Nessuno

Thursday, 07 September 2017 @ 10:45

Leggi il profilo di: dario moletti

Gli spari furono in successione- bang, bang….bang e….bang, tagliarono a fette quella mattina, una domenica di primavera. Chiara ed io ci stavamo baciando, doveva essere l’inizio della mia discesa su quel suo profumato versante.
Alzai il capo con quella domanda un po’ fessa –spari?- poi mi girai a guardarla, indeciso se continuare a pomiciare o cosa, ma lei si scostò invitandomi a curiosare “Marco, dai, vai a vedere dalla finestra” “Io?” risposi, fingendo di non aver capito l’effettivo cambiamento di programma, ma soprattutto togliendo la mano da quella febbre tra le sue gambe. Così mi alzai controvoglia e attraversai lo spazio che mi divideva dal saper cosa stava succedendo, ringraziando mentalmente Chiara per avere insistito sulla moquette nella nostra camera, perché oltre a felpare la camminata, dava un piacevole e caldo contatto per chi era costretto ad alzarsi in fretta e non indossava le ciabatte.
Giunto, scostai leggermente la tenda che mi sfiorò il pene sulla via del riposo e guardai fuori. Niente, di primo acchito tutto mi sembrava così a posto da domandarmi se avessi sognato quei rumori, poi, piegando leggermente il capo, inquadrai qualcosa. Mi ci volle qualche secondo per mettere a fuoco a causa di un riverbero della giornata che si preparava ad essere dir poco stupenda. C’era una ruota di bicicletta che girava lentamente a vuoto e sopra il telaio, un piede o, per meglio dire, una scarpa dove stava sicuramente infilato il piede: chissà perché fui subito convinto che la scarpa non potesse essere vuota, ma l’annuncio di qualche tragedia appena avvenuta.

La prima arma che mi sono costruito è stata una fionda. Per farla andai nella tenuta del Geppo, omuncolo tozzo e iroso. Ci andai di sera, quando di solito gli uomini soli stanno in osteria a bere e parlare di donne. Avevo il coltello a serramanico di nonno Angelo (a forza di insistere aveva ceduto facendomi promettere che l’avrei tenuto come fosse sacro) lama forte, misura sette dita d’uomo, quindi contundente ma maneggevole, col manico d’osso di tartaruga con venature verdi. Sapevo esattamente dove andare perché avevo studiato a lungo la razzia, il ciliegio era maestoso e feci fatica ad arrampicarmi sui primi rami, ma poi come uno scoiattolo raggiunsi la diramazione che m’interessava, misurai una branca e mezzo o giù di lì per sicurezza e spezzai il ramo. Certo, quando il giorno dopo il Geppo scoprì il male fatto, non cantò certo una canzone in paese, so che mise addirittura di mezzo Dio per la sua vendetta, ma non scoprì mai la faina.
Questa volta però ho usato la doppietta cui sempre con il mio coltello e una sega ho ridotto il manico, come anche le canne da fuoco. Risultato: ho ottenuto un’arma ancora più micidiale e da nasconder facilmente sotto il pastrano. Per sparare ho usato pallottole da cinghiale, perché l’omicidio deve dimostrare la capacità di chi lo esegue e dare un monito a chi invece vuole ficcanasare troppo.
Son salito al nord per quest’affare, non ho fatto domande sul come e perché, non m’importa, so che va fatto per riparare un’offesa e quindi è tutto. È stato più facile di quanto sperassi, il tizio fa lo stesso tragitto tutte le mattine con la sua bicicletta, così ho scelto il giorno e il punto dove mi andava meglio.
Il fesso è stato puntuale anche di domenica: strano, credevo che la domenica questa gente poltrisse fino a tardi, chissà perché è uscito… Io ero lì per fare l’ultima ricognizione e me lo vedo arrivare in bocca. Se vuole il caso, so improvvisare, così ho esploso i due colpi mortali quando era a meno di cinque metri, poi ho ricaricato e ci ho messo la firma sulla faccia e sui genitali (chi di spada ferisce di spada perisce).

“Che c’è? Che hai? Che stavi sognando? Sei tutto sudato e poi urlavi”.
Già, il sogno, cioè l’incubo che stavo facendo, qualcosa sbucato dal passato? Sull’ultima immagine qualcosa era ben nitida (ho la nausea). “E adesso dove vai? È domenica, non mi dire che prendi la bici?” “To’, non ci avevo pensato alla bici! Bella idea amore, una buona pedalata mi schiarirà le idee”. Ci mancava solo di raccontarle tutto, del perché un anno fa abbiamo deciso di fare una fuga di una settimana fino in Sicilia (io ci andavo per una commessa di lavoro e Marco, furbastro, ci si è infilato dentro). Due amici liberi per sette giorni, LIBERI di togliersi alcune soddisfazioni, lontani da affetti e doveri, liberi d’infilarlo in un’altra minestra, hahahaha. Quel giorno lì siamo arrivati ad una trattoria fuori paese, affamati e assetati, si rideva, si mangiava e si beveva, il vino fresco di cantina era il re della tavola, così verso la fine del pranzo tre bottiglie vuote facevano la loro bella presenza. Il discorso molleggiava tra noi due in quel locale quasi deserto, rossi in volto ed eccitati, quando è entrata Lei, con quell’andare calmo e carnoso, ci ha squadrato e sorriso, non ricordo se abbiamo detto, o cosa? Perché lei si è girata del tutto e ci è parso che dicesse “magari…” Al bancone del bar ha comprato alcune bottiglie, poi, tornando sui suoi passi, forse, forse ci ha fatto l’occhiolino. Ci siamo guardati “ma sì, dai, perché no! Le occasioni non si devono sprecare mai, se poi a quanto pare vengono servite su certi vassoi…” Adesso ho una confusione delle immagini, sicuramente abbiamo pagato, preso la macchina con un caldo tropicale sulla pelle. Lei, quando si è fermata, ci ha guardato stupita, noi le eravamo già addosso, poi mani che strappano, che bloccano, che fanno tacere le urla e a turno su di lei, svuotarci. Dovessi dire come stava dopo, non lo ricordo bene, non ne abbiamo più parlato, è tutto lontano, ora.
Siamo di nuovo noi, in fondo delle brave persone, ben inseriti nella comunità.
Bang! Bang! “Cosa? Com’è che il mondo gira, ehi tu! Dammi una mano, non so com’è che sono caduto. Ma che fai con quel coso?” Bang! Bang!

La ruota sta ancora girando quando ci arrivo vicino, oh mio dio…. “Luca? Lucaaaaa?” È lui lì, così, scomposto e coperto di sangue? Cielo, la faccia, alla faccia gli manca qualcosa... tremo. Sono esausto, io non devo stare qui! Eeeh, mi giro, non so bene perché, ma mi giro, mentre sento uno strano gusto metallico in bocca. C’è qualcuno con qualcosa, mi guarda in malo modo, “Tu….tu chi sei? E….cosa fai con quello in mano…. quel fucile o qualcosa che ci assomiglia? Abbassalo, me lo stai puntando addosso stron… Bang! Bang!

Al secondo non ci ho messo la firma, però gli ho mozzato l’orgoglio. Che giornata fortunata, due piccioni con una fava, anche se questo non so neanche chi sia, è spuntato dal nulla correndo come un pazzo e conosceva pure il fesso.
Chi se ne frega, io non lascio testimoni, non è nel mio stile e poi le domande ingrossano lo stagno e l’acqua prima ferma incomincia a scorrere, non va bene, né per me, né per chi mi ha dato il comando. Puliti, dice sempre Zio, ed io non voglio fargli fare brutte figure, anche perché costano care.
Bene, che ora è? Non male, prendo un taxi sulla piazza di ‘sta merda di paese e vado fino all’aeroporto più vicino, tra qualche ora sono di nuovo a casa, così vado da Nunzia col trofeo che ho tagliato al secondo, chissà che ne fa? Magari una pozione? O magari lo dà al cane? Che importa, quello che ha importanza e che forse riderà di nuovo ad un uomo di rispetto e, se il destino vorrà, al momento giusto glielo farà capire che lei è la mia zita.

5 Commenti



http://vetrina.clubpoeti.it/article.php?story=20170907094546342