lavoro e che, se avessero sentito pettegolezzi del genere, le suore mi avrebbero preso a malvolere.
    Si scusò e promise che non lo avrebbe fatto mai più.
    Il romano lo rividi dopo qualche giorno con occhi diversi. Ora mi pareva un drogato. Uno che di quando in quando deve caricare le pile. Uno che deve ciucciare da qualsiasi biberon un supplemento di energia. Lo guardavo con altri occhi e lo commiseravo per questo bisogno in aggiunta ai problemi. Ora mi pareva più ammalato di prima.
    Mi chiese se volevo provare. Feci finta di non sentirlo.
    Mi chiese se ne volevo una e che avrei potuto fumarla quando avessi voluto.
    Nella stanza non c’era nessuno. Tutti erano usciti in corridoio. Tolsi frettolosamente la pala, lo coprii ed uscii consentendo agli altri ammalati di rientrare.
    Al pronto soccorso, quel pomeriggio ne parlai con Antonio, l’anestesista. Gli raccontai tutto quello che era successo e lui ascoltava interessato. Mi disse di farmene dare due che le avremmo provate insieme una notte che fosse stato di guardia. Inutile starvi a dire quanto l’infermiere, nella vita e nella scala gerarchica professionale, sia più piccolo del dottore. L’anestesista che voleva provare, fu per me il bugiardino che non portava controindicazioni ed effetti collaterali. Concordammo che ne avrei prese due e che gli avrei comunicato il momento della disponibilità.
    Il momento atteso e temuto venne un venerdì sera. L’anestesista sarebbe montato di guardia alle dieci di sera ed io avrei finito il mio turno a quell’ora. Passando per il pronto soccorso glielo comunicai e gli dissi che da allora in poi avrebbe potuto bussare alla mia porta in qualsiasi momento. Mi avrebbe trovato sveglio ad aspettarlo.
    Accesi il giradischi. Misi sul piatto un elle pi dei Pink Floyd, uno dei primi, quello di Syd Barrett , The piper at the gates of dawn. La luce era fioca. Era il periodo che veniva Palma. L’ambiente era scena preparatoria di grandi occasioni. Mi stesi sul letto e l’agitazione saliva. Le monache dormivano, non potevano immaginare cosa succedeva nell’appartamento che, per carità cristiana, mi avevano messo a disposizione gratis per riposare dai turni di lavoro.
    Le canne erano state già rollate dal romano. Le aveva chiuse con la sua saliva. Antonio bussò piano. Mi alzai e lo feci accomodare. “Proviamo?” – chiese. “Proviamo.” – risposi.
    Lui seduto sulla sedia con i gomiti poggiati sul tavolo, cominciò a fumare con la stessa normalità con cui anche io tiravo la mia canna.
    Niente. Non succedeva niente. Nella nuvola blu colorata da una lampadina d’abat-jour, vedevo Antonio che schiacciava la cicca nel portacenere mentre sfogliava una rivista di sei pagine su cui erano fotografate sei modelle accanto ad altrettante macchine.
    Schiacciai anche io la mia cicca mentre lui, giunto all’ultima pagina, riscorreva la rivista a ritroso soffermandosi un istante a guardare il contenuto di ogni pagina. Disse che andava tutto bene. Giunto alla prima pagina non fece soste eccezionali ma riprese a sfogliare nel verso a salire fino all’ultima pagina e, da lì, riprese ancora a scendere verso la prima pagina. Mi assicurò che non stava succedendo niente ma mi rendevo conto che sfogliava ininterrottamente da più di dieci minuti quella rivista prima in un verso e poi nell’altro guardando solo per un attimo le stesse donne e le stesse macchine.
    Di una normalità appena più ovattata, io mi distesi nuovamente sul letto ed aspettai l’effetto di quelle briciole marroncine che il romano aveva spolverato sul tabacco. L’anestesista sfogliava la rivista quando l’infermiera bussò al portone per annunciare l’arrivo di una donna con coliche addominali. “Vengo”, disse Antonio e, salutandomi, s’incamminò verso il pronto soccorso.
    Rimasi a guardarlo mentre lasciava la stanza. Era tozzo. Appena più alto della media ma tozzo nell’aspetto. Quasi taurino. Aveva capelli brizzolati, folti e corti. Li portava rigirati indietro, impeccabili come sempre. È un tipo di pettinatura tipica dei piacioni. Si presta all’uso di brillantina, lacche e cosmetici vari, ma lui li portava semplicemente piegati indietro e si capiva che usava il phon per metterli in piega. Indossava il camice bianco e stava ritornando nel pronto soccorso per risolvere delle coliche addominali effetto di chi sa quale causa.
    Così, fatto di roba com’era, lo immaginai prendere lucciole per lanterne. Immaginavo avesse potuto confondere l’ordinario con l’emergente e che, convocata d’urgenza l’equipe chirurgica, avesse potuto portare l’ammalata in sala operatoria per asportarle un’appendice sana.
    Mi veniva da ridere.
    Mi venne da ridere.
    Cominciai piano piano e in un crescendo progressivo ridevo così forte che un signore dal quarto piano, uscito sul pianerottolo della scala, gridò a più riprese con tutta la voce che aveva in corpo “Oh…. *censurata*! la vuoi finire di rompere i *censurata*? Sììììì? O No?” Tacqui come di cascata che smette di versare acqua o di vento che improvvisamente si fermi.
    Erano le tre di notte. Piansi di un pianto smorzato e giunto nel bagno, vomitai anche l’anima uscendo finalmente da quel vortice in cui salivo e scendevo senza posa. Alle sei in punto dovevo riprendere servizio. Misi la sveglia e sprofondai in un sonno di piombo. Tutto il rumore di quella notte rientrò con me nel mio letto. I Pink, sommessamente, giravano a 33 giri su un piatto automatico dove il braccio, giunto alla fine, si alzava e si riposizionava all’inizio del disco…Come la rivista del dottore…. Come la mia lunga e fragorosa risata.
    “Mai più provare quando ti dicono prova.” mi giurai.
    Mai più provato.

     



    Estate calda | 5 Commenti | Crea un nuovo Account

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    Estate calda
    Contributo di: Mecroarco on Monday, 05 February 2018 @ 13:33
    Certo che ne capitano di cose strane in quel tuo ospedale! Tornando seri, devo
    dire che, ancora una volta, ho trovato interessante il tuo racconto. Nonostante
    diversi errori di forma (sintattico-grammaticali, ma per fortuna non ortografici), ho
    comunque apprezzato una testo che potrebbe funzionare sia come monito contro
    la droga, sia come semplice raconto di vita vissuta. In particolar modo, ho
    apprezzato come tu abbia voluto difendere la tua integrità di infermiere, scalfita
    soltanto dalla fiducia che riponevi nel tuo amico medico (qui, secondo me, con
    l'immagine del bugiardino racconti una grande verità: nessuno è infallibile e anche
    chi dovrebbe saperne più di noi può incappare in errori marchiani). In sintesi, se
    non fosse per quella sfilza di sviste, questo testo meriterebbe una stella, dal
    momento che è senza dubbio un importante spaccato di vita di un infermiere
    laziale (chissà se non solo di origine geografica ma anche di tifo calcistico) che è
    capitato in un ospedale pieno di suore, drogati e anestesisti sopra le righe. Al
    prossimo resoconto.

    Mecroarco

    E.R. Critici in prima linea Episodio 2: "Canne romane" [Mecroarco]

    [ ]

    Estate calda
    Contributo di: frame on Friday, 09 February 2018 @ 18:28
    Anche se non brilla per originalità la storia è credibile e
    tutto sommato piacevole da leggere. Negli ospedali poi
    succede di tutto, non mi meraviglia più niente e, anche se
    può sembrare strano ai giorni nostri, non è così insolito
    riuscire a campare in questa società senza aver avuto
    esperienze di quel genere. Non malaccio, anche se il titolo
    mi faceva pensare a qualcosa di più succoso e malandrino,
    qui l'estate mi sembra piuttosto piatta, ma forse non ce
    l'hai raccontata tutta la storia, forse ti sei tenuta il
    meglio per te. ;-)))

    ---
    Frame

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    Estate calda
    Contributo di: Viridis on Sunday, 11 February 2018 @ 16:27
    L'ho trovato delizioso. Mi piace anche il ritmo
    della tua scrittura: fattuale, asciutta, "moderna".

    Mi sono solo stupita di apprendere a metà lettura
    che il protagonista era un uomo. E' talmente femminile
    il suo rapporto con la canna!


    ---
    viridis

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    Estate calda
    Contributo di: Elysa on Monday, 12 February 2018 @ 10:57
    non c'è poi così tanto da ridere se un medico sbaglia operazione perchè fatto di cannabis (o peggio d'altro) fino alle orecchie!! Oh Signur!! anche perchè non è poi così lontano dalla realtà...vabbe, carina la scrittura ma inquietante per chi arriva sotto le vostre mani medici maledetti! (scherzo nè!) --- Elysa

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    Estate calda
    Contributo di: dario moletti on Friday, 16 February 2018 @ 19:03
    concordo con Elysa e se pensi può essere terribile

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