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     L'ultima parola   
     Friday, 28 July 2017 @ 10:00
     Leggi il profilo di: Pale shelter
     Visualizzazioni: 268

    Racconti

    “scriviamo
    non vorremmo che finisse
    così allunghiamo i versi
    con le sdrucciole
    andiamo a capo
    - resta inalterato
    il numero di sillabe.”



    “Non sia mai detta l'ultima parola!” era il suo motto: lo sapevano bene i parenti, gli amici, cui non mancava di ribadirlo ogniqualvolta gli si presentasse l’occasione.
    Pareva il grido di battaglia di un irriducibile disposto a vendere cara la pelle – e, in un certo senso, irriducibile Beppe lo era per davvero.
    L’aveva folgorato il significato stretto, letterale, di quella frase, che ripeteva spesso come un mantra, calcando forte l’accento sul congiuntivo esortativo.
    Recitandola a se stesso con l’intonazione di una preghiera.

    Scriveva ogni giorno, Beppe, per ore ed ore. Compulsivamente.
    E quando, a tarda sera, decideva di interrompere l'incessante ticchettio delle dita sulla tastiera, andava a letto con l'ansia e insieme il vivo desiderio che non fosse stata, quella, l’ultima volta davanti al foglio bianco.
    "Ho ancora troppe cose da raccontare" – rifletteva – "non posso smettere proprio adesso..."

    Scriveva di qualunque cosa gli venisse in mente, senza un ordine preciso, per lui non faceva differenza.
    Improvvisava.
    Un attimo prima di sfiorare i tasti ignorava ancora l’argomento che avrebbe affrontato; poi, una volta messo a fuoco l’incipit, da quel momento in avanti, nessuno sarebbe riuscito più a fermarlo.
    “Ma non aspiro a scrivere capolavori...”, si schermiva sorridendo con i conoscenti, nonostante la sua scrittura scorresse fluida, brillante, concreta, nient’affatto scontata.

    Scriveva e basta, a suo modo, in libertà, passando da temi di banale cronaca a commenti sugli avvenimenti politici e sportivi di attualità; alla semplice descrizione di gesti quotidiani in cui diventavano protagonisti, a loro insaputa, le cose, i parenti, gli amici.

    Talvolta, si cimentava anche nella poesia – qualche bella terzina calibrata, qualche sonetto – e ogni tanto gli piaceva divertirsi con gli aforismi.
    Quando poi gli argomenti terminavano, non ancora sazio, si dedicava alla scrittura di e-mail agli amici di penna virtuali.

    A chi gli domandava della sua grafomania e degli obiettivi che intendesse perseguire con quel suo accanimento, lui, candido candido, rispondeva sfoderando un’espressione da bambino:
    "Aspiro a non finire, mai...” – come se riempire il foglio bianco sullo schermo con una parola, una frase, un paragrafo, gli regalasse un tempo supplementare, una sorta di bonus d'immortalità.


    ***


    Una mattina di Aprile, uguale a tante altre, a differenza del solito, Beppe si alzò con in testa, sorprendentemente, un'idea molto precisa: il flash dell'inizio di una storia che gli era balenato in testa nel dormiveglia, illuminandogli il risveglio.
    Impaziente di riversare la sua intuizione sulla pagina dell'editor, si dimenticò anche di fare colazione.
    Betta, che lo conosceva bene, non se la prese, ben sapendo che si sarebbe fermato solo quando i morsi della fame fossero diventati insopportabili.
    Beppe si sistemò alla consolle e scrisse, senza sosta: l'ispirazione che gli si era insinuata dentro doveva essere immediatamente assecondata.
    La giornata gli volò via in un battibaleno. A mezzanotte mise il punto, poteva essere quello di fine capitolo, il primo – così pensò – visto che non gli veniva in mente nient’altro da aggiungere.
    Con la testa vuota di pensieri, si mise a letto e si addormentò di colpo.

    Nei giorni, nelle settimane, nei mesi a seguire, le giornate di Beppe subirono una rapida, inesorabile trasformazione rispetto alle abitudini consolidate da tempo: la storia che gli si era materializzata per la prima volta in sogno, assorbiva ormai la massima parte del suo tempo e non concedeva spazio alle divagazioni.
    Anche le e-mail indirizzate agli amici virtuali man mano si assottigliarono, diventando sempre più brevi e sporadiche, per ridursi presto a semplici saluti che, a loro volta, sfumarono fino a lasciare Beppe da solo con se stesso, alla tastiera.
    Lui e la sua storia avvincente da raccontare.

    Fu soltanto dopo un bel numero di giorni e di pagine scritte di getto che Beppe avvertì l’improvviso bisogno di fermarsi.
    Era arrivato a un punto morto e non aveva la forza di andare avanti.
    Il senso di vuoto, di stanchezza lo convinse a prendere fiato.
    Non si perse d’animo e utilizzò il periodo a venire per un corposo editing su quanto messo insieme fino ad allora.
    L'operazione di modifica, affrontata con leggerezza e passione, gli infuse nuova linfa e si rivelò più divertente e appagante del previsto.
    Beppe tagliò le parti ridondanti e aggiunse nuovi piccoli ma significativi spunti che arricchirono la storia, colmandolo di una gioia difficile da contenere.

    Nel frattempo, la sua partecipazione alla vita familiare andò riducendosi ulteriormente, giorno dopo giorno.
    I dialoghi con Betta sembravano ormai quelli tra due sordi: una diceva quadri, l'altro, con la testa da tutta un'altra parte, rispondeva picche, come in una gag fra due comici del “nonsense”.
    Il divertimento era assicurato per chi capitasse a casa di Beppe durante una di queste sessioni di dialoghi surreali.

    Erano in pochi, per la verità, a fare visita alla coppia, se si eccettua Dario, che ogni settimana non mancava di farsi vedere.
    Dario, con i suoi ventitré anni, era il più grande dei nipoti di Beppe, e da lui aveva ereditato la passione per la scrittura.
    Quando passava a trovare i nonni, Dario non si limitava a portare con sé il suo sguardo chiaro e il sorriso giovane: univa sempre un bel vassoio di pasticcini, stratagemma buono ad interrompere, giusto per dieci minuti, la foga creativa di Beppe per riuscire a parlare con lui della loro passione comune.
    In effetti, nelle giornate sì, quelle in cui era di buonumore, Beppe si lasciava andare a raccontare, in lungo e in largo, le sue imprese alla tastiera.
    Da quando aveva iniziato a scrivere la nuova storia, però, si mostrava più vago e reticente e cambiava discorso quando le domande del giovane si facevano più pressanti. Così Dario, capita l’antifona, pur senza rinunciare alle sue visite settimanali, si rassegnò a una conversazione più piatta con i nonni, tra un sorso di tè e un morso di dolce alla crema.

    Il tempo passava, se ne andavano gli anni.
    Dopo che ne furono passati tre, la "Grande Storia" occupava ancora a pieno titolo le giornate di Beppe.
    L'alternanza dei periodi di ispirazione, dedicati alla stesura della trama, con quelli di riflessione, tutti incentrati sui tagli e le migliorie da apportare al testo, aveva reso l'opera molto consistente, seppure ancora ben lungi dall’epilogo.
    Era una specie di novella dello stento che si arricchiva giorno dopo giorno di particolari e che, nella testa di Beppe prima ancora che sul foglio bianco dello schermo, si allargava a dismisura in nuove storie a latere rispetto a quella principale, con altri protagonisti e luoghi e spazi e situazioni tutte da scoprire.
    Pareva, insomma, che Beppe intendesse far durare all'infinito il suo romanzo, facendo e disfacendo, come Penelope con la sua tela, e che il finale non fosse minimamente nei suoi pensieri né, tantomeno, nei suoi desideri.
    Si divertiva troppo, Beppe.
    Si divertiva e andava avanti, felicemente inscritto, gioiosamente imprigionato, nella ragnatela da lui stesso creata.

    Un giorno d’inverno, dopo circa cinque anni di lavoro, Beppe si svegliò con un'illuminazione in testa.
    Un’idea emozionante e spaventosa allo stesso modo.

    Aveva in testa, nitido, il finale.

    Visto che Beppe non lo aveva mai cercato fino ad allora, fu il finale a decidere di andare a trovare lui, presentandosi, tanto inaspettato quanto limpidamente articolato, nella sua testa.
    "Non posso tirarmi più indietro, ora" – si rassegnò – "è un segno del destino...!

    Si rituffò a capofitto sulla tastiera. Tornò a comporre.
    Non sarebbe stata una passeggiata, lo sapeva: c'era da tirare le fila delle storie all'interno della “Grande Storia”.
    Beppe se le vedeva davanti tutte, chiare, indipendenti l'una dall'altra eppure perfettamente legate fra sé da un filo invisibile e saldo.
    Ogni tessera del mosaico sarebbe andata al suo posto, ciascuna con la sua valenza unica e fondamentale, fino a completare l'opera, che per la prima volta, solo adesso, gli apparve in tutta la sua smisurata grandezza.
    Bella, come neppure lui avrebbe mai creduto.
    Degna di essere letta da tante persone. Pubblicata, insomma.


    ***


    Betta non sapeva niente di preciso, ma già da alcuni giorni, guardando in faccia il marito, si era convinta che stesse accadendo qualcosa di diverso dalla solita routine.
    Ritenne comunque opportuno non fare domande e si preoccupò unicamente di accudirlo al meglio, assecondandone il più possibile l'umore e il tono fisico, ancora più di quanto le era toccato in tutti quegli anni.
    Gli cucinò pasti sempre leggeri e sostanziosi. Tolse di mezzo il vino a pranzo e a cena. Ricorse anche all’inganno, cominciando a servire tè e caffè decaffeinati a sua insaputa. Arrivò perfino a cambiare l'orario sugli orologi di casa, sveglia compresa, per concedergli qualche ora di riposo in più da quella frenetica attività.
    Ciò nonostante, Beppe appariva giorno dopo giorno sempre più spossato, impaziente, e insieme preoccupato, di terminare il suo lavoro.
    Cosa avrebbe fatto poi, una volta finito il romanzo? No, non si sarebbe accontentato di tornare indietro nel tempo per ricominciare a scrivere pensieri in libertà e vuote lettere ad amici virtuali che, peraltro, non esistevano più.
    Avrebbe potuto inventarsi un’altra storia nuova, certo, ma le storie non cadono dal cielo tutti i giorni, pronte per essere afferrate e comodamente trasposte sul foglio.
    E se anche questo fosse miracolosamente accaduto, dove avrebbe trovato le forze per ricominciare tutto daccapo?

    Tornò a scacciare i cattivi pensieri: c’era ancora tanto lavoro, sodo, per arrivare a concludere.
    Il lungo epilogo pian piano prendeva forma e Beppe lo cesellava con grande amore e pari lucidità.

    Dopo sei mesi di lavoro certosino, venne il momento.
    L’ultima parte dell’ultimo capitolo.

    Con i consueti gesti, a notte fonda, Beppe spense il pc, iniziò a spogliarsi.
    Mancava proprio poco, ormai.
    Se lo vedeva ora, il finale del finale, sfilare davanti agli occhi, stringato, definitivo, chiaro in ogni sua sfumatura, senza misteri.
    A questo ci teneva: non avrebbe lasciato dubbi di alcun genere a nessuno!

    Ma all’improvviso, con sua grande meraviglia, si incantò davanti allo specchio, nell’atto di lavarsi i denti, con qualcosa nella testa.
    Furono attimi, forse minuti, con la schiuma alla menta che gli bruciava la bocca:

    “Ecco! L’idea... un’altra idea, fresca fresca...! Ora si può, ora si deve andare avanti! C’è ancora storia per la mia Storia...!”.
    Gli si inumidirono gli occhi – “Non sia mai detta l’ultima parola!” – esclamò stringendo i pugni ,digrignando i denti con il dentifricio che gli colava sul pigiama, e a voce alta, tanto che Betta si svegliò – va tutto bene Beppe, certo, mai stato meglio!

    La giornata che si stava concludendo era stata massacrante. Gli parve sconveniente ributtarsi sulla tastiera subito.
    Qualche ora di sonno sarebbe bastata a fargli recuperare le forze.
    Represse a stento la voglia: non si sarebbe mai dimenticato, per nessuna ragione al mondo, neppure un particolare del nuovo spunto. Di quel regalo ricevuto, chissà da dove, che lo aveva rimesso al mondo.
    Si coricò, fiducioso. Felice come non gli capitava da tanto tempo. Ansioso di ricominciare.
    Si addormentò profondamente, quasi subito.

    Il trillo della sveglia al mattino risuonò sul comodino una decina di volte finché Betta non intervenne scuotendogli il braccio.
    Poi il collo.
    La testa.
    Il volto.
    Beppe era troppo stanco per svegliarsi e non si svegliò.


    ***


    Tra i quattro gatti presenti al funerale c’era Dario, e quando, dopo la sepoltura, fu il momento di tornare a casa, il giovane si prese cura di Betta, offrendosi di accompagnarla.

    “Nonna, posso dare un’occhiata al pc del nonno?” – le chiese – “Stava scrivendo qualcosa di grosso, lo sai anche tu, no?”.
    Betta si limitò ad un breve cenno di assenso, e appena scesa dalla macchina entrò in casa, si rifugiò in cucina. Voleva stare da sola.
    Dario accese il computer di Beppe, trovò il file, rimase impressionato dall’estensione di quello scritto.
    Se lo copiò su una chiavetta per poi poterlo leggere con calma a casa sua.

    ***

    Più di ottocento pagine.

    Eppure Dario se lo bevve quasi tutto d’un fiato.
    Si commosse, pianse, davanti a una trama tanto ricca, così umana.
    Davanti all’epilogo incompleto.

    Adesso doveva pensarci lui, oh, certo. Bastava poco – pensò. Quasi niente.
    Non si poteva gettare a mare tutta quella grazia di Dio.
    Allora provò a scrivere. Corrèsse. Cancellò.
    In una settimana, passata quasi senza mangiare, con poco più di tre ore a notte di sonno, aveva cominciato e finito una, due, tre, cinque, dieci volte.
    Inutilmente.

    Dario avvertiva il peso del dovere: quello di fare il possibile per non tradire le intenzioni del nonno.
    Si ricordò del motto. Di quella frase che il nonno non cessava mai di ripetere, ogni giorno: “Non sia mai detta l'ultima parola!”.
    Una preghiera. Un desiderio.
    Un testamento.
    Rilesse il romanzo con grande attenzione, per l’ennesima volta.
    Si convinse.
    C’era soltanto un modo per rispettare Beppe, la sua frase-testamento e la “Grande Storia”.
    Una parola.
    Bastava aggiungere un’ultima parola, in fondo.
    Senza toccare niente.

    Detto fatto. Dario sistemò il cursore dopo il punto che chiudeva l’ultimo paragrafo.
    Andò a capo, al centro.
    Digitò sulla tastiera, in maiuscolo, la parola “F I N E”.
    Memorizzò.


    ***


    Nei giorni successivi Dario fece il giro delle sette chiese: volle recapitare a mano, di persona, il lavoro di Beppe ad alcune case editrici della regione.
    Tre di queste ne furono entusiaste, se lo contesero.
    Dario alla fine scelse la più prestigiosa e il libro fu finalmente pubblicato.
    Il passa parola lo fece diventare un successo nel giro di non molto tempo.
    Il critico di uno dei quotidiani più diffusi del paese, nella sua recensione alla pagina della cultura, scrisse:
    “Un’opera ciclopica, ricca di sentimento, di passione, intrisa di viva umanità e ingigantita da un affascinante epilogo denso di evocazioni, indefinito, sospeso, quasi mozzo: un autentico valore aggiunto che lascia intatta la libertà interpretativa per l’immaginazione del lettore.
    Che splendido romanzo!”.

     



    L'ultima parola | 8 Commenti | Crea un nuovo Account

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    L'ultima parola
    Contributo di: percefal on Friday, 28 July 2017 @ 12:12
    Racconto “F I N E”. L’ultima parola è… “Alleluja!” No, Amen! È notorio, l'ultima parola sarà la prima, con essa termina niente,anzi... inizia tutto. Amen. Da essa diparte un'altra storia vera, quella dello scrittore. --- «La figura del mio caos ha dimensione alcuna, punto.».

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: dario moletti on Saturday, 29 July 2017 @ 15:41
    bella mi è piaciuta c'è sostanza / mi dai l'impressione di avere una saggezza nello scrivere senza mai esagerare o sforzare quasi che la scrittura sia semplicemente il tuo respiro/

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: frame on Tuesday, 01 August 2017 @ 11:38
    I racconti di questo genere, o per meglio dire i meta-
    racconti si dividono in due grandi categorie: la storia
    di un grande successo letterario, il libro del secolo,
    oppure raccontano di un flop clamoroso. Un tentativo
    fallito, come nel caso del celebre “Il più bel racconto
    del mondo” di Kipling. Tanto per citare un testo di
    questo filone, anche se gli esempi di meta-racconti in
    letteratura sono molteplici. Il cinema e il teatro poi
    hanno fatto man bassa di questi soggetti. Non è una
    critica, per carità, volevo solo sottolineare che sei in
    buona compagnia e ti confronti con autorevoli firme.
    Detto questo devo dire che il racconto è scritto proprio
    bene, con puntiglio e dovizia di particolari…. Forse
    troppi… Ecco, a voler essere esigente, direi che forse
    manca un po’ di ritmo e alla fine la storia, seppure
    bella e credibile, non fa il botto, non lascia il segno.

    ---
    Frame

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: Elysa on Thursday, 03 August 2017 @ 07:50
    sono d'accordo con Dario quando dice che scrivere sembra per te come respirare, molto bello, la poesia come incipit mi è piaciuta moltissimo, bravo Percy --- Elysa

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: A.Sal.One on Saturday, 05 August 2017 @ 05:07

    Si, e` vero...non si sa mai.

    Ride bene chi ride ultimo.

    Ma bisogna proprio scriverla
    'sta novella, senno` chissa`
    chi lo sa?

    Buone vacanze.

    ---
    a' scutulasti
    'a tuvagghia?

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: zaina on Wednesday, 09 August 2017 @ 21:18
    L'hai scritto proprio bene questo racconto. É vero, si
    legge molto volentieri; è scorrevole e attrae il lettore.
    Sei stato bravo. Purtroppo anch'io ho notato alla fine un
    decadimento della tensione e, se vuoi, una finale un poco
    banale e forse scontato. Il tizio muore, il nipote
    riprende in mano il romanzo, va da un editore e di colpo
    il romanzo diventa un successo, ... bah, non so, non ci
    credo, queste cose sono rare. A un certo punto avevo
    quasi creduto che il romanzo divenisse qualcosa di vivo
    stregando il nipote come aveva stregato il nonno però no,
    alla fine non è stato così e credo che tu abbia tolto al
    romanzo quel carattere metafisico che lo faceva essere
    qualcosa di diverso, quasi magico. Comunque dai, un bel
    racconto, che vale la pena di leggere. E tu sei stato
    bravo a scriverlo. Hai talento, complimenti.

    ---
    Zaina

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: PattiS. on Friday, 11 August 2017 @ 18:27
    di questo tuo racconto mi piacciono le simbologie. L'autore si rifiuta di finire il
    romanzo come esorcizzando la morte, che invece, lo coglie ineluttabilmente.
    Raggiunge però l'immortalità e continua a vivere attraverso il successo del libro.
    Quindi, l'idea, alla fine, non è male. è il primo racconto che leggo tuo. Non so se è
    anche il primo che scrivi però, secondo me, ehi!! Minosse! :SECONDO ME (ma lo
    dobbiamo ripetere a papera ogni volta?) sì?? ah...ok... dicevo che pecca di
    ingenuità sia scrittorie (non dico l'italiano, a volte quando dicono "scritto bene", più
    che altro si riferiscono alla grammatica e sintassi, ma...non è tutto - anzi, quasi
    niente. La narrazione eterodiegetica ha un andamento molto da cronaca, meglio
    sarebbe stato se il narratore fosse stato il nipote, oppure una pagina di cronaca
    veramente presa da un giornale. Inoltre la storia andrebbe smossa, così è un po'
    piatta. Per esempio cominciando facendo rivivere al nipote dei bei momenti con il
    nonno appena morto e poi, mentre fruga tra le sue cose, trova il manoscritto pieno
    di polvere e da lì far partire la storia.... inoltre ci sono delle ingenuità romantiche
    rispetto alla figura del grande narratore che non è mai un "grafomane". Quello
    piuttosto lo rivedrei nello scrittore compulsivo di Shining. L'autore del tuo racconto
    scrive tanto per...non fa nemmeno una vera distinzione tra mail, poesie, pagine di
    diario o pensieri, quindi sarà difficilissimo che il materiale sia buono. Inoltre è
    sbagliato pensare che uno scrittore cominci dalla pagina uno per poi finire alla
    pagina ultima. Molto spesso procedono a pezzi (o dai personaggi) o da altro.
    Inoltre c'è l'aspetto dell'idea. Cioè, che basti avere un'idea per fare un buon
    romanzo. E che di idee uno scrittore ogni volta che ne ha una ci fa un romanzo. In
    realtà gli scrittore scrivono a moltissime idee, anche contemporaneamente, ma
    pochissime vanno a buon fine. In ogni caso mi ha fatto piacere leggerti, ti ho letto
    con curiosità.

    ---
    Al personaggio resta l'avventura e resta da dire "ha cominciato a nevicare, capo" R. Bolano

    [ ]

    L'ultima parola
    Contributo di: Ganimede on Saturday, 19 August 2017 @ 18:37
    Beh, se Maometto non va alla montagna.... :-)
    Certo che, un autore braccato dal finale, non l'avevo mai visto!
    (Altra cosa è l'amarezza che può cogliere un autore o un artista in
    generale, appena subito dopo il compimento dell'opera).
    Tutto (...questa dolce ossessione, questo sentirsi prigionieri della propria
    creatività), denota uno scrivere per pura passione, senza filnalità di alcun
    genere. E l'apparente controsenso, te lo risolve il nutrimento che le
    passioni riescono a fornire a chi possiede dote artistica e sensibilità in
    grande misura.
    Ma c'è anche del giocoso: mi vengono in mente quelle vecchie storie in cui
    il contadino sempliciotto riesce sempre a gabbare il (povero) diavolo e alla
    fine, a quest'ultimo, non resta che desistere. In questo caso, il protagonista
    dopo averla tirata, pagina dopo pagina, bonus dopo bonus, il più possibile
    per le lunghe sulle vie di un'immortalità che,come ha capito, tale potrà
    essere solo nei suoi lavori, muore prima del termine del libro senza darla
    vinta al "finale-diavolo", raggiungendo così il paradossale obiettivo (quasi
    un voler giocare d'anticipo per fregare l'altra morte, quella in agguato tra le
    spire dell'inedia).
    Una storia che vedrei bene in chiave cinematografica, nelle cure di un
    regista che sapesse cogliere le sfumature della psicologia del protagonista,
    scavando, pescando nelle pieghe di una tendenza all'isolamento dal
    mondo che rasenta la sociopatia.
    Ci sono film che si reggono su trame con un livello d'azione pari a zero,
    eppure senti che ti hanno lasciato molto, forse perché parlano di come la
    vita vera, sappia fingersi atona e delle battaglie che sono più nella nostra
    mente che fuori; mi viene in mente "Il regno d' inverno" di Nuri Bilge
    Ceylan; spero che non troverai la mia citazione fuori luogo dato che, in
    sostanza, ben poco c'entra con il tuo racconto... (oltre al fatto che il tuo
    protagonista ha una santa di moglie che non merita la marginalità del ruolo
    in cui l'hai relegata :-D), era solo per fare un esempio generico.
    E sí, si vede che non era destino che il romanzo terminasse, così, al
    successore non resta che rimettersi ad una sorta di saggezza superiore
    che si chiama istinto; e poi, un capolavoro, tale rimane anche se
    incompiuto: l'arte e la letteratura sono piene di esempi. Una cosa devo dire:
    ho come la sensazione che non si capisca veramente cosa vuole il
    protagonista. Che in fondo non lo sappia nemmeno lui? D'altro canto, tutto
    parla di quanto sia combattuto; resta l'enigma di quel "C’è ancora storia per
    la mia Storia...!”.
    Per tirare le somme: nemmeno io ho apprezzato molto il finale seppur
    votato a premiare dei concetti importanti (oltre che capace di accontentare i
    più intransigenti sostenitori del sacro lieto fine) e non tutto nel corso del
    racconto é supportato dal giusto spessore.... dalla capacità di estrapolare
    ciò che si annida nei meandri della psicologia umana e anche quell' andare
    a letto con "l'ansia che non fosse stata quella l'ultima volta davanti al
    foglio...." non mi sembra sensatissimo, voglio dire: finché uno di idee ne ha,
    dove sta l'impedimento?
    Nel complesso però lo trovo un bel racconto, scritto davvero bene come ti
    hanno detto in tanti e retto da un'idea di base che mi piace molto. Spero
    vivamente di rileggerti nella sezione racconti e con la bravura che ti
    contraddistingue nella poesia.
    Ciao Pale

    ---
    Nadia Rizzardi
    ---"Cristo è ateo" Ivan Kramskoj.

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