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     Il demonio vive in Messico   
     Wednesday, 06 September 2017 @ 13:00
     Leggi il profilo di: zaina
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    Racconti

    In quel periodo stavo ritornando in Spagna dopo più di quattro anni passati in giro per il mondo. Mi consideravo un esperto viaggiatore e conoscevo a memoria le cicatrici che quel viaggio m’aveva cucito addosso, prima fra tutte la rottura della relazione con mia moglie. Passare le notti in oscuri e solitari tuguri era il prezzo che pagavo al mio vagabondaggio però non mi pesava; viaggiare è fatale ai pregiudizi e viaggiavo da così tanto tempo che già non differenziavo fra hotel con incanto o bugigattoli claustrofobici. L’antico sistema di norme e credenze che m’imprigionava s’era sfaldato alla luce della conoscenza e la mia vita predente era andata perduta come i bozzoli dei bruchi quando si trasformano in crisalidi e in farfalle.
    Erano ben poche le cose che mi importassero e seguivo la norma dettata dall’esperienza che possiedono i viaggiatori, l’accettazione della realtà esistente. Volevo scoprire nuovi oceani e non potevo farlo senza perdere di vista la linea dell’orizzonte così che non mi sentivo solo; la solitudine mi permetteva di scoprire chi ero, mi faceva conoscere i miei limiti.
    Ho ricordi di uomini armati con i volti coperti da passamontagna che dalle selve sud americane escono a fermare l’autobus sul quale viaggio, di vecchie bagnarole che arrivano scorate a porti indonesiani con le stive piene d’acqua salmastra e con i passeggeri che pregano arrampicati gli uni sugli altri, di notti fumose con rituali di Ayauasca in Amazzonia e curatori che curatori non sono, di principi di congelamento nella Patagonia scendendo in autostop verso Ushuaia, di bande islamiche incappucciate che a Sumatra mi si stringono attorno con nulla simpatia per gli occidentali, di terremoti in Nuova Zelanda e di frane che a Sulawesi trascinano a valle il pullman di fronte al mio. Nelle fosse delle narici ho ancora l’odore del sandalo che brucia con la carne umana nelle cremazioni in Industan e nelle orecchie il ruggito dell’oscuro mare Giapponese che a Okaydo si gonfia e monta come un pane che lievita.
    Ho visto più di ciò che sono in grado di ricordare e ricordo più di ciò che ho visto. È probabile che abbia anche dimenticato più di quanto avrei voluto però fra le innumerevoli immagini che mi susseguono sfumate molte sono ancora chiare come un murale su una parete di cemento battuta dalla pioggia.
    Una di queste e quella di un camioncino blu scuro a Tijuana, in Messico, in Calle Coahuila a poche centinaia di metri dalle rive cementate del fiume Tijuana che funge da confine con gli Stati Uniti.
    È un Ford Pick Up e nel cassone scoperchiato vi sono due uomini sanguinanti e distesi in posizione supina. Un uomo con un passamontagna li tiene sotto tiro e gli uomini reagiscono in maniera differente. Il più giovane non riesce a nascondere il panico, respira ansioso e balbetta; il più vecchio ha un aria sprezzante, forse rassegnata, però sprezzante comunque. Non sembra aver paura però io sono terrorizzato quanto il più giovane dei due. L’uomo che li tiene sotto tiro ha un fucile d’assalto H&K G36 e i due uomini alla guida sono armati con fucili e pistole. Io sono sulla strada con le mani incrociate sulla testa. Il mio sguardo incontra quello d’uno degli uomini distesi nel cassone e quando il mezzo riparte e sgomma ho il battito cardiaco a mille. Ridiscende a tutta velocità Mutualismo e svolta in Ensenada e mi rendo conto che mi stanno tremando le gambe e che ho bisogno di sedermi.

    In Messico la violenza si respira. È un rettile in agguato, un silenzioso e immobile alligatore che attende la preda che scende al fiume, è un serpente squamato nascosto sotto le foglie del sentiero o un fucile d’assalto tedesco che vomita in Chiapas; è un gruppo di narcotrafficanti che tortura e decapita esseri umani a Jalisco, una banda di criminali che assassina donne a Juarez o la polizia che rapisce 43 studenti a Ayotzinapa, li fucila e ne brucia i corpi.
    In Messico la violenza non viene sparata dal tubo catodico d’una televisione; in Messico è reale e assale alle spalle, rapida, invisibile e letale, silenziosa come un ladro nella notte. È un brivido gelato alla base del collo, scardina il tuo perfetto mondo di sicurezze e ti fa rabbrividire. È il formicolio della paura alla radice dei capelli, il blocco allo stomaco che precede la scarica d’adrenalina del panico. È l’incredulità.
    Quando ciò accade vorresti scappare, non essere li, vorresti ribobinare e che la terra si aprisse e t’inghiottisse, vorresti sparire, volatilizzarti, disintegrarti, atomizzarti, qualsiasi cosa fuorché esser li. Però non puoi farlo perché quella non è una scena che puoi ripetere come in un film assurdo bensì un unico momento di questa vita che tante volte hai rinnegato e che finalmente davvero potrebbe essere arrivata al termine.
    E allora ricordi che il più grande successo del demonio è quello di aver fatto credere agli umani che non esiste e adesso lo sai anche tu, Satana esiste e ti sta fissando dritto dritto da due occhi di brace e tu sei paralizzato dal terrore e ti chiedi se avrai il tempo di farti il segno della croce prima che tutto finisca.

    Erano gli ultimi giorni di un piovoso Novembre e dopo aver attraversato il centro America ero arrivato al fiume Suchiate, alla frontiera del Guatemala con lo stato Messicano di Chapas. Durante i giorni precedenti diversi immigranti illegali erano affogati nel tentativo di attraversarlo e il valico del Carmen era presidiato dall’esercito. Era una scena che avevo già visto in altri valichi del pianeta, agli ingressi del primo mondo vietati ai disgraziati del terzo.
    Pioveva a dirotto e un centinaio di persone trovava riparo sotto ad alberi, cornicioni o vecchie cerate colore verde militare. Con la rassegnazione che accomuna i poveracci di tutto il mondo parlicchiavano a bassa voce e fumavano malsane sigarette sputando al suolo. Da una mal sintonizzata radiolina portatile arrivava il suono d’una marimba e i militari dormicchiavano o guardavano il nulla con lo sguardo lobotomizzato di chi non ha nulla da dare, nulla da perdere e nulla da guadagnare.
    Girovagai sotto alla pioggia per una mezz’ora e quando chiesi a un militare se si potesse passare mi rispose che il valico era chiuso. Mi consigliò di ritornare indietro, di trascorrere la notte a Gracias a Dios e riprovare il giorno dopo al valico di Técum Human. Non gli detti ascolto; ero stanco e ne avevo abbastanza delle tortilla e dei frijoles guatemaltechi. Volevo attraversare in Messico così che m’acquattai in un angolo e attesi fino a sera inoltrata. Quando rividi l’uomo gli offrii venti dollari. Mi disse d’attendere, andò a parlare con qualcuno e ritornò e mi chiese se i dollari potessero essere trenta. Affermativo. Passai davanti alle persone che attendevano, pagai quaranta dollari e mezz’ora dopo ero in Messico.
    Tele cerate e pioggia

    Passi la notte a Tapachula, in un soffocante bugigattolo con le pareti coperte da una appiccicosa carta da parati con grumi neri risecchi di mosche spiaccicate. Non era distante dalla chiesa di Sant Agustin e mi sedetti sul davanzale della finestra e guardai giù da basso. Era l’una del mattino di una afosa notte e il traffico era inesistente; solo qualche Pick up carico di agricoltori e cavalli rompeva il silenzio dell’oscurità. L’umidità era soffocante ed ero assetato così che scesi in strada a farmi una birra. Sotto ai portali le prostitute apparivano e sparivano al ritmo delle aggressive insegne dei bordelli e dei bar notturni: odore di luci al neon, urina e preservativi usati. Mi si avvicinò una ragazza proponendomi del sesso orale. Non arrivava ai sedici anni e aveva una cicatrice sulla guancia destra. La vita non doveva esser stata generosa con lei. La invitai a tacos e pastor e chiacchierammo fino a tardi bevendo quattro Sol ciascuno. Quando le dissi che me ne sarei andato a dormire mi chiese di portarla con me.
    “Duermo en la calle y aquí en el desierto las mañanas son más bien frías, gringo” mi disse “lo hemos pasado bien; no me dejes afuera”.
    La osservai e di nuovo notai la cicatrice. Era un taglio netto, una rasoiata da mezza guancia fino alla base delle mascella.
    “Que te pasó en la cara” le chiesi “como te hiciste ese corte?”.
    “Es el regalo de un hijoputa que no quiere que me olvide de él. Y no se me olvida no, ese cabron se va arrepentir”.
    Un regalo fattole da un figlio di *censurata* che voleva essere ricordato. La osservai in silenzio e mi chiesi cosa fare. Infine chiesi quant’era al cameriere e le dissi che si tirasse su.
    “Vamos” le dissi “vamos a dormir”.

    Il giorno dopo la luce del mattino mi svegliò di buon ora. La polvere del deserto danzava sulle fasce di sole e la ragazza dormiva ancora. L’osservai in silenzio. Aveva i lineamenti distesi e al chiarore del mattino sembrava più giovane dei suoi sedici anni. Ne avessi avuta una avrebbe potuto avere l’età di mia figlia. Andai in bagno, mi vestii e mi misi lo zaino sulle spalle. Le lasciai sul comodino trenta dollari e aprii la porta per andarmene. Notai che aveva gli occhi aperti e mi stava guardando.
    “Ya te vas, gringo?”.
    “Si” le risposi “tengo camino que hacer”.
    “Vale” mi disse “que la vida no te sea amarga”.
    Annuì. La salutai con un cenno del capo e scesi da basso. La città dormiva ancora ed eccetto un paio di cani randagi e un alcolizzato con il carrello del supermercato la strada era deserta.
    Raggiunsi la stazione Cristobal Colon e un paio d’ore dopo presi un bus per Città del Messico e da lì a Tijuana. Furono migliaia di chilometri con autobus che riprogramma giorno e notte film insulsi, violenti, banali e prevedibili. Strade diritte come fusi che correvano fra deserti di cactus e vegetazione bruciata, torri dell’alta tensione, lontane colline e camper guidati da tizi con camicie bianche, cappelli da cow boy e stivali rossi di pelle di serpente. Il deserto era infinito e una diffusa luce bianca mi bruciava gli occhi mentre lontani miraggi davano l’impressione che la strada sprofondasse in laghi ripieni di immondizia sui quali galleggiavano postazioni di pannelli solari.
    Ogni due ore v’era un controllo dell’esercito federale e tutti i passeggeri scendevano e passavano attraverso un metal detector tenuto sotto tiro da un militare seduto alla mitragliatrice d’un mezzo blindato. Spesso l’autobus doveva fare una deviazione di chilometri per essere perforato da raggi X e mentre le volpi del deserto e i rettili osservavano lo strano rituale i passeggeri venivano controllati uno a uno da militari con passamontagna ansiosi di aprire il fuoco. Decine di cartelli indicavano di attuare con prudenza e di obbedire agli ordini e ne lessi uno che diceva ALTO TOTAL Y OBEDECE SI QUIERES TU VIDA. In decine di controlli l’unico militare amichevole fu uno che m’aiutò a rimettere lo zaino all’interno del bus. Quando ce ne andammo lo salutai con un sorriso e al controllo successivo scoprii che mi aveva rubato l’armonica a bocca sistemata in una tasca esterna dello zaino. Era una armonica in SI che avevo comperato in Colombia un anno prima e che m’aveva accompagnato in molteplici viaggi.
    Ejército federal. Para servir y proteger.
    Spesso, quando i conducenti del bus si fermavano in qualche posada isolata per cenare o rifornirsi di gasolio chiedevo al gerente se avesse una stanza da affittare e vi passavo un paio di giorni. Le posadas avevano nomi come Lola o La flor del desierto e offrivano grigliate di capra, tamales, frijoles, tacos e micidiali ubriacature solitarie di tequila nell’attesa d’un prossimo bus. Tutto molto romantico però quello era il deserto e il deserto, si sa, è maledetto.
    Il deserto è il posto che Satana scelse per tentare Gesù Cristo; è dove vivono gli sciamani e dove i curanderos si ritirano per iniziarsi alle arti della magia, è dove Castaneda ascolta gli insegnamenti di don Juan e si commettono gli assassinii e si seppelliscono le vittime perché li rimangano i loro fantasmi. È dove il nulla si fonde con il tutto e il vento sussurra alle orecchie e fa impazzire anche chi non vuole ascoltare. Nel deserto il tempo si annulla e i giorni si fondono con le notti in un contesto immutabile che dura un unico eterno momento. Il demonio vive nel deserto e come i suoi serpenti e i suoi scorpioni è nascosto sotto a quella sabbia che ti si mette negli occhi e ti acceca e ti seppellisce vivo. Ti fa perdere la ragione, e ti brucia con il vento rovente del giorno che attraversa la tua gola come una lancia infuocata; ti congela durante la notte e ti fa implorare quel sole che ti farà morire di sete. È dove i rettili si divorano gli uni agli altri, dove la sabbia tutto lo copre e il sole tutto lo brucia. È dove le rocce si disintegrano in silenzio e senza pubblico, dove l’acqua, simbolo della vita, non esiste e dove le grida rimangono inascoltate. È dove il demonio vive con la morte.
    Però è anche dove si vedono nitidissime le stelle e nelle posadas dei deserti messicani mi sedevo sul davanzale a bere tequila e ad attendere la notte. Guardavo la sabbia che cambiava colore, gialla verso le undici, bianca verso le tre, rossa verso le sei, rosa verso le sette e del colore della neve durante la notte a seconda se c’era o no la luna.
    Quando le temperature scendevano mi inoltravo nel deserto per qualche chilometro in linea retta. Era pericoloso però mi produceva un’ eccitazione simile a quella sessuale. Li attorno qualcuno mi spiava, qualcuno non animato con le migliori intenzioni. Lo sentivo nelle vibrazioni e nel vento. Era come essere vicini a un pericoloso cane rabbioso legato a una catena troppo corta; sai che è il cane è legato però sai anche che la catena potrebbe spezzarsi.
    Spesso sotto alle rocce o all’ombra dei cactus vedevo serpenti a sonagli arrotolati su se stessi. Davano l’impressione di star dormendo però se m’avvicinavo emettevano il loro caratteristico suono e mi si gelava il sangue. Li osservavo fino a che rinfrescava e il sole scendeva dietro alcuna collina lontana. Allora risalivo un promontorio, rivedevo le luci della posada e mi ci dirigevo arrivandoci quasi sempre a notte inoltrata.
    E il giorno dopo salivo su un altro autobus.
    E così fino ad arrivare a Tijuana.

    Quando arrivai alla frontiera con gli Stati Uniti avevo attraversato il Messico in verticale e sognavo con deserti, bitume, asfalto e pneumatici che mangiavano le strade. In un mese avevo percorso quattromila chilometri di deserto e ciò che sapevo del Messico era per aver letto Il potere e la gloria, di Graham Greene. Quel viaggio non m’aveva apportato nulla. Ero stanco, non gli avevo donato il mio tempo e il Messico s’era comportato con me altrettanto egoisticamente. Non avevo idea di quale fosse il suo folclore, la sua gente o la sua gastronomia. Non avevo visto nessuna spiaggia e non avevo partecipato a sposalizi dove la gente spara in aria e prende al lazo i cavalli per montarli in un rodeo improvvisato. Avevo passato le mie giornate sulla strada, un chilometro dopo l’altro e una posada dopo l’altra. Per me il Messico era un gran deserto, un posto inospitale e pericoloso con controlli armati ogni poche centinaia di chilometri. Così che quando arrivai a Tijuana solo volevo andarmene, lasciare alle spalle i deserti con i loro rettili, attraversare il fiume cementificato, passare la garitta ed entrare negli Stati Uniti.
    E anche così le cose non furono facili.

    Arrivai alla Central de autobuses di Tijuana verso le sette del mattino. È un ora perfetta per arrivare in una città che non conosci; i pericoli della notte già sono tali e hai tempo di guardarti attorno, ubriacarti e trovarti un posto prima che l’oscurità ti sorprenda come un falco nella notte.
    Ero stanco e avevo deciso di fermarmi così che salii su un bus che mi portò al centro e per dieci dollari trovai una stanza all’Hostal La perla del Occidente, in calle Mutualismo. A dispetto del nome il posto era d’uno squallido da impressione; un buco che solo si riempiva di notte con i transessuali e le bagasce che battevano sul marciapiede dirimpetto. Quando entrai all’Hostal e pagai per una notte un tizio seduto dall’altra parte d’una grata mi dette una chiave e m’indicò una porta di fronte alla grata.
    “È la stanza più sicura, gringo” mi disse “la tengo d’occhio io”.
    L’ultima volta che qualcuno m’aveva tenuto d’occhio una stanza m’avevano rubato la macchina fotografica. Però era OK, non l’avevo più comperata e dopo anni di viaggio erano ben poche le cose che ancora avrebbero potuto rubarmi. Lo ringraziai, entrai in camera e mi tolsi la polvere e la stanchezza con una doccia gelata.
    Poco dopo uscii a zigzagare fra la strade della città. Tijuana era una ragnatela di strade parallele e perpendicolari con decine di semafori e tacherias, Mc Donald’s, ristoranti economici, rivendite di scarpe, mercati di apparecchi elettronici e decine di gigantesche farmacie con la scritta DRUGS attaccate le une alle altre e nulla, assolutamente fucking nulla, che meritaste la pena d’esser visitato. Vecchie automobili scoreggiavano accanto a nuovi modelli di Pick up e allineate davanti ai muri decine di prostitute vendevano cesti d’amore che, come diceva Battisti, amore non era mai.
    Risalii Benito Juárez dirigendomi verso l’arco d’acciaio di Tijuana. Su un muro lessi una frase scritta con una bomboletta spray. LA TELARAÑA DE LAS DROGAS TE ESPERA … QUE NO TE ATRAPE. Raggiunsi Arguello, mi persi fra le bancarelle per turisti e mi sedetti al bar El Paso. Chiesi un paio di margaritas che mi costarono più che a Madrid e osservai la fauna metropolitana. Un paio di travestiti rideva sguaiatamente e vidi passare brufolosi adolescenti con voglia d’erba e militari nordamericani della base di San Diego in cerca di scopate facili. Non erano chiassosi come di norma. A Tijuana erano stati rapiti e assassinati più nord americani che nella guerra del Golfo, avvertivano le sottili vibrazioni del pericolo e si muovevano in gruppo con l’inquietudine di chi si avventura in territori ostili.
    D’improvviso vidi apparire dei Mariachi. Si dirigevano verso Plaza Santa Cecilia e all’arco di Tijuana intonarono delle conosciute rancheras. Mi piaceva il folklore musicale messicano così che abbandonai il bar e li raggiunsi ascoltandoli cantare vecchi bolero de Los panchos. All’arco v’era appeso un cartello che diceva WELCOME TO TIJUANA; TEQUILA, SEXO Y MARIJUANA. Era una frase storica datata e avrebbero dovuto reinventarla facendole far rima con narcotrafficanti, rapimenti e assassinii.
    Fosse come fosse ciò non mi riguardava. Io non ero in cerca di guai o trasgressioni. Avevo già fatto la mia parte e non avevo intenzione d’abbandonarmi ai vizi di Tijuana. Solo contavo con fermarmici un paio di giorni, bermi qualche margarita e passare a San Diego per affittare un auto e guidare fino a New York.
    Ascoltai i Mariachi, detti loro qualche dollaro e ridiscesi verso La perla del Occidente per farmi una dormita.

    Dormii fino a pomeriggio inoltrato e quando mi risvegliai e uscii dall’Hostal vidi che sul marciapiede dirimpetto si trafficava in sesso e marijuana. La frase che avevo letto sotto all’arco era qualcosa di più che un semplice detto popolare. Presi la direzione contraria a quella seguita quella mattina e ridiscesi Mutualismo. Volevo vedere il confine con gli Stati Uniti, sapere se dall’inferno si potevano apprezzare i chiari colori pastello del paradiso. Attraversai una decina di strade perpendicolari a Mutualismo e dopo Sanchez Ayala arrivai alla cicatrice metallica che separava i due mondi.
    That’s it! Eccola li: Via Internacional o Ensenada Road, come voglia chiamarsi. Tremilaquattrocento e qualcosa chilometri di divisione: da una parte il mondo hispano-latino con tutte le sue contraddizioni e incontrollabili emozioni e dall’altra il mondo anglosassone con la sua ipocrisia e falsa bellezza da rivista laccata.
    La zona era deserta e la barriera metallica non pareva gran cosa. A stento arrivava ai quattro metri. Sembrava facile attraversarla però ero sicuro fosse monitorata da sensori di movimento elettrosensibili e da un permanente sistema di vigilanza con telecamere, fotocellule, laser e tutta la parafernalia necessaria. Osservai le rive cementificate del letto del fiume che scorreva parallelo e più in la grandi magazzini con bandiera americana sventolante sul tetto.
    Rimasi da quelle parti una mezz’ora e quando scese la sera decisi di ritornare all’hotel. Risalii Mutualismo e in prossimità di Coahuila mi fermai attratto dal meraviglioso profumo di un glicine azzurro. La pianta nasceva all’interno di un giardino e oltrepassando il muro di cinta si proiettava in strada. La fragranza era così forte che anche un tizio che veniva dall’altra parte della strada si fermò ad annusarla.
    “È deliziosa, vero” mi chiese.
    “Magnifica” gli risposi “non avevo mai sentito un profumo di fiori così forte”.
    Fu l’ultima cosa che dissi e l’uomo non fece in tempo a rispondermi. Entrambi ascoltammo lo stridio dei pneumatici del Pick up che dietro a noi s’impastavano contro l’asfalto.
    Li fu quando il mezzo up uscì da Coahuila quasi in testa coda.

    Ero ragazzino quando vidi Clock work Orange, l’arancia meccanica. Allora non compresi le implicazioni psicologiche del film di Kubric. Lo vidi come un qualsiasi film di violenza e non colsi la critica al sistema, all’impunibilità di coloro che dovrebbero proteggere e servire. Poi, maturando, appresi che spesso coloro che vestono le divise non sono degni di portarle e che s’approfittano perché la parola d’un uomo di legge vale di più della mia e della tua. Lo imparai a mie spese e per ciò che mi raccontarono gli amici.
    Ciononostante i comportamenti scorretti da parte delle forze dell’ordine li avevo sempre vissuti senza testimoni e non avrei mai potuto definirli delinquenziali; al massimo, scorretti e con un uso eccessivo della forza. Ciò che invece successe a Tijuana non fu un semplice uso eccessivo della forza o un intimidazione. Fu qualcosa di diverso, qualcosa di serio.

    Il Pick up apparve in testa coda da calle Coahuila e come per arte di magia si fermò a pochi metri da me e dal tizio con il quale stavo parlando. Gli uomini erano tre. Uno guidava e due stavano nel cassone. Vestivano le divise blu della Policia federal ed erano incappucciati e con fucili mitragliatori. Uno di loro saltò al suolo e mi puntò l’arma allo stomaco.
    “Ándale pendejo, dame todo” esclamò.
    Non reagii, ero in stato di shock.
    “Que pasa, pendejo, no comprendes?” .
    No, non capivo; nel mio mondo la polizia non rapina la gente, la protegge. L’uomo vicino a me, invece, capì d’immediato e non si fece impressionare. Rispose a tono e un poliziotto gli gridò di parlare quando sarebbe venuto il suo turno.
    “Che turno” rispose l’uomo “il turno di farmi rubare ciò che ho da dei delinquenti come voi?”.
    L’incappucciato ruggì, lo colpì al capo con la culatta del mitragliatore e lo fece cadere sulle ginocchia.
    “No lo mates” esclamò uno dei tre “por lo menos no aqui”.
    Gli diedero un calcio a una coscia e gli fecero cenno di rialzarsi.
    “Rapido” esclamò il poliziotto “le mani sul cassone e allargate le gambe”.
    L’uomo s’alzò in piedi, si portò le mani al capo e s’avvicinò al Pick up. Io rimasi immobile a guardare ciò che stava succedendo. Sentivo salire il panico e a avevo il cuore che batteva a mille.
    “Tu! Cosa c’è, sei sordo o che?”.
    “Dici a me” chiesi risvegliandomi dal mio letargo?
    “E a chi vuoi che dica, pendejo” rispose il poliziotto.
    Con la culatta mi colpì allo stomaco e alla spalla.
    “Andiamo, allarga le gambe”.
    Feci come aveva detto e vidi che nel cassone v’era un ragazzo in posizione fetale. Aveva una ferita alla testa che sanguinava copiosa e si lamentava.
    “Ufficiale non lo faccia” diceva “non lo faccia, quei soldi mi servono, ufficiale”.
    Il poliziotto non gli fece caso e si sistemò in tasca dei soldi non suoi. Il ragazzo piangeva, balbettava, gli diceva che non li prendesse. Infine gli chiese che per lo meno gli ritornasse i documenti.
    “Di che documenti parli?”.
    “Di quelli che mi ha preso” rispose il ragazzo.
    L’uomo armò il canne della pistola, glielo puntò alla testa e il ragazzo chiuse gli occhi.
    “È reato insultare un ufficiale della polizia” esclamò “e non sarebbe la prima volta che mi parte un colpo”.
    Il ragazzo stringeva i denti come se davvero s’attendesse che il poliziotto sparasse. Allora il poliziotto che guidava scese dal mezzo e perquisì l’uomo che stava al mio fianco.
    “Non dovreste farlo” disse l’uomo “siete servitori della legge, non dei ladri”.
    “Sta zitto” gli rispose il poliziotto “parla quando sei interrogato o ti portiamo a fare un giro nel deserto”.
    “Non dovreste farlo” ripeté l’uomo “siete ..:”.
    Senza permettergli di terminare la frase lo colpirono al naso con la mano aperta.
    “Parala quando sei interrogato, ti ho detto, pendejo”.
    L’uomo si portò una mano al viso e si tolse di tasca qualche peso messicano .
    “Sois unos jodidos ladrones” mugugnò “nada más que unos ladrones”.
    Il poliziotto non gli fece caso, intascò ciò che gli aveva dato l’uomo e risalì sul mezzo.
    “Vamos, rapido” esclamò.
    Il collega che mi stava vicino mi puntò di nuovo il mitragliatore allo stomaco.
    “Adelante, pendejo, dame todo lo que tienes” gridò “no me lo hagas repetir”.
    Mi svuotai le tasche e gli diedi ciò che avevo. Però non era abbastanza e mi prese anche l’orologio di plastica e l’effige di San Cristoforo che portavo al collo. Dopo mi sbottonò il primo bottone dei pantaloni, vide che avevo la cintura interna porta documenti e mi dette uno scappellotto.
    “Cosa c’è” disse strappandomi la cintura “vuoi fare il furbo? Non mi dici niente di questa?”.
    L’uomo vicino a me prese le mie difese.
    “Non credo capisca” esclamò “non è messicano”.
    Era successo tutto molto rapido e fino allora il poliziotto aveva interpretato il suo ruolo di delinquente protetto dalla legge con molta professionalità. Adesso, però, dubitava sul da farsi. Aprì la cintura porta documenti e vide il passaporto italiano.
    “Così che sei italiano” mi disse “e perché non l’hai detto prima?”.
    “Que jodidos” disse l’uomo al mio fianco “solo rubate ai messicani che dovreste proteggere”.
    Il poliziotto scosse la testa e nei suoi occhi lessi la delusione. Ebbe un motto di stizza e gettò al suolo ciò che mi aveva rubato: i dollari, l’orologio, il passaporto e finanche l’effige di San Cristoforo.
    “Ándale pendejo, pon las manos en la cabeza y lárgate de aqui” esclamò “e tu, sube al camión, rápido”.
    “Io non vado da nessuna parte” rispose l’uomo “io vivo in questa strada e non ho fatto nulla. Non vengo con voi”.
    Di nuovo il poliziotto lo colpì con la culatta del fucile e quando l’uomo cadde al suolo lo sovrastò a gambe larghe e gli puntò il fucile alla testa.
    “O vieni con noi o ti faccio saltare la testa di fronte a casa tua”.
    L’avrebbe fatto davvero e il tizio si portò una mano alla testa e s’alzò a stento.
    “Andiamo rapido” gridò il poliziotto che stava nel furgone.
    L’incappucciato che custodiva il ragazzo balzò a terra e aiutò il collega a caricare di peso l’uomo. Gli intimarono di stendersi in posizione fetale assieme al giovane e mi gridarono di allontanarmi.
    “Vete, pendejo, vete de aqui que has tenido suerte”.
    Il tutto era successo in meno di quattro minuti e feci come m’avevano detto. Con gli occhi aperti come due padelle raccolsi il passaporto, i soldi e la catenina di San Cristoforo e mi scostai per non farmi travolgere dal mezzo che ripartì facendo fischiare i pneumatici. Ebbi il tempo d’incrociare un ultima volta lo sguardo del tizio con il quale avevo parlato del profumo del glicine e il Pick up sgommò lasciando i morsi delle ruote sull’asfalto.
    Si dirigeva verso Ensenada Road.
    Era la direzione che portava al deserto, là dove viveva il demonio.

    Quella sera rimasi delle ore a fissare la lampadina del soffitto. Avevo ancora l’adrenalina a mille e non riuscivo a conciliare il sonno. Continuavo a sentire il rumore dei pneumatici e il tonfo sordo della culatta che colpiva la testa dell’uomo. Risentivo la voce dei poliziotti e rivedevo il colore nero delle armi pronte a far fuoco. Tentavo d’addormentarmi e quando sembrava che ce la facessi di nuovo m’assalivano i ricordi di quel giorno e sentivo il respiro farsi affannoso e di nuovo giravo su me stesso. Spesso mi arrivavano le grida delle prostitute e dei travestiti. Li sentivo discutere e gridare in corridoio e la notte mi si fece larga e dolorosa.
    Non chiusi occhio e mi domandavo cos’era successo a quei due disgraziati che i poliziotti s’erano portati via. Li avevano fatti sparire nel deserto o li avevo derubati di quello che ancora avevano per poi abbandonarli a qualche chilometro fuori dalla città? Nascondeva il deserto due nuovi cadaveri o ce l’avevano fatta a ritornare dalle loro famiglie?
    M’addormentai verso le sei del mattino e un ora dopo la luce del sole mi colpì al viso così che m’alzai, mi feci una doccia e uscii a raccattare qualche straccio di colazione. Scendendo verso il confine il giorno prima, avevo notato una caffetteria e mi dissi che forse a quell’ora l’avrei trovata aperta. Non era distante da dov’era c’avevano rapinato e la trovai ripiena di gente.
    Entrai, m’accomodai alla barra e una messicana mi chiese cosa desiderassi.
    “Un caffelatte e del pane, per cortesia” le risposi.
    La donna annuì, mi sorrise e s’allontanò ritornando con due caraffe di plastica piene di caffè e di latte. Mi disse che il pane sarebbe stato pronto in cinque minuti e la ringraziai e attesi. Mi riempii una tazza con del caffè e lo sorseggiai guardandomi attorno.
    E li lo vidi. E lui mi vide e mi s’aprì il cuore.
    Era l’uomo con il quale avevo parlato del glicine, l’uomo che i poliziotti avevano colpito alla testa e che s’erano portati con loro. Stava dall’altra parte della barra e aveva una fasciatura alla testa. Mi fece un cenno con il capo e io gli risposi a mia volta con un altro cenno. Entrambi ci spostammo per incontrarci a metà del bancone e poco dopo ci stavamo abbracciando.

    Quella stessa mattina abbandonai Tijuana, il Messico e i suoi demoni.

    Accra, Ghana, settembre 17
    mgzaina@yahoo.es











     



    Il demonio vive in Messico | 7 Commenti | Crea un nuovo Account

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: Elysa on Friday, 08 September 2017 @ 16:19
    è un vero peccato che non si riesca più a commentare e in primis a leggere un racconto come questo solo perchè decisamente più lungo della media. Apprezzo sempre moltissimo i tuoi testi e questo, che sia autobiografico fino in fondo o meno, mi ha davvero fatto intendere quante esperienze hai vissuto anche pericolose e dolorose e sono felice che alla fine non ti sia mai capitato nulla di brutto davvero e che tu sia qui a raccontarcele --- Elysa

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: frame on Friday, 08 September 2017 @ 17:48
    Che dire? Tutto sommato e al netto dei soliti errorini
    sui quali ho già detto e non mi voglio soffermare, direi
    che il pezzo si legge davvero con piacere, interesse e
    perché no, anche con trasporto.
    Di carne sul fuoco ce n’è proprio tanta, quindi non c’è
    da meravigliarsi se intorno all’arrosto si vede levarsi
    anche un po’ di fumo. Nel senso che il racconto delle
    disavventure del nostro sono raccontate con passione, con
    calore, e anche con qualche eccesso di colore. Però il
    bravo narratore sa che gli effetti speciali sono il sale
    per questo genere di racconti, sa come tenere alta la
    tensione, mantenere alto il ritmo affinché il lettore non
    si addormenti sul pezzo, pertanto non mi resta che
    congratularmi con te e ringraziarti per la piacevole
    lettura. Ciao ciao


    ---
    Frame

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: Pale shelter on Saturday, 09 September 2017 @ 22:25
    Storie di altri mondi e larghi orizzonti - se penso ai miei
    così piccoli e chiusi in piccoli spazi spesso solo nella
    mente. C'è una gran bella mano, densità e ritmo sempre ben
    presenti e molto per stimolare l'immaginario del lettore.
    Non è certo la prima volta che ti leggo né, ovviamente, la
    prima che ti apprezzo. Bravo, sempre.

    Franco

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: Ganimede on Sunday, 10 September 2017 @ 18:22
    Intanto vorrei dirti che, se io fossi un po' più veloce di un gatto di marmo, ti avrei commentato anche lo scorso racconto :-) Nello specifico, ti avrei detto qualcosa di sarcastico sull'interessamento della CNN, qualcosa sulla trama (che ho trovato molto piacevole da seguire sia pur per nella sua semplicità ad impostazione prevalentemente sentimentale) e molto sulla tua padronanza nel gestire e arricchire il contesto con dettagli e informazioni di carattere geografico, culturale, storico ecc. (cose per cui mi sembra che qualche commentatore avesse accennato ad un grande studio a monte), che sono poi i fattori preposti a rendere un racconto interessante fino in fondo e per i quali ti faccio i miei complimenti: molto bravo! Ma passiamo al qui presente, che già parte male perché "mi consideravo un esperto viaggiatore" è una di quelle cose che non mi piace molto sentire (è una di quelle constatazioni che bisognerebbe lasciare agli altri e che vanno bene finché il racconto è in terza persona) e quelle "cicatrici imparate a memoria" emanano poca fiducia in termini di veridicità, essendo le cicatrici (quelle vere), una compagnia spesso logorante che si cerca di dimenticare invano, non certo un elemento che si rischia di scordare facilmente. Non fraintendermi, ciò che hai scritto, descritto e magari davvero vissuto è interessante, avvincente, vivido....ma in certi casi bisogna fare attenzione ad evitare l'effetto "Indiana Jones" che fa un pochino esaltato (non so se sia il fumo di cui parla frame), specie quando, arrivando al culmine dell'elenco-esperienze, ci si rende conto che l'unica frase che manca all'appello é "Io ne ho viste cose che voi umani non potete immaginare...... " Quando proponi un inventario di esperienze avventurose, dovresti avere l'accortezza di fare in modo che il lettore ne rimanga coinvolto senza storcere il naso o diffidare del livello di percezione del rischio che è comunque un qualcosa di soggettivo, legato alla soglia di sensibilità del protagonista, insomma. Questo è l'unico appunto che ti faccio su di un testo che, per il resto (con qualche sistematina quando e là), procedendo si fa via via più coinvolgente e capace di generare una certa empatia con il protagonista; ha le carte in regola per essere trascinante e l'atmosfera che sei riuscito a ricreare in un misto di squallore, degrado, estremismo climatico e geografico, rivela la tua solita bravura nel calarti fin nelle viscere della storia che prende corpo sotto ai tuoi tasti perciò: Bravo2. :-) (anche se io preferisco le storie che sia pur denunciando gli orrori di un sistema sbagliato e corrotto, parlino anche del buono, della passione, della bellezza della gente. Del resto anche tu lasci sottintendere che il Messico sia molto altro). --- Nadia Rizzardi ---"Cristo è ateo" Ivan Kramskoj.

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: tendre on Tuesday, 12 September 2017 @ 11:44
    Bravo davvero.
    Ottima penna la tua!

    ---
    tendre

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: gricio on Tuesday, 12 September 2017 @ 15:41
    Come sempre un piacere leggere i tuoi racconti, così vivi e crudi che ti pare di viverli in prima persona. Il Messico... ne ho un buon ricordo, ma è il tipo di memoria del turista un po' fai da te, ma un po' no. L'interno del Chiapas, così orribilmente martoriato una settimana fa, è una cosa a suo modo meravigliosa ma lì i demoni sono altri e di deserti non ce ne sono. Che dirti quindi che già non sai, il racconto è bello, ben scritto e ti confesso che ultimamente sei uno dei pochi motivi che mi tiene ancora attaccato a questo club, così ingrato per chi scrive oltre le mille parole. Pazienza. Aspetto il tuo prossimo scritto e nel frattempo cordialità e a profusione. --- "parlare di musica è come ballare di architettura" (F.Zappa) http://gricio-gricio.blogspot.com/

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    Il demonio vive in Messico
    Contributo di: dragonero on Monday, 25 September 2017 @ 18:53
    ripercorrere per arrivare, camminare una strada "la Tua
    strada" un nastro di vari asfalti e/o se preferisci
    materiali e descrivere la parte che di quelle strade è la
    più complessa, con gli occhi e la paura di chi ha visto
    comunque molto ma non è ancora avvezzo al peggio.
    quello che è il Messico lo dicono purtroppo i molti
    servizi che passano nei siti e molto meno in altri canali
    informativi.
    lo leggo come un lungo viaggio interiore oltre che ad un
    viaggio fisico e ( leggendo anche Ganimede ) ci si rende
    conto di quanti diari la vita è in fondo capace.
    scritto con la Tua solita ricchezza di particolari, con
    l'acuto osservare essendo consci che anche gli altri ci
    osservano.
    (f)

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