L'ultima parola

Friday, 28 July 2017 @ 10:00

Leggi il profilo di: Pale shelter

“scriviamo
non vorremmo che finisse
così allunghiamo i versi
con le sdrucciole
andiamo a capo
- resta inalterato
il numero di sillabe.”



“Non sia mai detta l'ultima parola!” era il suo motto: lo sapevano bene i parenti, gli amici, cui non mancava di ribadirlo ogniqualvolta gli si presentasse l’occasione.
Pareva il grido di battaglia di un irriducibile disposto a vendere cara la pelle – e, in un certo senso, irriducibile Beppe lo era per davvero.
L’aveva folgorato il significato stretto, letterale, di quella frase, che ripeteva spesso come un mantra, calcando forte l’accento sul congiuntivo esortativo.
Recitandola a se stesso con l’intonazione di una preghiera.

Scriveva ogni giorno, Beppe, per ore ed ore. Compulsivamente.
E quando, a tarda sera, decideva di interrompere l'incessante ticchettio delle dita sulla tastiera, andava a letto con l'ansia e insieme il vivo desiderio che non fosse stata, quella, l’ultima volta davanti al foglio bianco.
"Ho ancora troppe cose da raccontare" – rifletteva – "non posso smettere proprio adesso..."

Scriveva di qualunque cosa gli venisse in mente, senza un ordine preciso, per lui non faceva differenza.
Improvvisava.
Un attimo prima di sfiorare i tasti ignorava ancora l’argomento che avrebbe affrontato; poi, una volta messo a fuoco l’incipit, da quel momento in avanti, nessuno sarebbe riuscito più a fermarlo.
“Ma non aspiro a scrivere capolavori...”, si schermiva sorridendo con i conoscenti, nonostante la sua scrittura scorresse fluida, brillante, concreta, nient’affatto scontata.

Scriveva e basta, a suo modo, in libertà, passando da temi di banale cronaca a commenti sugli avvenimenti politici e sportivi di attualità; alla semplice descrizione di gesti quotidiani in cui diventavano protagonisti, a loro insaputa, le cose, i parenti, gli amici.

Talvolta, si cimentava anche nella poesia – qualche bella terzina calibrata, qualche sonetto – e ogni tanto gli piaceva divertirsi con gli aforismi.
Quando poi gli argomenti terminavano, non ancora sazio, si dedicava alla scrittura di e-mail agli amici di penna virtuali.

A chi gli domandava della sua grafomania e degli obiettivi che intendesse perseguire con quel suo accanimento, lui, candido candido, rispondeva sfoderando un’espressione da bambino:
"Aspiro a non finire, mai...” – come se riempire il foglio bianco sullo schermo con una parola, una frase, un paragrafo, gli regalasse un tempo supplementare, una sorta di bonus d'immortalità.


***


Una mattina di Aprile, uguale a tante altre, a differenza del solito, Beppe si alzò con in testa, sorprendentemente, un'idea molto precisa: il flash dell'inizio di una storia che gli era balenato in testa nel dormiveglia, illuminandogli il risveglio.
Impaziente di riversare la sua intuizione sulla pagina dell'editor, si dimenticò anche di fare colazione.
Betta, che lo conosceva bene, non se la prese, ben sapendo che si sarebbe fermato solo quando i morsi della fame fossero diventati insopportabili.
Beppe si sistemò alla consolle e scrisse, senza sosta: l'ispirazione che gli si era insinuata dentro doveva essere immediatamente assecondata.
La giornata gli volò via in un battibaleno. A mezzanotte mise il punto, poteva essere quello di fine capitolo, il primo – così pensò – visto che non gli veniva in mente nient’altro da aggiungere.
Con la testa vuota di pensieri, si mise a letto e si addormentò di colpo.

Nei giorni, nelle settimane, nei mesi a seguire, le giornate di Beppe subirono una rapida, inesorabile trasformazione rispetto alle abitudini consolidate da tempo: la storia che gli si era materializzata per la prima volta in sogno, assorbiva ormai la massima parte del suo tempo e non concedeva spazio alle divagazioni.
Anche le e-mail indirizzate agli amici virtuali man mano si assottigliarono, diventando sempre più brevi e sporadiche, per ridursi presto a semplici saluti che, a loro volta, sfumarono fino a lasciare Beppe da solo con se stesso, alla tastiera.
Lui e la sua storia avvincente da raccontare.

Fu soltanto dopo un bel numero di giorni e di pagine scritte di getto che Beppe avvertì l’improvviso bisogno di fermarsi.
Era arrivato a un punto morto e non aveva la forza di andare avanti.
Il senso di vuoto, di stanchezza lo convinse a prendere fiato.
Non si perse d’animo e utilizzò il periodo a venire per un corposo editing su quanto messo insieme fino ad allora.
L'operazione di modifica, affrontata con leggerezza e passione, gli infuse nuova linfa e si rivelò più divertente e appagante del previsto.
Beppe tagliò le parti ridondanti e aggiunse nuovi piccoli ma significativi spunti che arricchirono la storia, colmandolo di una gioia difficile da contenere.

Nel frattempo, la sua partecipazione alla vita familiare andò riducendosi ulteriormente, giorno dopo giorno.
I dialoghi con Betta sembravano ormai quelli tra due sordi: una diceva quadri, l'altro, con la testa da tutta un'altra parte, rispondeva picche, come in una gag fra due comici del “nonsense”.
Il divertimento era assicurato per chi capitasse a casa di Beppe durante una di queste sessioni di dialoghi surreali.

Erano in pochi, per la verità, a fare visita alla coppia, se si eccettua Dario, che ogni settimana non mancava di farsi vedere.
Dario, con i suoi ventitré anni, era il più grande dei nipoti di Beppe, e da lui aveva ereditato la passione per la scrittura.
Quando passava a trovare i nonni, Dario non si limitava a portare con sé il suo sguardo chiaro e il sorriso giovane: univa sempre un bel vassoio di pasticcini, stratagemma buono ad interrompere, giusto per dieci minuti, la foga creativa di Beppe per riuscire a parlare con lui della loro passione comune.
In effetti, nelle giornate sì, quelle in cui era di buonumore, Beppe si lasciava andare a raccontare, in lungo e in largo, le sue imprese alla tastiera.
Da quando aveva iniziato a scrivere la nuova storia, però, si mostrava più vago e reticente e cambiava discorso quando le domande del giovane si facevano più pressanti. Così Dario, capita l’antifona, pur senza rinunciare alle sue visite settimanali, si rassegnò a una conversazione più piatta con i nonni, tra un sorso di tè e un morso di dolce alla crema.

Il tempo passava, se ne andavano gli anni.
Dopo che ne furono passati tre, la "Grande Storia" occupava ancora a pieno titolo le giornate di Beppe.
L'alternanza dei periodi di ispirazione, dedicati alla stesura della trama, con quelli di riflessione, tutti incentrati sui tagli e le migliorie da apportare al testo, aveva reso l'opera molto consistente, seppure ancora ben lungi dall’epilogo.
Era una specie di novella dello stento che si arricchiva giorno dopo giorno di particolari e che, nella testa di Beppe prima ancora che sul foglio bianco dello schermo, si allargava a dismisura in nuove storie a latere rispetto a quella principale, con altri protagonisti e luoghi e spazi e situazioni tutte da scoprire.
Pareva, insomma, che Beppe intendesse far durare all'infinito il suo romanzo, facendo e disfacendo, come Penelope con la sua tela, e che il finale non fosse minimamente nei suoi pensieri né, tantomeno, nei suoi desideri.
Si divertiva troppo, Beppe.
Si divertiva e andava avanti, felicemente inscritto, gioiosamente imprigionato, nella ragnatela da lui stesso creata.

Un giorno d’inverno, dopo circa cinque anni di lavoro, Beppe si svegliò con un'illuminazione in testa.
Un’idea emozionante e spaventosa allo stesso modo.

Aveva in testa, nitido, il finale.

Visto che Beppe non lo aveva mai cercato fino ad allora, fu il finale a decidere di andare a trovare lui, presentandosi, tanto inaspettato quanto limpidamente articolato, nella sua testa.
"Non posso tirarmi più indietro, ora" – si rassegnò – "è un segno del destino...!

Si rituffò a capofitto sulla tastiera. Tornò a comporre.
Non sarebbe stata una passeggiata, lo sapeva: c'era da tirare le fila delle storie all'interno della “Grande Storia”.
Beppe se le vedeva davanti tutte, chiare, indipendenti l'una dall'altra eppure perfettamente legate fra sé da un filo invisibile e saldo.
Ogni tessera del mosaico sarebbe andata al suo posto, ciascuna con la sua valenza unica e fondamentale, fino a completare l'opera, che per la prima volta, solo adesso, gli apparve in tutta la sua smisurata grandezza.
Bella, come neppure lui avrebbe mai creduto.
Degna di essere letta da tante persone. Pubblicata, insomma.


***


Betta non sapeva niente di preciso, ma già da alcuni giorni, guardando in faccia il marito, si era convinta che stesse accadendo qualcosa di diverso dalla solita routine.
Ritenne comunque opportuno non fare domande e si preoccupò unicamente di accudirlo al meglio, assecondandone il più possibile l'umore e il tono fisico, ancora più di quanto le era toccato in tutti quegli anni.
Gli cucinò pasti sempre leggeri e sostanziosi. Tolse di mezzo il vino a pranzo e a cena. Ricorse anche all’inganno, cominciando a servire tè e caffè decaffeinati a sua insaputa. Arrivò perfino a cambiare l'orario sugli orologi di casa, sveglia compresa, per concedergli qualche ora di riposo in più da quella frenetica attività.
Ciò nonostante, Beppe appariva giorno dopo giorno sempre più spossato, impaziente, e insieme preoccupato, di terminare il suo lavoro.
Cosa avrebbe fatto poi, una volta finito il romanzo? No, non si sarebbe accontentato di tornare indietro nel tempo per ricominciare a scrivere pensieri in libertà e vuote lettere ad amici virtuali che, peraltro, non esistevano più.
Avrebbe potuto inventarsi un’altra storia nuova, certo, ma le storie non cadono dal cielo tutti i giorni, pronte per essere afferrate e comodamente trasposte sul foglio.
E se anche questo fosse miracolosamente accaduto, dove avrebbe trovato le forze per ricominciare tutto daccapo?

Tornò a scacciare i cattivi pensieri: c’era ancora tanto lavoro, sodo, per arrivare a concludere.
Il lungo epilogo pian piano prendeva forma e Beppe lo cesellava con grande amore e pari lucidità.

Dopo sei mesi di lavoro certosino, venne il momento.
L’ultima parte dell’ultimo capitolo.

Con i consueti gesti, a notte fonda, Beppe spense il pc, iniziò a spogliarsi.
Mancava proprio poco, ormai.
Se lo vedeva ora, il finale del finale, sfilare davanti agli occhi, stringato, definitivo, chiaro in ogni sua sfumatura, senza misteri.
A questo ci teneva: non avrebbe lasciato dubbi di alcun genere a nessuno!

Ma all’improvviso, con sua grande meraviglia, si incantò davanti allo specchio, nell’atto di lavarsi i denti, con qualcosa nella testa.
Furono attimi, forse minuti, con la schiuma alla menta che gli bruciava la bocca:

“Ecco! L’idea... un’altra idea, fresca fresca...! Ora si può, ora si deve andare avanti! C’è ancora storia per la mia Storia...!”.
Gli si inumidirono gli occhi – “Non sia mai detta l’ultima parola!” – esclamò stringendo i pugni ,digrignando i denti con il dentifricio che gli colava sul pigiama, e a voce alta, tanto che Betta si svegliò – va tutto bene Beppe, certo, mai stato meglio!

La giornata che si stava concludendo era stata massacrante. Gli parve sconveniente ributtarsi sulla tastiera subito.
Qualche ora di sonno sarebbe bastata a fargli recuperare le forze.
Represse a stento la voglia: non si sarebbe mai dimenticato, per nessuna ragione al mondo, neppure un particolare del nuovo spunto. Di quel regalo ricevuto, chissà da dove, che lo aveva rimesso al mondo.
Si coricò, fiducioso. Felice come non gli capitava da tanto tempo. Ansioso di ricominciare.
Si addormentò profondamente, quasi subito.

Il trillo della sveglia al mattino risuonò sul comodino una decina di volte finché Betta non intervenne scuotendogli il braccio.
Poi il collo.
La testa.
Il volto.
Beppe era troppo stanco per svegliarsi e non si svegliò.


***


Tra i quattro gatti presenti al funerale c’era Dario, e quando, dopo la sepoltura, fu il momento di tornare a casa, il giovane si prese cura di Betta, offrendosi di accompagnarla.

“Nonna, posso dare un’occhiata al pc del nonno?” – le chiese – “Stava scrivendo qualcosa di grosso, lo sai anche tu, no?”.
Betta si limitò ad un breve cenno di assenso, e appena scesa dalla macchina entrò in casa, si rifugiò in cucina. Voleva stare da sola.
Dario accese il computer di Beppe, trovò il file, rimase impressionato dall’estensione di quello scritto.
Se lo copiò su una chiavetta per poi poterlo leggere con calma a casa sua.

***

Più di ottocento pagine.

Eppure Dario se lo bevve quasi tutto d’un fiato.
Si commosse, pianse, davanti a una trama tanto ricca, così umana.
Davanti all’epilogo incompleto.

Adesso doveva pensarci lui, oh, certo. Bastava poco – pensò. Quasi niente.
Non si poteva gettare a mare tutta quella grazia di Dio.
Allora provò a scrivere. Corrèsse. Cancellò.
In una settimana, passata quasi senza mangiare, con poco più di tre ore a notte di sonno, aveva cominciato e finito una, due, tre, cinque, dieci volte.
Inutilmente.

Dario avvertiva il peso del dovere: quello di fare il possibile per non tradire le intenzioni del nonno.
Si ricordò del motto. Di quella frase che il nonno non cessava mai di ripetere, ogni giorno: “Non sia mai detta l'ultima parola!”.
Una preghiera. Un desiderio.
Un testamento.
Rilesse il romanzo con grande attenzione, per l’ennesima volta.
Si convinse.
C’era soltanto un modo per rispettare Beppe, la sua frase-testamento e la “Grande Storia”.
Una parola.
Bastava aggiungere un’ultima parola, in fondo.
Senza toccare niente.

Detto fatto. Dario sistemò il cursore dopo il punto che chiudeva l’ultimo paragrafo.
Andò a capo, al centro.
Digitò sulla tastiera, in maiuscolo, la parola “F I N E”.
Memorizzò.


***


Nei giorni successivi Dario fece il giro delle sette chiese: volle recapitare a mano, di persona, il lavoro di Beppe ad alcune case editrici della regione.
Tre di queste ne furono entusiaste, se lo contesero.
Dario alla fine scelse la più prestigiosa e il libro fu finalmente pubblicato.
Il passa parola lo fece diventare un successo nel giro di non molto tempo.
Il critico di uno dei quotidiani più diffusi del paese, nella sua recensione alla pagina della cultura, scrisse:
“Un’opera ciclopica, ricca di sentimento, di passione, intrisa di viva umanità e ingigantita da un affascinante epilogo denso di evocazioni, indefinito, sospeso, quasi mozzo: un autentico valore aggiunto che lascia intatta la libertà interpretativa per l’immaginazione del lettore.
Che splendido romanzo!”.

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