Pronto soccorso

Friday, 01 December 2017 @ 16:30

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Pronto soccorso.

Ci si abitua a tutto nella vita. Ci si abitua ai treni che passano a dieci metri da casa, allo scampanio delle chiese e alle tortore che tubano all’alba. Lorenzo non riusciva ad abituarsi al dolore degli altri. Ogni volta lo sentiva come proprio nonostante facesse l’infermiere da più di cinque anni nel pronto soccorso e ne avesse viste di tutti i colori, di tutti i dolori.
La ragazza era stata accompagnata dalla madre. Belle tutte e due. Sicuramente agiate economicamente. Distanti nonostante il tentativo continuo della signora di stringere a sé la giovane. L’odore dell’adulta era soffice all’olfatto ma riempiva ogni angolo del pronto soccorso. Lorenzo non distingueva il sintetico dal naturale. La pelliccia era di peli grigi, marroni e bianchi. Poteva essere stata scuoiata da qualche animale. Avrebbe voluto accarezzarla per gustarne la morbidezza di quando accarezzi il gatto.
“Dici al dottore cosa ti senti. Parla col dottore.”, disse alla figlia,
“Non ho niente. – rispose la ragazza – Perché non glielo dici tu che ho? Io questi signori neanche li conosco. Chi li ha visti mai?”
“Su, Carla, fa’ la brava. Sono dottori. Con loro puoi parlare… dì cosa è successo ieri sera e cosa è successo poco fa.”
Carla non portava nessun profumo né smalti alle unghie o monili vistosi. Era di una bellezza che imprigionava chiunque ci cadesse dentro con lo sguardo.
Lorenzo non le staccava gli occhi da dosso. Il dottore lo invitò ad abbandonare la stanza. Gli disse di lasciarlo solo con la ragazza e la madre. “Ti chiamo io quando puoi entrare.”
Per quanto fuori dal pronto soccorso, l’infermiere sentì chiaramente la ragazza andare in escandescenze proferendo parole sconce. “Mamma, cosa pensi? Piace pure a me il c… cosa credi? Lo voglio anche io come lo prendi tu.”
“Ma che vai dicendo Carla? – intervenne la mamma – Vede dottore? Non la riconosco più. Dice tante di quelle parolacce che mi fa restare allibita.”
“Che cosa ti senti? – chiese il dottore – ti vuoi confidare? A me lo puoi dire cosa ti senti. Cosa ti è successo… vuoi restare da sola per parlare più liberamente dei tuoi problemi? “
Pure lui intrappolato nella bellezza di lei, più che domande faceva inviti a confidarsi ed aspettava che la ragazza accondiscendesse.
“No”, disse lei, “proprio con te no.”
Lui specificò: “Come dottore… naturalmente… se vuoi tua madre aspetta fuori e tu puoi parlare liberamente.”
Di colpo s’udì la ragazza singhiozzare di un pianto disperato e poi, dopo poco, s’udì un baccano di cose che cadevano. Piccoli oggetti di solito sulle scrivanie delle infermerie. Penne, libri, registri.
“Ecco… ecco dottore. Anche poco fa le è preso. Le è durato poco ma ha messo le mani nella mia borsa ed ha gettato tutto per strada.” Poi ha pianto mentre l’accompagnavo da voi.
Il dottore allora chiamò Lorenzo. “Lorenzo, - disse - stai un po’ con la signorina ché debbo parlare con la madre a tu per tu. Venga signora, venga in un’altra stanza.”
Lorenzo entrò e si mise a guardarla. “Rotta. - pensò – Quando si rompono così, non s’aggiustano più”. Non smetteva un attimo di guardarla con quei suoi capelli neri di seppia che le avvolgevano il collo da statua. “Me la terrei anche guastata così, anche che non funziona più. Solo per guardarla. Che fa che non si può aggiustare?!“
L’accarezzò come si accarezza il gatto, il pulcino, il coniglietto e lei sorrise con tutti gli occhi in tempesta.

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