Tradurre, è scrivere la stessa cosa?

Monday, 15 January 2018 @ 12:15

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Io, appassionato di letteratura (e per letteratura intento tutto ciò che in quest’idea è compresa) sono stato sempre interessato alla qualità delle traduzioni. Quante volte ho sentito la necessità di acquistare più volte la stessa opera, sia in prosa che in poesia, presentata da traduttori diversi? Molte volte, e ho potuto notare che spesso, molto spesso, non avviene ciò che Umberto Eco ha definito: Dire quasi la stessa cosa. Ma dice, in assoluto, una traduzione la stessa cosa dell’originale? Posso azzardare che, quando trattasi di prosa, più o meno ciò avviene; ma quando ci avventuriamo nel campo della poesia, ebbene, è un altro discorso.
Questa introduzione, perché? Perché molto spesso, a me, che modestamente sono un traduttore della Commedia di Dante in dialetto Napoletano, è stata fatta l’obiezione: «Ma, in realtà non dici le stesse cose di Dante, ovvero le dici in un modo totalmente diverso». La prima affermazione è falsa, la seconda ha un notevole fondo di verità.
La prima affermazione è falsa, in quanto nella mia traduzione, si rispecchiano le tre Cantiche dantesche, e intendo l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, proprio come il Poeta ha inteso che fossero.
Le seconda affermazione ha una sua verità nel fatto che, se facciamo la traduzione inversa napoletano-italiano, non riavremo mai la Commedia di Dante.
Andiamo a fare qualche esempio relativo alla prima Cantica, che è quella che per la maggior parte sono riuscito fino ad oggi a completare, e quando dico “completare” intendo in stesura definitiva.
Canto primo, versi 1 - 9

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita. 3
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6
Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. 9

Traduzione in dialetto napoletano

gGiovene no, ma manco viecchio ancora
pe n’arvorata ascura me ne jevo,
pecché la strata iusta era perduta, 3
ca pe ’na mala via m’ero abbiato. 3
E comme faccio a ddicere comm’era,
tanto trummiento a ll’anema mme deva, 4
chest’arvorata tutta ntruppecosa
ca âllicurdalla mo, iesco vrodetto. 6
È ’sta furesta arzenta comm’â morte
ma d’’a sarvezza ca mme vene ‘a chesta,
v’‘o ddico doppo, mo ve conto ’e guaie. 9

Per prima cosa (in napoletano “mprimmese”) viene subito all’occhio una evidente particolarità: per tradurre i primi 9 versi del Canto ne ho impiegati 11, e precisamente sono doppi i versi 3 e 4. E questo per rendere meglio ciò che il Sommo intendeva che il lettore recepisse.
Ora cerchiamo di tornare dal dialetto all’originale:

Giovane no, ma neanche vecchio ancora
per una selva oscura me ne andavo,
perché la strada giusta era smarrita 3
ché per una cattiva via mi ero avviato. 3
E come faccio a dire com’era,
tanto tormento all’anima mi dava, 4
questa selva tutta scabrosa
che a ricordarla, ora mi caco addosso? 6
È questa foresta aspra come la morte
ma della salvezza che mi viene da questa,
ve lo dico dopo, adesso vi racconto i guai. 9

Anche il più maldestro dei lettori si accorgerà che, mentre dell’idea generale del Poeta tutto è rimasto, ciò che è cambiato è il modo in cui l’idea è presentata.
A questo punto una domanda è d’uopo: «È valido ciò che è stato fatto?», o non è stata praticata una “violenza” al testo del Sommo?
Risponderemo nel prossimo contributo se, a quei pochi lettori che vorranno seguirmi, la cosa interessarà.

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