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     L'orologio d'argento   
     Wednesday, 11 October 2017 @ 14:30
     Leggi il profilo di: alfredo.agresti
     Visualizzazioni: 172

    Racconti

    L’OROLOGIO D’ARGENTO


    Il soprannome di “Lascia fa’ a me” (o Lasciafammè) zio Carlino se lo era quasi cucito addosso, con quel suo ricorrente modo di dire; ma la cosa, che io sappia, non gli dispiaceva e credo proprio che ne andasse quasi orgoglioso.
    Fumatore incallito, giocatore e gagliardo bevitore, aveva un concetto biblico del lavoro: lavorava per necessità e non certo per nobilitarsi attraverso la fatica. Era un abile artigiano ed esercitava il suo mestiere con maestria e una sorprendente levità di tocco. Ebbi sempre l’impressione, vedendolo all’opera, che le ore dedicate al lavoro non fossero che un increscioso incidente di percorso nella sua giornata piena di molti altri interessi.
    Era stato a modo suo un uomo di mondo, e ci teneva a raccontarlo quel mondo in cui, a conti fatti, era stato sempre a proprio agio. Andava fiero di certe frequentazioni giovanili e, soprattutto, del favore che gli avevano accordato i notabili del tempo: dai C**, ai M**, ai V**, ai Ma**, ai Ve** etc. Di tutti lor signori aveva goduto la familiarità ricevendone spesso incarichi di fiducia. Servile non lo fu mai. Aveva, dunque, frequentato a lungo quelle dimore affinandovi una innata garbatezza di modi. Sapeva essere cerimonioso, ancora in tarda età, e fu sempre un magnifico ospite assecondato dall’infaticabile moglie Emilia.
    Il loro era stato sicuramente un matrimonio d’amore, e le due forti personalità si erano integrate in un equilibrato menage. Per tutta la vita era rimasto il cruccio di non aver avuto figli. Ella aveva profuso tutte le energie nella conduzione della casa e delle terre; egli si era riservato un ruolo che potremmo definire di rappresentanza.
    Gli era congeniale la festa: fin da giovane fu “mastro” di quelle paesane e frequentatore assiduo di tutte le altre qui intorno, finché la salute glielo consentì. Aveva amici dappertutto e anche un discreto numero di “amiche” delle quali, però, parlava poco e sempre a bassa voce, da gentiluomo, sì signori!
    Lasciafammè era anche buon conversatore e nelle discussioni si dimostrava sovente accomodante. Era, potremmo dire, mediatore per temperamento. Si vantava, e credo senza millantare, di avere “aggiustato” parecchi matrimoni. Anche nella compravendita delle selve fu spesso richiesto e apprezzato sensale, e non di rado gli veniva affidata fiduciariamente dalle parti la marcatura e la conta delle pertiche.
    Ci sapeva fare Lasciafammè, e col bicchiere levato faceva ancora meglio, perché del vino era un intenditore. Mi è capitato di osservare da vicino qualche impettito sommelier, ma a confronto di quella di zio Carlino la loro mimica nell’annusare un vino mi è sembrata per lo più stucchevole e di maniera. Lasciafammè il vino lo “reggeva” alla grande, lo dominava. Subì però una sconfitta che accettò cavallerescamente e della quale fui testimone.
    Era sceso qui dal Gran Sasso, per ragioni di famiglia, un altro bevitore: tale Valente, di nome e di fatto. ( cfr. “I cavalli azzurri” in “Il Corallo e la Rosa” - Editrice Nuovi Autori, Milano 2003 -). Lasciafammè lo ospitò, lo studiò e lo sfidò. Alla storica mescita di Eugenio Elia, a Sessa, andarono in tre, ma l’ospite venuto da lontano mangiò la foglia e stette al gioco. A sera inoltrata, Lasciafammè e il terzo bevitore furono riportati a casa quasi di peso da quel pezzo di montanaro che chiese ed ottenne un ultimo bicchiere.
    Quando era in vena, e gli capitava spesso, dimostrava un gusto particolare per la narrazione. Partiva abitualmente da lontano, preparando lo sfondo e la cornice, quindi, schiaritasi la voce con un buon sorso, entrava nei dettagli. Conosceva fatti e misfatti dei paesi qui intorno, grazie a quella rete di amicizie di cui sopra. Quel che sempre mi colpì nelle sue storie fu la capacità di tratteggiare i personaggi. Gli argomenti erano quasi sempre “forti”: vendette, ammazzamenti, corna e tradimenti vari. Indubbiamente Lasciafammè come narratore sentiva più il tragico che il comico e aveva una sua ben definita scala di valori. Non dava giudizi morali, ma ammirava quelli “di carattere”, come usava dire, irridendo gli ignavi, anche se vittime. Spesso i protagonisti appartenevano a quel mondo dei signori che ben conosceva senza farne parte. A qualcuno di essi forse si ispirava mutuandone piglio e atteggiamenti. Ad uno, che per ovvia riservatezza non nominiamo, era particolarmente legato, quasi da affetto. Quando ne parlava finiva immancabilmente per ricordare il seguente episodio al quale aveva assistito in gioventù.
    Un figlio dell’innominato signore era in partenza per lontanissime piste da sci ( figuriamoci, da questi paesi, negli anni venti del secolo scorso! ) ed era andato a salutare il padre che se ne stava nel suo studio a discutere di foreste e di legname col giovanissimo Lasciafammè. Dal rigonfio portafogli il genitore intenerito aveva tratto un bel mazzetto di banconote nuove di zecca: una somma più che ragguardevole, per i tempi e per l’attonito testimone. Il rampollo aveva sdegnosamente rifiutato dicendo:
    <<A chi credete di fare l’elemosina? >> .
    E non c’era giudizio di sorta nel racconto. Lasciafammè era rimasto colpito dalla grandiosità dei gesti, dell’uno e dell’altro.
    La moglie Emilia quando voleva canzonarlo per qualche sparata sopra le righe usava dirgli: << Vuoi mette: manco don ****** ******* ! >>
    E Carlino di rimando: << Lascia fa’ a me…. >>.
    Lo lasciò fare per tutta la vita quella donna vivace e intelligente, credo proprio in ragione di un vero amore. E per la stessa ragione – ne sono certo – gli perdonò anche le scappatelle. Chissà, forse era fiera della fama di grande amatore del “suo” Carlino. Altri tempi, altre donne, altri costumi.
    Una sera d’estate di qualche anno prima che morisse venne a trovarmi e ci mettemmo al fresco, a fumare e a bere.
    Una signora, avanti negli anni, faceva a fatica la salita oberata dagli acciacchi e dalle sovrabbondanti rotondità. Lo vide, si fermò a tirare il fiato e lo chiamò. Il dialogo che ne seguì sarebbe sufficiente per una breve commedia, per un atto unico almeno. Mi incuriosirono, mi divertirono e finirono per farmi una grande tenerezza: si stavano raccontando la vita ripercorrendo, in codice, un privatissimo percorso.
    << Trattammelo bene a zio Lasciafammè!...>> mi disse la signora prima di riprendere il cammino. Quando si fu allontanata abbastanza, egli si chinò come a confessarsi: << Quando arrivò era un fiore! ... E che nottate, nipote mio!... Ma quanto tempo è passato…>>
    Non capii se quella sul tempo fosse un’ esclamazione o una domanda, ma poco importa.
    Nel doppio fondo dell’ orologio d’argento, che gelosamente conservo, sono graffiti un nome e una data: Nova York 5 12 1918. È un pezzo raro, da collezione, mi dicono, americano. Funziona perfettamente, come quando zio Carlino da giovane lo traeva dal taschino del panciotto: la nottata era ancora lunga per lui.

     



    L'orologio d'argento | 4 Commenti | Crea un nuovo Account

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    L'orologio d'argento
    Contributo di: frame on Thursday, 12 October 2017 @ 11:41
    Questi testi di carattere autobiografico, questi quadretti
    ameni di vita vissuta, fanno felice soprattutto chi li
    scrive, i suoi parenti, gli amici e gli amici degli amici
    che si ritrovano e si rivedono nei luoghi e nei fatti
    descritti, Però agli altri, sentiammè che non sono nessuno,
    non gliene può fregare di meno. Chi ha una certa età di
    storielle simili ne ha sentite tante… forse troppe.
    Comunque, per quel vale il mio parere, mi sembra scritto
    proprio a dovere, con uno stile classico pulito e con buona
    ironia.

    ---
    Frame

    [ ]

    L'orologio d'argento
    Contributo di: Donato Desiderat on Thursday, 12 October 2017 @ 15:20
    Viene voglia di leggerne di più

    [ ]

    L'orologio d'argento
    Contributo di: PattiS. on Monday, 16 October 2017 @ 10:21
    peccato per la penna abbastanza felice che possiedi. Più descrizione di un
    personaggio (hai lo stesso vizio dello zio...) eppure si poteva farne un racconto nel
    racconto (a scatola cinese) e approfondire uno degli episodi (anche inventando,
    mica è peccato). Come dice Frame, di personaggi stravaganti ne sono pieni i paesi
    e le famiglie. Da notare le figure femminili accessoriate come un robottino più
    perdono madonnesco sempre incorporato.

    ---
    Tanzt, tanzt, sonst sind wir verloren (Pina Bausch)

    [ ]

    L'orologio d'argento
    Contributo di: Carmen on Thursday, 19 October 2017 @ 16:30
    Amami Alfredo
    Amami quant'io t'amo...

    Canta la Traviata.
    Passavo di qui. Sono con Frame. Che pizza e che racconti lunghi.

    ---

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