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     i fantasmi di Haydar   
     Monday, 24 July 2017 @ 11:00
     Leggi il profilo di: gricio
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    Racconti

    I FANTASMI DI HAYDAR

    Dopo appena sei giorni il silenzio fra di loro divenne regola.
    L'improvviso affondamento della nave, il piccolo ed antiquato cargo che faceva rotta tra il Mar Nero e l'Olanda, era stato come un incubo. L'incidente era capitato a notte fonda, al largo delle coste Galiziane, quando un solo uomo era di veglia; ma l'ufficiale in seconda, il sonnacchioso Haydar Sunay, di turno in quel momento, non si era rivelato all'altezza della situazione.
    L'esplosione in sala macchine aveva causato uno squarcio enorme ma l'uomo, prima di riuscire a capire di cosa si trattasse, aveva tentennato sul da farsi, ed aveva in tal modo irrimediabilmente compromesso il destino dell'equipaggio. In meno di cinque minuti la nave era colata a picco portando con sè nove uomini e, cosa inaudita, nessuno era riuscito a lanciare un SOS,
    I sopravvissuti erano solo tre: il comandante, il suo secondo ed un assistente cuoco.
    Il capitano White era un uomo dall'età indefinibile, magro, dal volto affilato come la lama di un coltello, i capelli biondi e gli occhi celesti che spiccavano come cristalli su di una carnagione incredibilmente chiara. Si diceva fosse inglese, ma nessuno a bordo ne era sicuro; non era mai stato visto bere una birra, e nessuno era riuscito nemmeno ad entrare nella sua cabina per cogliere qualche indizio che ne rivelasse la nazionalità. Solo la sua proverbiale riservatezza era nota a bordo.
    Il secondo sopravvissuto era il vicecomandante che era di guardia la notte del disastro. Nativo di Istanbul, Haydar Sunay aveva una cinquantina d'anni che tuttavia non dimostrava. Era piccolo di statura, aveva capelli neri ed una folta barba che gli incorniciava il volto sul quale due guance perennemente rosse erano divise da un imponente naso. Nonostante la gravità dell'accaduto sembrava aver superato la cosa con apparente noncuranza.
    L'ultimo passeggero della scialuppa era un nero. Ibrhaim Al Kharsi veniva dal Senegal e lavorava nella cucina di bordo. Giovane ed atletico era sempre di buon umore, persino ora, nella situazione di emergenza nella quale i tre si trovavano. La scialuppa che Ibrhaim era riuscito disperatamente a sganciare pochi secondi prima che la nave si inabissasse era quasi totalmente priva di qualsiasi cosa potesse loro servire per sopravvivere in mare. Il piccolo apparecchio radio era fuori uso, e le razioni di viveri ed acqua che avrebbero dovuto trovarsi sotto ai sedili erano meno di un quinto di quelle previste. Una tela cerata e cinque razzi di segnalazione marciti a causa dell'umidità erano tutto ciò che avevano a disposizione. Solo il comandante, prima di finire in acqua, era riuscito a salvare il coltello multiuso dal manico in osso che abitualmente teneva nella tasca dei pantaloni.
    Così, maledicendo ora l'armatore e la sua taccagneria, ora la malasorte, si trovavano oramai da una settimana in balia dell'Oceano Atlantico, ormai quasi senza viveri e con la certezza che nessuno li stava cercando.
    Dopo i primi giorni di adattamento i tre sembravano aver trovato una specie di equilibrio tra loro. Al giovane cuoco spettava ancora il compito di dividere i viveri residui sotto l'occhio attento degli altri due; le iniziali discussioni tra il comandante e il suo secondo su cosa potesse essere successo, avevano lasciato il posto a sempre più lunghi silenzi, rotti solo dai fischiettìi del giovane senegalese mentre con la cerata cercava di recuperare un poco di acqua piovana dagli sporadici acquazzoni che li investivano.
    A una decina di giorni dal naufragio la situazione si era come cristallizzata; nulla accadeva di diverso giorno per giorno, e i tre uomini passavano un'ora dopo l'altra come in trance. Solo il sig. White rimaneva ostinatamente in piedi, riparandosi gli occhi con una mano scrutava l'orizzonte in tutte le direzioni alla ricerca di qualche nave che li traesse in salvo.
    E proprio lui si era rivelato il più debole del terzetto. Si agitava sempre più spesso inutilmente sulla scialuppa passando da un capo all'altro dello scafo, impartendo ordini insensati ai compagni che lo osservavano senza capire. La situazione drammatica gli aveva dato alla testa, o forse si sentiva gravato di responsabilità più grandi di quanto non riuscisse a sopportare, fattostà che il sig. White era diventato un peso più che una risorsa per i suoi compagni. Qualche occhiata furtiva ogni tanto scattava tra il secondo e Ibrahim, ma subito gli sguardi si abbassavano per quella sorta di complicità nascente.
    Fino a che una mattina Ibrahim, svegliandosi, trovò davanti a sé solo il turco, addormentato come sempre di traverso su fondo della barca.
    - Ehi, capo Haydar, dov'è finito il comandante ? - esclamò allarmato.
    L'uomo aprì lentamente gli occhi, infastidito da quella voce, e senza voltarsi rispose sgarbatamente:
    - Hai provato a guardare in sala macchine...? o forse no, meglio nella sua cabina...ahahahah – sogghignò mettendosi a sedere.
    - Mio Dio - continuò il giovane - ma com'è possibile, sarà caduto in acqua stanotte... era buio pesto, forse è inciampato, e col mare mosso
    sarebbe stato difficile distinguere il rumore di una caduta dallo sciabordìo ...
    Il turco, senza nemmeno fingere di guardare tra le onde, rimase immobile a fissare un punto lontano all'orizzonte, come cercasse di forare la foschia con lo sguardo per individuare terra. Immobile, senza rispondere, solo annuendo lentamente col capo, quasi stesse suggellando con quel gesto l'inevitabile conclusione cui erano destinati, preceduti forse solo di qualche giorno dal comandante.
    - Caxxo -riprese il cuoco - siamo rimasti solo noi due.
    - Già – rispose il vecchio – solo noi.
    Poi, voltandosi con studiata lentezza verso Ibrhaim, gli disse scandendo bene le parole:
    - Quindi i pochi viveri che spettavano al sig. White ci daranno qualche giorno in più di possibilità, vero...?
    Il nero non rispose, ma annuì abbassando il capo in segno di comprensione.
    - Bene – continuò il turco tornando a sdraiarsi – bene.
    Quella notte Ibrhaim quasi non chiuse occhio. Il pensiero del comandante che scompariva tra i flutti non lo abbandonava, anzi l'immagine che si era costruito nella mente, l'uomo che affoga tendendogli disperatamente le mani, lo faceva sentire quasi in colpa per l'accaduto.
    L'alba lo trovò ancora vigile, mentre il secondo continuava nel suo sonno ostinato.
    Al momento di dividere una delle ultime scatolette di carne residue, qualche ora dopo, il nero rimase di stucco vedendo comparire nella mano di Haydar il coltello che era stato del comandante.
    La sua sorpresa non passò inosservata al turco, che maneggiando la lama con insospettata abilità, divise con un colpo secco in due parti uguali la porzione e con fare brusco gli chiese:
    - che ti prende Ibrhaim, non fa lo stesso se sono io a dividere il cibo?
    - Certo capo Haydar, solo mi chiedevo... quel coltello...
    - Non farti strane idee, l'ho trovato sul fondo della barca dopo la scomparsa del comandante
    Il giovane abbassò il capo, non riuscendo a sostenere lo sguardo deciso di sfida dell'altro. Tuttavia riuscì a controbattere
    - ...ma capo, lei è stato quasi tutto il tempo addormentato, e non si è mai mosso da lì...
    - cosa vorresti insinuare ?? - quasi urlò il turco alzandosi di scatto e brandendo minaccioso l'arma.
    - Nulla, capo, si calmi, non voglio dire nulla – rispose Ibrhaim in modo remissivo
    - Bè, meglio così – concluse l'altro dandogli la schena e cominciando a masticare rabbiosamente l'ultimo boccone di carne del giorno.
    In quel momento Ibrhaim comprese che la propria vita era in pericolo; la reazione del turco alla sua osservazione era stata spropositata ed il fatto che gli avesse nascosto d' aver ritrovato il coltello suonava per lui come una implicita confessione.
    Oltre al pericolo tangibile del naufragio, della fame, della sete e con le poche residue possibilità di sopravvivenza, ora doveva anche convivere con l'ansia della presenza di Haydar, un uomo di cui non si fidava più e col quale doveva condividere quello spazio ristretto.
    E fu proprio il giorno dopo, mentre in piedi scrutava l'orizzonte in cerca di qualche aiuto, che il turco colpì. Passandogli dietro con insospettabile agilità gli diede un possente spinta che lo catapultò fuori dalla barca. Quando riemerse dall'acqua gelida non gli restò che urlare
    - capo Haydar, *censurata*, hai fatto lo stesso anche col comandante vero?
    Il secondo, seduto al centro della scialuppa, lo guardò quasi divertito, e senza alcuna emozione nella voce gli rispose:
    - che differenza fa per te saperlo ?
    - mi faccia salire, presto mi aiuti la prego - disse il ragazzo cercando di avvicinarsi alla scialuppa. Ma non appena cercò di issarsi appoggiando le mani sul bordo della barca lesto l'altro estrasse il coltello dalla tasca e con un colpo deciso lo ferì tagliandogli ripetutamente le dita. Il giovane lasciò urlando la presa, scivolando nuovamente in acqua mentre una grande macchia rossa cominciava a formarglisi intorno.
    - Non c'è posto per due su questa nave figliolo. Mi dispiace.
    La rabbia livida negli occhi di Ibrahim copriva persino il dolore alle mani ferite ed il suo sguardo esprimeva un odio puro verso l'altro.
    - Che Allah ti maledica, possa tu pagare per la mia e le altre morti le pene di ogni inferno ….un giorno ti ritroverò...- fu l'ultima cosa che Ibrhaim riuscì a proferire prima di venire sommerso da un'onda più forte delle altre.
    Haydar lo osservò in silenzio venire inghiottito dall'abisso, pulendosi la lama del coltello sui pantaloni. Poi, dopo un paio d'ore, accertatosi della definitiva scomparsa del giovane con un'ultima occhiata guardinga, si sdraiò nuovamente sul fondo della barca stringendo il coltello tra le mani e chiuse gli occhi.

    * * *

    Il suo vicino di casa è una brava persona.
    Ma pur sapendolo Haydar limita i rapporti ad un semplice buongiorno, scambiato di fretta quando i loro passi si incrociano casualmente durante la passeggiata mattutina mentre l'altro prosegue per il molo cui tiene attraccato il suo piccolo scafo a motore. Al saluto segue immancabile il mutismo più assoluto, una forma di ignorarsi cui il vecchio è abituato.
    Perchè Haydar è così, non concede confidenze a nessuno, nemmeno a quelli della propria famiglia. Almeno quel che ne resta.
    Di poco oltre i settanta l'uomo vive solo. O meglio, abita una vita di serie B in una vecchia autorimessa adibita a monolocale; un seminterrato triste, a livello del marciapiede, nella prima periferia di Anadolu Kavagy, l'ultimo centro abitato sulla riva asiatica prima che il Bosforo si apra nel Mar Nero. Il resto della casa, uno di quei condomini di due appartamenti risalente agli anni sessanta, è abitato dalla ex moglie, l'acida Feriha e dalla figlia Harika con il bambino avuto qualche anno prima frutto di un mai perdonato errore di gioventù.
    L'edificio è posto all'inizio di un lotto all'ingresso del paese e si affaccia da una parte sulla strada principale che conduce ad Istanbul e dall'altra su uno strapiombo di un paio di metri che finisce direttamente in mare.
    Il terreno, lungo un centinaio di metri, non è coltivato, eccezion fatta per un minuscolo orto attaccato alla casa e per due filari di viti che si sviluppano paralleli in lunghezza sino a finire a pochi metri dalla riva.
    Ma l'acqua, in questo tratto fra il Mar Nero ed il Mediterraneo, non è mai particolarmente mossa, sicchè nessuna mareggiata ha mai minacciato il vigneto.
    Haydar vive la sua incipiente vecchiaia lavorando nel negozio di piccola ferramenta che gestisce quasi a tempo perso da oltre dieci anni e cura i suoi filari non appena possibile. Non è la vecchiaia agiata e serena che aveva sperato, ma dentro di sé lo sa, è così dal giorno di quel maledetto naufragio, quando la sua vita aveva improvvisamente preso una piega non voluta e tutto aveva cominciato ad andargli storto; la compagnia, dalle finanze già traballanti, a causa del disastro era fallita e lui era rimasto senza lavoro. Nell'ambiente marinaro, ancora così terribilmente superstizioso, lui era ormai additato come una specie di lebbroso, lui era il sopravvissuto, l'unico sopravvissuto, e nessun equipaggio era disposto a tenerlo a bordo.
    A seguito di ciò i rapporti con la famiglia si erano irrimediabilmente guastati e a nulla era servito tornare a casa e interrompere le lunghe assenze di mesi come quando era imbarcato; come se non bastasse anche la salute lo stava tradendo.
    Un giorno il suo medico, osservandogli le analisi e scuotendo la testa, aveva sentenziato: devi fare del movimento, fai delle passeggiate, esci, cammina insomma.
    L'uomo aveva annuito senza proferire parola, com'era nel suo carattere, ed era tornato a casa con ben chiaro in testa come comportarsi. Camminare, gli aveva prescritto il medico, e lui avrebbe camminato. Tutti i giorni, due ore al giorno. Così avrebbe fatto.
    Ma di andare in paese proprio non aveva alcuna voglia. Sentirsi quegli occhi puntati addosso come spilli, immaginare le voci dietro le finestre rivangare nel suo passato “ecco, vedi, quello è Haydar, sai, quello divorziato...da giovane andava per mare” oppure, “guarda come cammina con gli occhi bassi, si dice sia l'unico superstite...”.
    Si, li vedeva già complottare, costruire chissà quali supposizioni sul suo conto.
    Così aveva deciso una cosa molto più semplice.
    Si era comprato un paio di scarpe comode, di quelle sportive per corsa leggera, e aveva disegnato nella sua mente un percorso sul terreno dietro casa, un grande rettangolo i cui lati più lunghi costeggiavano i filari di viti mentre i corti erano da un lato la strada, dall'altro il mare. Poi aveva comiciato a camminare. Inizialmente l'erba alta gli era stata d'ostacolo, ma passaggio dopo passaggio, giorno dopo giorno lui l'aveva avuta vinta. Prima l'erba era scomparsa davanti ai suoi passi, poi la sua ostinazione, che non temeva feste o ricorrenze, era stata premiata dal progressivo comparire di un preciso sentiero sterrato. Passo dopo passo si era creato una pista battuta, una propria corsìa personale sul quale impiegare due ore ogni giorno. Mai un minuto di meno.
    E come non c'era Pasqua o Kurban che impedisse quel rito, per lui agnostico, così nessuna condizione atmosferica, per quanto avversa, lo avrebbe fermato. Persino sotto alla neve, quando magari già una decina di centimetri caduti durante la notte gli ostacolava il passo, riusciva a identificare il tenue avvallamento della coltre e a percorrere spedito il suo sentiero nonostante i fiocchi cadessero ancora.

    Quest'anno settembre è cattivo. La pioggia che cade quasi ininterrottamente da due settimane ricopre il cuore di grigio. Persino la sponda europea, a poco più di un chilometro, sembra scomparire tra quei colori smorti che si confondono all'orizzonte mescolando in una unica tinta case ed alberi come fosse cenere all'interno di una stufa.
    I mercantili continuano a passare, in lenta processione, in ambo i sensi; ogni tanto una sirena lacera l'aria per farsi dare il passo da qualche pescatore che si è avventurato nel canale, poi, terminato l'eco disperso nelle anse del canale, torna il silenzio ed il monotono ticchettìo della pioggia.
    Anche stamattina Haydar sta camminando, come sempre a quest'ora. L'acqua che cade non lo infastidisce più di tanto, semmai è il fango sul sentiero a rompergli il passo rendendogli l'equilibrio instabile.
    Il terreno fradicio ormai non ha più capacità di assorbimento e sul suo cammino la terra è solo fanghiglia informe.
    Giunto all'estremità del suo giro Haydar si volta per tornare a casa, al coperto, e già pregusta il buon thè che si prepareà di lì a poco.
    Ma proprio tra la riva e i filari, un piede gli sfugge ed inizia a scivolare verso il mare. Annaspando da terra alla ricerca di una presa l'uomo infila le mani nel fango, ma ormai la leggera pendenza lo sta portando inevitabilmente a cadere in acqua. Con un ultimo sforzo artiglia il terreno cercando un appiglio, ma è tutto inutile, le dita lasciano piccoli solchi nel fango che subito si riempie di acqua piovana. Con un rumore sordo cade in mare e viene sommerso dal nero. Immediatamente l'istinto prende il sopravvento e l'uomo inizia a dibattersi e nuotare per raggiungere la riva che ha proprio lì, ad un metro dalla sua mano.
    Ma qualcosa lo ostacola, qualcosa gli impedisce il movimento delle gambe. Terrorizzato Haydar guarda sotto di sé cercando di togliersi di dosso il giaccone impermeabile. Ma anche questo gli è impedito, qualche cosa che non riesce a definire lo sta gradualmente immobilizzando. Sono alghe, rami di alghe che sembrano danzargli intorno, portate dalle correnti e che gli si sono avvinghiate alle caviglie e intorno al corpo. Hanno la forma di braccia, lunghe e potenti braccia nere, tra le quali inorridendo gli sembra di riconoscere un volto, quello di Ibrhaim. E' un viso ancora giovane, e si protende verso di lui con un ghigno che gli ricorda quello di un teschio; le orbite vuote lo guardano dritto negli occhi e da quel vuoto sembra uscire una voce:sono tornato a prenderti.
    Il terrore lo attanaglia e cerca disperatamente di divincolarsi. Ma la presa delle alghe resiste e un fascio gli avvolge il collo e lo trascina ancora più giù, sempre più verso il fondo. Ormai l'uomo è in preda al panico, quando ricorda di avere il coltello, quel coltello, nella tasca.
    Con un gesto disperato lo afferra e febbrilmente cerca di recidere le erbe che lo avviluppano. Ma mentre sta per accingersi a tagliare, dall'oscurità sottostante appare una macchia bianca, un grande polipo che con mosse lente e sinuose, come fosse al rallentatore, con un tentacolo gli si avvinghia al braccio e con un altro gli strappa il coltello dalla mano.
    Haydar capisce che non riuscirà mai a liberarsi da questi fantasmi, ed è questa come una rivelazione, una liberazione per l'uomo che smette di dibattersi.
    L'ultimo pensiero di Haydar è per i suoi filari di vite, si immagina a primavera con le forbici in mano a potare, con l'aria tiepida di fine aprile che gli accarezza il viso... poi un dolore acuto al petto lo

     



    i fantasmi di Haydar | 6 Commenti | Crea un nuovo Account

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    i fantasmi di Haydar
    Contributo di: zaina on Monday, 24 July 2017 @ 14:13
    Bella storia, completa con tutti gli ingredienti necessari; l'avventura, il mare, il mistero, Istanbul, la lotta per la vita, la descrizione dei pesonaggi, ... si legge rapida e sembrava di vedere un film. E chissà, magari un giorno un film potrebbero anche farcelo: io andrei a vederlo di sicuro. Complimenti! --- Zaina

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    i fantasmi di Haydar
    Contributo di: Elysa on Tuesday, 25 July 2017 @ 15:14
    ha ragione Zaina, bellissimo racconto, si legge d'un fiato... bravissimo, come sempre, ma quel "lo" alla fine è perchè ci sarà una continuazione o è solo un errore di battitura? buona estate e ancora complimenti --- Elysa

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    i fantasmi di Haydar
    Contributo di: dario moletti on Tuesday, 25 July 2017 @ 17:28
    incominci a leggerlo con un misto di noia e minestra scaldata e poi ti dimentichi di richiamarti all'ordine perché ne sei talmente preso da non volerne più uscire bravissimo

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    i fantasmi di Haydar
    Contributo di: franca canapini on Wednesday, 26 July 2017 @ 23:43
    Un racconto gotico ben scritto. L'ho letto con piacere.
    Ciao
    Franca

    [ ]

    i fantasmi di Haydar
    Contributo di: Pale shelter on Thursday, 27 July 2017 @ 10:59
    provo a indovinare il finale:
    "poi un dolore acuto al petto lo scuote un'ultima volta e
    tutto il resto diventa buio."
    è così vero? :-)
    Senza barare, diciamo che l'ho riletto volentieri
    (anch'io ne ho uno con quell'incipit). Ne ricordavo bene
    il titolo e alcune cose del testo, la prima parte, il
    percorso dietro casa, ad esempio) e come la prima volta
    l'ho apprezzato, con qualche cosina da risistemare nel
    ritmo dopo gli asterischi dopo una buona prima parte e un
    buon finale, messo giù con la giusta tensione. Ispirato
    anche dal vicino - a volte certe scintille, certi voli
    pindarici, scaturiscono da persone che in teoria, mai
    parrebbero essere capaci di regalare cotanta ispirazione.
    Bravo, naturalmente, un saluto.

    Franco

    [ ]

    i fantasmi di Haydar
    Contributo di: Ganimede on Monday, 21 August 2017 @ 12:15
    Anche per me un bel racconto; non tanto per la trama che, procedendo,
    perde un po' di originalità (il cattivo che alla fine viene punito da una sorta
    di indefinita forza sovrannaturale frammista a rimorso di coscienza, non mi
    suona così nuovo. A proposito: ma ti sei ispirato a Jörg Haider? :-). Alla fine
    ricorda tanto quelle storie di ex gerarchi finti-morti emigrati in Sudamerica,
    sopravvissuti solo a margine perché costretti a vivere il resto della vita nella
    meritata miseria, nell'anonimato, senza onori e gloria, lontano dai fasti del
    passato, finché un giorno non sopraggiunge la morte anche per loro e,
    chissà, se almeno con il buon senso di un poco di rimorso), quanto per la
    caratterizzazione delle scene e dei personaggi e la capacità di gestire
    un'ambientazione non facile.
    Mi piace molto leggere cose tipo "l'acqua, in questo tratto fra il Mar Nero ed
    il Mediterraneo, non è mai particolarmente mossa" sono quei dettagli che
    denotano la ricerca a monte dello scrivere. Quando si trattano aspetti reali
    (geografici, storici, fisici ecc.) il lettore deve potersi fidare dell'informazione
    che il romanziere sta fornendo a coronamento di un lavoro credibile e ben
    svolto. I piccoli dettagli attraverso i quali un autore cerca di dare
    giustificazione e plausibilità alla propria storia, a mio avviso contribuiscono
    di molto ad elevare il valore di uno scritto.

    ---
    Nadia Rizzardi
    ---"Cristo è ateo" Ivan Kramskoj.

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