Alice, Silvie e le stelle cadenti

Monday, 24 July 2017 @ 10:45

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Quella sera nella casina del mare Alice e Silvie cercarono inutilmente di convincere i genitori a farle restare sveglie per vedere le stelle cadenti. Proposte. Preghiere. Sorrisi. Carezze. Sussurri d’amore. Pianti. Lamenti. Niente da fare. Il babbo generale decretò:

“Stelle cadenti intriganti
intrigano tanti.
Noi non ci faremo irretire;
subito a dormire. In fretta.
Domani avete corso di nuoto
e gara di bicicletta.”

E la madre rincarò:

“Non sia mai che per quattro stelle
rischiate un raffreddore
una tonsillite, un guaio da dottore.”

Sconfitte, le poverine, chiusero la porta della cameretta e continuarono a piangere nei loro lettini, tenendosi la mano.
Tra un singhiozzo e un ululato, Alice si ricordò dell’armadio della nonna telepatica. Era una scatolina rossa con due antine, che teneva sulla mensola della libreria. Quando la nonna glielo aveva regalato, aveva detto:

“Questo, care bambine, è l’armadio della fantasia
da aprire solo in gravi emergenze, usando accortezze e prudenze.
E ricordate: per chiamarmi in caso di necessità,
basta che mi pensiate.”

Saltò dal letto, corse alla mensola, afferrò la scatolina e l’aprì. C’erano solo due paia di alucce, uno rosa ciclamino così affusolato da sembrare un siluro; l’altro verdeazzurro, più piccolo e tozzo. Naturalmente lei prese le ali rosa e le indossò sulla schiena; intanto Silvie la guardava con gli occhioni verdi stupefatti. Quando capì, fu quasi più rapida della sorella a indossare le sue alucce e cominciò subito a svolazzare per la stanza, sbattendo sui mobili e le pareti.

“Ssssssssssssssilvie, non farti ssssssentire!
Voliamo piano piano, proviamo proviamo!”

E provarono e riprovarono, facendo grandi otto a mezz’aria. Le ali tenevano bene.
Silvie scoppiava dalla felicità e avrebbe continuato per tutta la notte quel gioco, ma Alice voleva proprio vedere le stelle cadenti e ordinò:
“Siamo pronte, è fatta! Quando aprirò la finestra,
salta sul letto e prendi la rincorsa; buttati nell’aria e volaaaaaaaaaa!!!”
E così, volando, centrarono la finestra aperta e salirono verso il cielo alto.

Il cielo era nero come un camino sporco, ma vi palpitavano tanti puntolini di luce che sembrava facessero l’occhiolino. L’aria era morbida, il silenzio totale. Alice stava così bene che le venne il diavolino di sfidare le stelle:

“Stella stella, stelluccia cadente
vieni che ti do un calcio nel dente.
Vieni vieni che ti sfasciamo
non ci conosci ma noi ti aspettiamo.”

Allora dal cielo nero si staccò una grossa stella che disegnò una lunga scia d’oro e poi scomparve.
“Ooooooohhhhhhhhhhhhh!” Gridarono insieme le due bambine. Poi un’altra e un’altra ancora.
“Oooooohhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”
“Oooooooohhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!”
Poi fu una mitragliata. Silvie, elettrizzata in mezzo a tutti quei fuochi, si tese e cominciò a tirare pugni e calci.

“Se io vi pendo vi dittuggo
se mi pigate vi vovino
guadda Alise guadda
l’ho pesa l’ho pesa!”

In effetti era riuscita a tirare una pedata a una stellina e ne aveva deviata la rotta. Alice, che si era distratta un attimo a immaginare di essere una principessa alata tutta rosa con tanto di diadema anche quello rosa, di fronte al coraggio della sorella, si trasformò in una tigre. In pochi secondi sbranò ( uhmmm… volevo dire deviò ) una decina di malcapitate stelline.
Ma non si possono impunemente sfidare le stelle cadenti. Cominciarono a piovere e sfrecciare da ogni parte. Le bambine ne restarono abbagliate e una colpì la fronte di Silvie, che sbandò e precipitò al suolo.

Alice volò verso terra per cercarla, però giù era buio pesto: sentiva il mare che respirava lento, intravvedeva qualche macchia più scura, ma della sorellina nessuna traccia. Silvie! Silvie! Silenzio.
Si disperò. L’avevano fatta grossa. E ora? Non c’era neppure un pesce che potesse aiutarle. A chi chiedere aiuto?
Ma certo, alla nonna! Allora pensò intensamente:

“SOS - nonna - SOS - nonna
Silvie dal cielo caduta ferita
sulla spiaggia perduta svanita.
Latitudine N 43; longitudine E 13
non so che cosa fare; ci devi aiutare.
Vieni presto, vieni presto!”

La nonna ricevette il messaggio mentre russava abbracciata al guanciale. Si gettò il mantello da veggente (ovviamente nero con rifiniture d’argento) sul pigiama, afferrò il borsone del suo fucile smontabile lungo 4 metri (ché non si sa mai) inforcò l’aspirapolvere, lo accese e partì come un razzo.
In pochi minuti fu davanti ad Alice che, chiuse le ali, piangeva accasciata su una duna.

“Ehi, nipotina non c’è tempo per lacrimare.
Tonica! asciuga gli occhi. Dobbiamo cercare!”

E, raccogliendo da terra un bastoncino, lo spezzò e gliene diede il pezzo più corto, dicendo:

“Questo è il magico bastone
che fa ritrovare le persone
quando sarà a Silvie vicino
suonerà il suo campanellino.”

Così una piccola ombra con le ali e una più grande senza, si allontanarono per la spiaggia alla ricerca della piccola.
Suonò il campanellino. “Nonna, nonna, l’ho trovata.” Accorse la nonna. Silvie era sdraiata ad ali aperte sulla sabbia, gli occhietti chiusi, la boccuccia pallida, la fronte bruciacchiata.
La nonna nascose lo sgomento dentro il mantello e, guardando Alice con occhi determinati, disse solennemente:

“In ginocchio pepina impertinente
ti nomino mio cavaliere servente.
Prendi quel secchiello abbandonato,
attingi acqua dal mare,
riportalo, quando l’avrai riempito.”


“Sì, mio signore!” Rispose Alice inchinandosi. (Come le era facile mascherarsi da principessa, altrettanto le era congeniale trasformarsi in cavaliere). Afferrò il secchiello dritta impalata come se avesse addosso un’armatura e, senza più paura, andò alla riva, lo riempì e lo portò alla nonna.
Subito la nonna scaricò tutta l’acqua, e pure il granchiolino tirato su con essa, sul viso di Silvie.
“ Le telle le telle, tatte, belle! ” Gridò Silvie, spalancando due occhioni verdiridenti e scuotendo le ali. Poi comincio a piangere toccandosi la fronte. Allora la nonna la prese in braccio, le ripulì la ferita e la medicò con il suo unguento Dimaleinbene. In effetti funzionò perché poco dopo la fronte di Silvie era di nuovo bianca e delicata; ma le bimbe erano ancora spaventate e se ne stavano zitte zitte, accoccolate accanto alla nonna.
Anche la nonna stava zitta, tanto poteva comunicare con il pensiero:

“Piccole, non siete ancora preparate; troppa fantasia e non la controllate.
Chiuderemo l’armadio per un tempo determinato; quando sarete più grandi, lo userete senza danni.
Torniamo a casa in fretta prima che babbo e mamma entrino nella vostra cameretta.”

Mogie mogie le bimbe salirono a cavalcioni dell’aspirapolvere, la nonna ingranò la marcia e finalmente raggiunsero la finestra di camera. Allora le aiutò a riporre le ali nell’armadio, che fece sparire nel suo borsone; rimboccò le coperte e aspettò che si addormentassero. Poi uscì, accostò la finestra e partì.

All’orizzonte l’aurora schiariva il cielo e diradava le stelle. L’ultima stella cadente della notte quasi la sfiorò. Sorrise e la scalciò lontana.


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