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     Il tricheco è peste   
     Tuesday, 30 January 2018 @ 10:00
     Leggi il profilo di: ~Vanja~
     Visualizzazioni: 587

    Racconti

    La carne mandava odore di urina. Urina mista a feci. Decomposta. Un odore intenso e pungente che sembrava non dare fastidio ad alcuno dei passanti di via G. Ungaretti all’incrocio con la G. Zanardelli. Qualcheduno appena prima di entrare nel parco della villa comunale di fronte, levava dalla tasca un fazzoletto per soffiarsi il naso. Come a dire “fa fresco” oppure “sa la stagione… io sono allergico”, “Uh, uh!”. Insomma pochi, molto pochi, si accorgevano del feto orrendo che impregnava l’aria di quel fine pomeriggio di primavera. Come qualcosa di appiccicoso quando fa caldo e c’è umido, e nessuno ha voglia di andare in giro a sudare. Nessuno eccetto Oreste naturalmente, che suo malgrado li rappresentava un po’ tutti.
    Oreste Pausania, questo il suo nome completo, non si era mai accorto di quanto alti potessero essere i fiori o colorati i tronchi degli alberi, oppure liquorosa la scia che le barchette di carta si lasciano dietro appena prima di affondare. I bambini che le spingono sul pelo dell’acqua fino ad un certo punto poi semplicemente le lasciano andare. Finché vanno, va. Insomma, non lo aveva mai notato perché “spesso” pensava “la gente fa una fatica tremenda a sollevare il naso da terra”. Non era propriamente il livello del mare quello, siamo intesi.
    Di questa brillante intuizione si sentiva abbastanza compiaciuto, al punto da soffermarcisi a pensare su mentre camminava lungo l’interminabile G. Ungaretti che non si schiodava nemmeno un momento dall’incrocio con la G. Zanardelli, avanti e dietro, da un angolo all’altro di una Villa di cui non conosceva nemmeno il nome. Vent’anni dopo un equipe di scienziati illustri, stanchi e frusti di cercare una cura per il cancro, avrebbe scoperto che quell’incrocio volgeva un po’ più ad est poco meno che vent’anni prima. Il segreto del punto G sarebbe stato detto. Rideva.
    Non lo stupiva affatto vedere le macchine che si fermavano al rosso del semaforo, proprio mentre una pesante colata di saliva, mista a muco, misto a caramelle per la gola, misto a carie, splasciava al centro dell’incrocio. Non lo infastidiva perché era una reazione naturale a certe cose, ma nessuno ci pensa mai sul serio a cose come questa.
    Un tizio girava con l’ombrello ancora aperto per la pioggia di poco prima. Guardandolo passare Oreste si ricordò che era marzo e marzo gli fece venire in mente suo nonno, che era un uomo che amava ripetere in questi casi che marzo è il più corretto dei mesi, perché non piove mai sul bagnato. Sorrise, ma il tizio sembrava sempre più uguale a suo nonno, che in realtà si chiamava Mevio, mentre lo guardava disteso in chiesa dentro la bara il giorno del suo funerale. Quello si fermò e allungando la mano un momento col palmo aperto verso su disse “Oh!” ed arrossì. Chiuse l’ombrello e dopo averlo asciugato con un fazzoletto lo rispose nella custodia pulendosi con estrema cura le mani sporche di sangue. “Grazie” disse rivolto ad Oreste con tono dignitoso e signorile. Lui si inchinò facendo una grossa riverenza e una pernacchia. La carta è molto affilata da queste parti, profonda più di un ulivo.
    Oreste capiva bene l’ostinazione di tutti i nasi, anche quelli più sensibili, di continuare a sporgersi verso il basso, ma era anche estremamente convinto che dietro ogni naso ci fosse una testa “e quella può stare sotto come sopra” intuiva. In un primo momento non ci faceva molto caso, ma con l’esperienza aveva presto imparato a interpretare anche le più piccole rughe che si formano sulla fronte. Perciò dei giovani non si fidava, e se incontrava un cane, beh, quello sì che era proprio un grattacapo.
    Intanto Oreste girava avanti e indietro sulla G. Ungaretti e la gente che passava si faceva sempre più fitta incrociando la G. Zanardelli, come le stelle man mano che il sole tramonta. Di qualche nuvola non è che Oreste avrebbe sentito tanto la mancanza, soprattutto in quelle circostanze che non sapeva proprio come fare. Tra un vecchio disonesto, un bianco sepolcro, un finocchio molto serio e innamorato, un’infedele in carriera, un uomo che stava per morire, i cani, i soliti assassini, i falsi, i bruti e gli agnelli col muso inzuccherato d’ambra, starnutiva lui. Esistenze che sapeva legate assieme da suoni e da odori ancora una volta più tristi dell’erba quando cresce. Uomini così impegnati a pesarsi il culo da non sentire l’organico sudiciume dei fiori a due metri di distanza. Nati noti più che banali, pensava.
    Quante vite sarebbero scomparse in quel momento se solo avessero saputo. Quanti uomini così sicuri di sé, pensava, avrebbero tirato fuori i loro soldi dalle banche, dai materassi, dai salvadanai, quanti raccolti bruciati se si fosse conosciuta la verità in quel preciso istante. Quanti peccati tenuti a portata di mano si sarebbero potuti consumare. Poteva ancora non finire male dopotutto, che la goduria continuasse ad libitum. Per sempre.
    Combattuto tra questi pensieri Oreste continuava a camminare avanti e dietro, quando improvvisamente un tricheco con la mantellina e il cappello lo strinse forte per un orecchio urlandoci dentro YAHONK! e poi un altro YAHONK! così forte da farlo piegare in due per le lacrime. Iniziò a toccarlo sporcandolo d’olio. Lo leccò sul mento con un odore forte di pesce vomitato. Un baffo gli percorse tutto l’esofago su e giù più volte. Oreste si sentì improvvisamente perso, come un’astronave vuota sulla rampa di lancio. Voleva gridare. Gridò, forte: KWHUOOOONCK!(?) dentro se stesso e il tempo sembrò in quel momento dargli ragione, girando appena un po’ più lento del normale. Il tricheco si tolse il cappello e lui gli diede un pugno forte, proprio tra il lobo prefrontale destro e quello sinistro. Il poliziotto cadde accasciato in un rigo di sangue. Fece appena in tempo a segnare una ipsilon di sbieco. Così “t”.
    “Guardate, guardate il tricheco” urlava Oreste “e’ questo il tricheco! Io sono l’uomo e lui è il tricheco. Guardate chi ha vinto. No! Sbagliato! Lui non è più niente, come ogni tricheco è peste e altra peste verrà!” Aggiunse saltando sul corpo del sovrintendente (Rossi Maurizio, come da verbale) con entrambi i piedi. “Il tricheco è peste e come il pesto va pestato” ripeteva saltando “il tricheco è appestato, pestate gente!” Le persone intorno passavano dritte facendo finta di niente. “Pestate gente, finché potete.”
    Dopo un momento “Voi fate finta” disse puntando le dita “l’ho appena saputo. Lo so che fate finta e non siete per niente sdegnati. Voltatevi, giratevi, guardatevi, chi siete, dove andate?” Continuava Oreste Pausania, avvertendo in quel momento in maniera del tutto evidente la completa arbitrarietà del suo nome. “VOLTATEVI!!” urlò ancora Oreste dritto sul pancione di un tricheco steso morto in via G. Ungaretti all’incrocio in movimento con la G. Zanardelli. E in quell’istante tutti si fermarono a guardare in alto nel cielo, e tutti videro quel tizio seduto, là. Dietro. Ancora morto. In attesa come tanti di un punto.
    Permesso.

     



    Il tricheco è peste | 8 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    Il tricheco è peste
    Contributo di: Mecroarco on Wednesday, 31 January 2018 @ 20:42
    Avrei voluto aspettare che qualcun altro scrivesse un commento, così almeno
    capivo qualcosa di questo accrocco letterario. Tuttavia, visto che nessuno si è
    fatto vivo finora, mi toccherà fare questo primo passo, anche perché immagino che
    tu ti sia alquanto irritato perché nessuno ha ancora espresso un suo parere. Allora,
    formalmente il testo mi sembra a posto sotto ogni punto di vista; il vero problema
    sorge quando devo considerare il contenuto, poiché non lo trovo. Suppongo che
    tu, quando hai scritto il testo, volessi comunicarci qualcosa, magari pure di grande
    rilevanza. Peccato che sia pressoché impossibile trovare questo benedetto
    qualcosa, nascosto com'è nei meandri di un testo concettoso e anche, oso dire,
    pretenzioso. Insomma, per farla breve, se anche ci fosse un messaggio di
    qualsivoglia portata filosofico-letteraria-umanistica, non si capisce una bega (o,
    perlomeno, io non ci capisco una bega). Mah, spero che qualcuno più sveglio di me
    sia in grado di decifrare questo testo ermetico oltre il limite del buon gusto. Non ti
    metto una macchia blu perché ti concedo il beneficio del dubbio.

    Mecroarco

    i trichechi è meglio lasciarli dove stanno, che già hanno le loro beghe con i
    cacciatori di frodo. [Mecroarco]

    [ ]

    Il tricheco è peste
    Contributo di: Viridis on Thursday, 01 February 2018 @ 21:28
    Okay, Oreste è uno che non ha tutte le rotelle a posto, che vive
    in una sua stralunata dimensione, che vede cose che altri non vedono...
    In questo senso il tuo testo è interessante e anche divertente.
    Peccato che non sia restituito al lettore con sufficiente chiarezza (e a questo
    concorrono anche errori grammaticali, punteggiatura, virgolette, ecc.).
    Potrebbe essere un monologo interiore dall'inizio alla fine, la visione surreale
    di un pazzo, il punto di vista di una realtà distorta, ma chiaramente tale.
    Comunque una stella per l'originalità.

    ---
    viridis

    [ ]

    Il tricheco è peste
    Contributo di: Ganimede on Sunday, 04 February 2018 @ 12:29
    Ciao Vanja, ti ricordo lodevole appassionato di letteratura russa (mi pare
    che avessi detto così in un autocommento di tempo fa), quindi, parlando di
    nasi, confessa: quanti punti G.ogol ti sei fumato prima di sprofondare nel
    sonno che ha generato il sogno di cui ci fornisci questo rocambolesco
    patchwork senza soluzione?
    Scherzi a parte, ammiro sempre la capacità di dimostrare inventiva e
    volontà di rompere gli schemi (ammesso e non concesso che questo tipo di
    scrittura surrealista possa incarnare qualcosa di nuovo)ma ho l’impressione
    che il testo pecchi di inconcludenza; non ne faccio una questione di senso
    stretto e non l’ho mai fatta neanche con testi di altri autori, ogni qualvolta mi
    si presentasse l’opportunità di agganciarmi ad altri termini di
    apprezzamento; è piuttosto la sensazione che qui venga elusa la capacità
    (o la volontà) di tramettere qualcosa, qualsiasi cosa, a lasciarmi un po’
    perplessa. Forse è un mio limite o un mio difetto interpretativo però ricordo
    quel tuo racconto del robottino che mi era piaciuto ed aveva
    un’impostazione molto diversa; resta utile e interessante poter fare
    confronti con le precedenti pubblicazioni per avere qualche possibilità in più
    di capire l’autore (comunque mi è piaciuto molto lo “YAHONK” :-)

    ---
    Nadia Rizzardi
    ---"Cristo è ateo" Ivan Kramskoj.

    [ ]

    Il tricheco è peste
    Contributo di: ~Vanja~ on Sunday, 11 February 2018 @ 20:36
    Al solito vi ringrazio per aver speso del tempo per la mia
    piccola composizione. No, non mi irrita non ricevere
    commenti, anzi sono il primo che se non ha nulla da dire
    tace. È giusto così.
    Si tratta di un racconto giovanile che è riemerso mentre
    mettevo un po’ di ordine in una cartella del computer.
    Dietro la sua genesi c’è una piccola storia.
    Quando avevo circa vent’anni mandavo racconti a più o meno
    tutti gli scrittori e giornalisti che stimavo. Volevo
    entrare nel mondo dell’editoria. Scrivevo di fantascienza,
    genere da cui sono sempre stato molto attratto. Un giorno
    ricevetti una risposta da parte di colui che sarebbe poi
    diventato il mio primo datore di lavoro. Scrisse qualcosa
    del tipo: “Racconti bene, ma non perdere tempo con le
    fantasie”. Conosceva la città in cui vivevo all’epoca e
    perciò aggiunse: “Apri la finestra e scrivi ciò che vedi”.
    E così feci. Sollevai la tapparella e scrissi di getto,
    quello che vedevo. Ne venne fuori questo racconto, al
    tempo il mio primo non di fantascienza, e glielo inviai.
    La risposta successiva fu un insieme di brutte parole,
    rimbrotti ed un invito. Era piaciuto. Lo andai a trovare
    qualche settimana dopo e in poco tempo iniziò una nuova
    fase della mia vita.
    Entrando nel merito: il racconto non ha errori
    grammaticali.
    Dentro ci sta esattamente un inizio ed una fine, oltre a
    tutte le cose che mi piacevano (e in effetti mi piacciono
    ancora se ci penso) a quei tempi là. Leggevo tanto e
    assorbivo al doppio della velocità, come fanno i giovani.
    In realtà non si trattava della visione di un pazzo. Il
    protagonista non lo è, anzi. Si tratta invero di un fatto
    (di cronaca?), però messo dentro una storia mia. Insomma,
    mi dispiace per Oreste ma, racconto mio, regole mie.
    Non ho mai tradito il lettore. Tutto ciò che gli serve sta
    in queste 1151 parole. Certo, qualcuno dirà che senza la
    premessa il messaggio è un po’ più oscuro. Può darsi, ma
    la stessa cosa si può dire della maggior parte dei
    racconti. Anzi, aggiungendo del mio, ho tolto a voi
    lettori.
    Che poi, pensandoci, è anche vero: è la storia delle
    visioni di un pazzo. Lettore, protagonista o autore che
    sia.
    Ecco, da lettore, anni dopo, questa è stata la mia
    impressione. Lo scrivo con tutto il distacco che mi è
    concesso, dato che ormai non sono più lo stesso di allora.
    Per questo ho deciso di pubblicarlo qui. Anche a distanza
    di tempo resta un racconto dentro cui specchiarsi. In
    effetti, col signore di cui sopra, si parlò proprio di
    questo.
    A presto :)

    [ ]

    Il tricheco è peste
    Contributo di: zaina on Sunday, 25 February 2018 @ 14:12
    Guarda, non c'ho capito nulla però mi sono divertito e m'ha
    intrattenuto e posso dire che m'è piaciuto. Que pasa, che le
    sperimentazioni letterarie sono solo prerogativa di Dos
    Passos?

    ---
    Zaina

    [ ]

    Il tricheco è peste
    Contributo di: PattiS. on Sunday, 25 February 2018 @ 17:55
    commenti poco gli altri, in compenso, ti autocommenti tantissimo.

    ---
    Malachus Micgranes and the Verdons catapelting the camibalistics out of the Whoyteboyce of Hoodie Head

    [ ]

    Il tricheco è peste
    Contributo di: zio-silen on Monday, 26 February 2018 @ 12:23
    Un Club letterario trae alimento dalla condivisione delle opinioni sulle proposte pubblicate. Quando i portatori d'acqua si riducono a poche unità si rischia la siccità e la secchezza. Perché affacciarsi, talvolta con frequenza, dalla finestra degli ospiti - in alto a destra - e negare ogni apporto visibile? Sarà per pigrizia? Timidezza? Incompetenza? Supponenza? Timore di ferire o di ritorsioni? Boh! Il Sito che ci ospita, forse, potrebbe chiedere agli iscritti un tot numero di interventi (commenti e critiche) bimestrali, pena la cancellazione e/o ricordare, a chi ha nulla da dire ma non intende tacere, le altre forme di comunicazione iconica: . A commento del racconto in lettura, ad esempio, basterebbe digitare un o altro, ovviamente. Un saluto --- zio-silen --- zio-silen

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    Il tricheco è peste
    Contributo di: Armida Bottini on Sunday, 28 October 2018 @ 10:08
    Ciao. --- Midri

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