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     Appendi pure la mia testa   
     Friday, 15 September 2017 @ 10:30
     Leggi il profilo di: naiakala*
     Visualizzazioni: 163

    Racconti

    Pareti vuote, da onorare. Affili e affili aspettando, d’appender anima a condanna già scritta. Un’altra. Faranno più ombra di quella che ti sta inseguendo? Divincoli i particolari in attesa. E poi di netto. Sicuro.

    Nella rena.

    Mi diverto a farmi commiserare. Si giudica il risultato. “Questa rena è fasulla. Vergogna!” Mi faccio sbranare, voglio vedermi finire, ma non mi rinnegherò mai. “Vigliacchi. Giudicate le apparenze!” è una la domanda, una la risposta. La soluzione è così chiara. Nessuno la vede. Nessuno. Inveisci insieme ai carnefici colpevoli di ignoranza e indifferenza: non ci deve essere pretesa più grande di quella sperata per godersi uno spettacolo gradito.

    Entra.

    Sono sola. Non c’è chi? Chi? Chi ti sta accanto chi è? Ti vende? O vuoi farti vendere?. Veramente c’è dell’ipocrisia a questo mondo?! Nessuno! nessuno! se ne è accorto. Sono io il problema cacciatore di teste?

    Mi senti

    Ascolta

    Affonda (rapace)

    Cosa vuoi trovare? Il tuo cammino è impervio. Sono tante? Cosa ci trovi? Cosa ti danno che ti manca? Cosa cerci?. Io? Voglio sapere CHI SONO. L’illusione mi tiene cosciente. Nella mia realtà abbandonata a se stessa mi sento annegare. A te cosa rincorre? Hai affilato tanto per barricarti dal nulla?

    Ho paura

    Ho paura?

    “Ho paura!”

    Una valle deserta il dunque. In lontananza? Un qualcosa. Cosa?E Nel mezzo. Paradosso. PAURA. Punizione divina. Le domande infinite. Le risposte le ho. Le ho giuste? Sono giuste? “Sono giuste!”. Sono io ad essere giustamente sbagliata.

    - Ti regalo il mio tormento - Attento!

    (Ingoia e deglutisci. Ora, silenzio. Cresci. Dimentica.)

    L’attesa di una giustificazione era spirata. E colpì, ancora e ancora e ancora. Un delitto. Una condanna. il silenzio. La pena di un altro una sentenza di vita. Ancora e ancora e ancora. Una morale che non aveva morale. Ancora, ancora, ancora. Stupida, fottuta, idiota innocenza di una dignità inconsapevole. Bast..rdi silenti che il tempo vi affoghi di dolori. E tu, piccola, insignificante, nullità, schiava di un’idea di vita, tu che hai cancellato il tuo voto con un nulla, svolazzi felice su un giardino seguendo un inganno, arriverai a quella luce che ti promette vita, prega, la mia forza di tenere in piedi questo teatrino di fori bianchi nutriti da un terreno di risentimento. È il giorno, ti prendo là dove scorre più forte l’essenza e oggi che posso ti alzo, ancora più in alto. Un onore che meriti. Credimi. “Adesso. Urla” una ragione che non hai mai avuto. Invece è ancora, ancora, ancora. Acre, corposo, odore di ferro e metallo, tiene la notte legata ai mie occhi, incolla la mie paure e risveglia i ricordi. Ancora e ancora e ANCORA, dipingo il mio dolore in quadri astratti su pareti fredde. Ti voglio alla gogna bast..rdo. E mi ritrovo ad asciugarti i piedi come quella putt..na. Uno, signori. Un atto e abbiamo finito. Per Dio. E “Per Dio!”. Non per me. Non mi libererò mai, ma soddisferò le mie catene. La vita è questa? giudici a che servite ipocriti, guardateci sbranare è quello che sappiamo fare meglio. E ancora, piango. Piccole cose, niente che valga la colpa del nulla. Eppure raccatto me stessa. Quella mano ha raso al suolo il mio angolo. Ora. Una mensola vuota, il mio primo trofeo, la pena. Mentre rialzo i frammenti di un inizio, frantumati senza cura, mi chino, mi prodigo, mi prostro e continuo a farlo. Dannato. Dolore e pena. Vigliacco. prima che ti rincorressero famelici, sapevi del loro nome. mangiano e distruggono, strappano e smembrano. Ti ho lasciata morire, anche io colpevole di odio, oggi ti ritrovo.

    “Sono sporca scusami”

    “Ciao. Perché hai tutte quelle ferite, chi te le ha fatte?”

    “Un mostro, che mi ha inseguita fin qua”

    “Ma sei sola, non c’è nessuno dietro di te ”

    “Lo so.”

    “Perché mi abbracci?”

    “Ricordatelo questo, ricordalo sempre”

    “Mi sporchi così”

    “No! non lo farei mai, non l’ho mai fatto”


    Ora.

    Dovrei uscire e gridare. Voglio vomitare tutta me stessa su questa massa informe e deforme di un agglomerato parlante e strisciante, serpi nutrite di avidità e odio. Mi venderebbe per sollevarsi dalla propria melma di vita o per inspessire qualche trama sociale a cui aggrapparsi, anche il più fedele cane bast..rdo. Ti suona familiare….

    ….”Cacciatore. Di. Teste?” Sussurro, scandendo in un quasi canto, avvicinando il mio giovane viso a quella pelle che racconta una storia che ha deciso il suo epilogo. La mano a scostare i capelli e la bocca così vicina da sentirne il respiro, e quel profumo ancora vivido di voglia di vita che hai perso da tempo. “Sono famelica anche io cacciatore di teste, ma non ho mai approfittato di uno sprovveduto che si è perduto in se stesso, talmente tante volte da aver bisogno di divorare il nulla. Che tu abbia non c’è dubbio! una capacità che affascinerebbe qualsiasi giovane mente, ma la tua condanna è l’aborto del tuo talento. Niente di quello che hai ti basta. C’è ancora qualcosa a parte distruggere che ti soddisfa? L’odore di marcio è attaccato ad ogni tua finta pretesa affascinante e tormentato cacciatore.” Mi allontano un momento per studiarti come una predatrice attenta alla sua preda. Elegante, agile, sicura mi avvicino, un giro di perlustrazione forma un cerchio perfetto dentro il quale è seduto il tuo corpo. Ti sono davanti. Prima una e poi l’altra, le gambe si divaricano leggermente, quel tanto per formare un incastro perfetto con le tue unite. Mi siedo, regalandoti il favore del mio peso e accarezzo nuovamente, dividendo i capelli proprio vicino a quel’orecchio al quale ho appena sibilato la tua condanna. La mano si ferma, afferrando quelle ciocche colorate dal tempo. Una leggera pressione all’indietro, il collo si inarca e il mio corpo è nuovamente costretto sul tuo per raggiungere là, dove amo scomporre i tuoi pensieri. “Non c’è paura per gli altri che valga te stesso. L’esserti coronato ti tiene legato alla vita, come il re di un passato ingrato dove un uomo valeva meno di un’offesa. I tuoi passi su questa terra sono andati tanto avanti quanto indietro, un’ambigua polivalenza di vita che racconta. Chi di così importante non ti ha dato quel che doveva? Chi ti ha strappato così in profondità da farti vendere al peggio? Sentirti così, al di sopra di tutto ti tiene legato, ma a un deserto di vita, non ti rimane che un pugno di sabbia infermo, che si scompone e deforma al primo soffio di vento, ti seppellirà presto se continui a decimare. Un inconscio troppo motivato da domare non è una giustificazione. Sei tu il debole! Istintivamente sai che non c’è più spazio per te a questo mondo, così ‘uccidi e distruggi, strazi e massacri, sventri e smembri e sminuzzi e anneghi e calpesti e squarti e sbrani e torturi e annienti e annichilisci e disintegri e polverizzi e incenerisci e frantumi’, aspettando la carcassa affranta e svuotata di speranze, per poi tirare un fischio alle tue bestie, chiamate a ripulire, nutrendosene senza risentimento. Le guardi annaspare dalla foga di divorare, strappare e smembrare, fauci colanti di lembi e denso sangue che lento segna la sua strada, inseguito da ringhia e lamenti. Per un attimo sei sollevato, non ti considerano, lasciandoti libero quel respiro profondo di sollievo che trattieni da tempo. Capace, tanto abituato al fetido odore della loro compagnia, di goderne, perverso e insensato come sei diventato. Consapevolmente ingenuo ti concedi questo momento, fingendo l’ennesima volta di credere, per un istante, che non torneranno ad inseguiti fedeli e instancabili non appena volterai il viso stufo della squallida scena. Di nuovo affamati, di nuovo famelici, di nuovo voraci nel tormentandoti l’anima, scavando furiosi e agitati affondo sempre più affondo, formando un buco nero, un vuoto, nel quale ti perdi neanche impaurito, perché il tuo vero limbo è l’apatia. Inerme li lascerai fare, come hai sempre fatto, capace solo di aspettare la prossima preda con la quale distrarli ancora per un altro piccolo, insignificante, futile, inutile secondo.” Un respiro di silenzio, nel quale lecco veloce quel lobo, parte dell’orecchio vicino al mio viso, per poi passare la lingua tra i denti, quasi a compiacermi di aver assaggiato il tuo sapore e le tue momentanee e tormentate emozioni. Un attimo inebriante prima di tornare a sussurrare ancora una volta.

    “La vita si regola in semplici percentuali e probabilità. Una consapevolezza spietata, non ci dà più di che lamentarci e con chi farlo, soli per sempre con i nostri dolori. Hai capito la vita cacciatore di teste questo l’ho intuito, anche se provi ad illuderti non funziona con noi anime perse. Adesso vuoi immotivatamente fare la pelle a questo povero diavolo una seconda volta?” Un ultimo respiro profondo ti arriva ancora caldo, allento la dolce persa, un piccolo e inesistente senso di libertà ti pervade. “Senti quanto è bello quello che non hai mai avuto”commento mentre scosto il viso. E di quella mano che ti ha per qualche istante dolcemente intrappolato, uso un dito, che deciso ora percorre il tuo busto tagliandolo a metà... petto.. torace.. ventre. “Cosa avrai dentro?” Alzo lo sguardo, ti guardo negli occhi.
    .Ora la vedi.

    “per sempre tua, anonimo”

    .APPENDI PURE LA MIA TESTA.



    Cotidie damnatur qui semper timet



     



    Appendi pure la mia testa | 2 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    Appendi pure la mia testa
    Contributo di: Ganimede on Sunday, 17 September 2017 @ 17:27
    Tempo fa, naiakaRa (scusa l'anarchia del grafema...), vidi un film (forse un
    episodio della serie Black Mirror ma non ne sono sicura).
    Per quel poco che ne ricordo, al protagonista veniva proposto di prendere
    parte ad un esperimento; tale esperimento consisteva nell'intrattenersi
    all'interno di una vecchia casa isolata senza nessuna particolare direttiva
    comportamentale da seguire.
    L'esperimento poteva terminare in qualsiasi momento egli lo desiderasse,
    con la garanzia di essere soccorso seduta stante, grazie ad un sistema di
    telecamere installate nella casa che gli sperimentatori tenevano sotto
    controllo. La particolarità consisteva nel sottoposi ad una sequenza di
    allucinazioni indotte dagli sperimentatori: cose che il protagonista-cavia,
    sapeva perfettamente essere prive di sostanza pericolosità o intenzionalità
    (perché era stato assolutamente messo al corrente di tutto) ma che andava
    via via perdendo la capacità di affrontare in maniera razionale per via di
    una serie di rapporti causa-effetto radicati nel suo cervello. (In altre parole
    sapeva della finzione ma faticava a bollarla come tale (naturalmente tutto
    era stato preventivamente studiato per aderire alla psicologia del soggetto,
    es.: aracnofobico? Serie di allucinazioni sui ragni. Si fida di una certa
    persona? Serie di allucinazioni che coinvolgevano quella persona).
    In definitiva l'esperimento mirava a mettere in dubbio le sue certezze
    oggettive incrinamdogli le basi della ragione. Non ricordo come sia finito
    (probabilmente mi sarò addormentata come sempre quando un film mi
    interessa molto.... :-); dirai tu: "ma poi cosa c'entra col mio testo?" Beh, dal
    TUO punto di vista forse niente, voglio solo dire che ognuno di noi scrive
    ciò che scrive per trovare se stesso e trovando se stesso scopre i confini
    tra ciò che è RELATIVAMENTE reale e ciò che è RELATIVAMENTE irreale:
    in altre parole una vita sprecata a delineare l'inutile.
    Comunque sono impressionata dal tuo racconto: raramente ho visto un tale
    livello di raffinatezza introspettiva, una simile intensità di colore vivo
    spruzzato su una partita giocata sulla continua, repentina ed esasperante
    inversione di ruoli (a voler ben guardare io l'ho vista così, anche se tu avrai
    da ridire).
    C'è un che di sinuoso in questo gioco, un fiume di sensualità cerebrale che
    sfocia nell' erotico (e quella leccatina di lobo, sono sicura, intrigherebbe
    anche Hannibal Lecter).

    "La soluzione è così chiara. Nessuno la vede. Nessuno."

    "Non c’è paura per gli altri che valga te stesso"

    "Sei tu il debole"

    Esile farfalla, morente schiava del vento pronta a prendere l'onda
    (inerziale) di un pensiero, non colpevolizzarti, ci provano tutti ad esistere; il
    fine giustifica i mezzi (dicono).

    P.s. Ti do due ** che non metto per non accartocciare il commento (però se
    qualche Buonanima mi spiegasse come si fa....amen)



    ---
    Nadia Rizzardi
    ---"Cristo è ateo" Ivan Kramskoj.

    [ ]

    Appendi pure la mia testa
    Contributo di: dragonero on Monday, 25 September 2017 @ 19:14
    ansiogeno detto da uno che di ansia se ne intende.
    racconto nel racconto sotto il profilo psicologico di non
    facile lettura e difficilmente posizionabile in un sistema
    spazio tempo, piaciuto a tratti
    (f)

    [ ]

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