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     Un giorno, a principio dei sessanta, …   
     Monday, 03 April 2017 @ 11:15
     Leggi il profilo di: zaina
     Visualizzazioni: 314

    Racconti

    Leonard vestiva un completo nero con un borsellino dello stesso colore.
    Fino allora era rimasto seduto in prima fila assieme a distinte figure artistiche, sportive e scientifiche; con il cappello abbandonato sulle ginocchia aveva prestato attenzione ai discorsi e s’era emozionato in un paio d’occasioni sorridendo e soffocando uno sbadiglio. Paziente, aveva atteso che lo chiamassero e quando il presidente del giurato s’era alzato dalla sedia vicino a quella del Re e gli aveva sorriso lui aveva capito ch’era arrivato il suo turno e gli aveva risposto con un cenno del capo. Così che quando gli amplificatori della sala avevano scandito il suo nome aveva abbandonato il borsellino sulla sedia fra gli applausi dei presenti ed era salito sulla pedana degli oratori. Raggiunto il leggio s’era inchinato, guardato attorno e sussurrato che quello era un grande onore. Poi aveva ringraziato i monarchi spagnoli, seduti a pochi metri da lui, quindi i membri del giurato e infine il pubblico che gremiva la sala del Tetro Campoamor di Oviedo, in Asturia.
    Utilizzando il tono di voce privo di accento, profondo, tranquillo e pausato che milioni di persone avevano imparato a conoscere alternò brevi frasi di ringraziamento a spiegazioni sul come fosse riuscito a divenire la persona ch’era divenuta. Disse che s’era sforzato di esprimere la grande e inevitabile caduta degli esseri umani mantenendosi dentro i limiti della dignità e della bellezza, che la chitarra che sempre aveva utilizzato nelle sue canzoni era una Conde fabbricata da un liutaio in Calle Gravina 7 a Madrid, che Garcia Lorca gli aveva insegnato a parlare di ciò che davvero era importante e che la notte prima, nel nervoso tentativo di strutturare il suo discorso di ringraziamento per la concessione del premio Principe de Asturia, era rimasto sveglio tutta la notte razziando le barrette di cioccolato e di arachidi del minibar dell’hotel.
    Era riuscito a scrivere qualcosa che credeva di poter utilizzare però adesso si stava rendendo conto che non aveva senso. Disse che, invece, avrebbe raccontato qualcosa che mai aveva rivelato in pubblico.
    E raccontò ciò che segue.
    Un giorno, a principio dei sessanta, …

    Un giorno, a principio dei sessanta, il giovane uomo abbandonò la sua Westmount natale per ritornare a Montreal dove viveva con la madre. Aveva passato la notte su un Greyhound con l’impianto di condizionamento rotto ed era arrivato alla Gare Central della strada Mansfield stanco, sudato e con una grande sete. Così che non appena sceso dal pullman s’era s’avvicinato al caffè della stazione per chiedere un gran bicchiere d’acqua.
    Aveva appena finito di frequentare diritto all’Università Mac Gill University e presto si sarebbe iscritto all’Università di Columbia. Culturalmente inquieto aveva già pubblicato due libri e vinto il premio letterario Chester Macaghten per due poemi chiamati “Passeri” e “Pensieri di un contadino”. Oltre a ciò era solito strimpellare la chitarra acustica e suonava in un gruppetto country-folk chiamato Buckskin Boys. Era cosciente che il livello musicale del gruppo era pessimo però lui non si considerava un musicista quanto un aspirante poeta che musicava i versi scritti da qualcun altro, di norma quelli dello spagnolo Garcia Lorca. Non aveva vizi. Al rumore e alla banalità della vita moderna preferiva la solitudine della poesia e a Westmount frequentava solo il Saint Joseph’s Oratory, di norma per fumare e bere assieme al suo vecchio amico Mort Rosengarten.
    Proveniva da una famiglia ebrea di classe media. Sua madre, Marsa Klonitsky, era figlia del rabbino Salomon Klonitsky-Kline mentre suo padre Nathan, proprietario di un negozio di tele e morto quando il ragazzo aveva nove anni, era figlio di Lyon Cohen presidente e fondatore del Congresso Judaico Canadese.
    Era solito scherzare sulla sua condizione di discendente del sommo sacerdote Aarón però in realtà non dava troppo peso alla sua condizione di Giudeo e avvertiva, invece, una spiritualità che trascendeva i confini di una singola religione per accomunarsi a una fratellanza che raggruppava l’intero consorzio umano.
    Ciononostante adesso era arrivato a Montreal e per quella sera avrebbe lasciato da parte la sua spiritualità. Aveva in mente di visitare i bar della città vecchia, di andare al Saint-Laurent Boulevard e di cenare al Main Deli Steak House passando la notte vedendo da vicino i gangster, i papponi e i pugili che vi ci si recavano.
    Ringraziò per il bicchiere d’acqua, uscì dalla caffetteria e si diresse verso la casa della madre.

    Sua madre non viveva distante dalla stazione e paragonata con Westmount la città di Montreal era una esplosione di luci e di suoni. Gli piaceva passeggiarvi così che decise di andare da sua madre a piedi e durante il cammino si intrattenne ad ammirare le vetrine e ad attraversare i parchi e i giardini della città. Sua madre viveva vicino a un parco che conteneva un campo di tennis e quando il ragazzo c’andava era solito fermarsi qualche istante per vedere i giocatori che correvano sul campo arancione per contendersi la palla giallastra. Di norma c’erano sempre persone sedute sulle grade antistanti il campo: parenti dei giocatori, appassionati di tennis o semplici turisti. Quel giorno, però, la zona era deserta e, fatta eccezione per un tizio che suonava una chitarra sulle gradinate, non v’era anima viva.
    Era una giornata grigia e piovosa e gli parve strano che un chitarrista avesse scelto proprio quella giornata e quelle grade umide per fermarsi a suonare il suo strumento. Così che mentre gli passava vicino lo osservò. Aveva i capelli neri e una pelle olivacea e non sembrava canadese, piuttosto latino. Suonava come se non ci fosse stato un domani e quella fosse stata l’ultima cosa che faceva prima di morire. Non aveva mai sentito qualcuno suonare così. Quelle note erano d’una musicalità rara e riconobbe il flamenco spagnolo. Rapito dall’intensità della musica decise di fermarsi ad ascoltare e imitando il chitarrista si sedette sulle grade. Il musicista non gli fece caso e continuò a suonare fino a che d’improvviso si fece silenzio.
    Allora i due si guardarono e li si decise la vita del giovane.

    “Sono spagnolo” gli disse il tizio in un precario francese “vengo dalla Spagna”.
    Il ragazzo aveva letto il Don Chisciotte e sapeva che esisteva la Spagna. Ciononostante non avrebbe saputo localizzarla in un mappa.
    “È fantastico come suoni” gli rispose utilizzando un francese altrettanto precario “non ho mai sentito nessuno suonare a questo modo”.
    “È flamenco gitano”.
    “Me lo immaginavo; sono musicista anch’io però non riuscirei mai a suonare a questo modo”.
    “È solo questione di pratica”.
    “Probabile” rispose il ragazzo “però ciò che suono nel mio gruppo è del tutto differente e non potrei mai riuscire a suonare in questo modo, come fai tu”.
    Lo spagnolo sorrise.
    “Però mi piacerebbe provarci” aggiunse il ragazzo “non potresti darmi delle lezioni?”.
    Il chitarrista inarcò le ciglia.
    “Vuoi imparare a suonare flamenco?” rispose sorpreso.
    “Per lo meno provarci”.
    “Non ho un posto” gli disse scuotendo il capo “vivo in una pensione e non posso portare estranei in camera”.
    Il ragazzo non esitò.
    “Quella casa” esclamò indicandogli una casa dietro agli alberi che crescevano a fianco del campo di tennis “è la casa di mia madre. Vivo lì e potresti venire quando vuoi”.
    Il chitarrista lo fissò. Parve pensarselo per qualche istante e finalmente assentì con il capo.
    “Va bene” gli disse “stando così le cose potremmo farlo. Dopotutto il tempo non mi manca”
    Si misero d’accordo sull’orario e sul prezzo e il giorno dopo iniziarono le lezioni.

    Quando l’indomani il chitarrista andò alla casa del ragazzo gli chiese come prima cosa di suonargli qualcosa per fargli conoscere il livello. tecnico. Il canadese tentò di suonare qualche cosa però il chitarrista sorrise e scosse il capo.
    “Non sai suonare, vero?”.
    “No” rispose il ragazzo “la realtà è che non so suonare”.
    Lo spagnolo, allora, prese la chitarra.
    “Prima di tutto vediamo di accordarla” disse “è del tutto stonata”.
    Lo spagnolo accordò lo strumento annuendo compiaciuto.
    “Non è una cattiva chitarra” disse poi “sono sicuro che presto riuscirai a suonarla come vorrai”.
    Il canadese arrossì.
    “To’, prova adesso” gli disse ridandogli lo strumento “adesso dovrebbe andar meglio”.
    Il ragazzo riprese la chitarra e tentò di fare qualcosa però il risultato fu altrettanto disastroso come durante la prima attuazione.
    “Dammi” disse allora lo spagnolo “lasci che ti mostri qualche accordo”.
    Il giovane gli ripassò la chitarra e il musicista produsse un suono che il canadese non aveva mai ascoltato. Suonò una sequenza di accordi con un tremolio sconosciuto e gli ripassò lo strumento.
    “Adesso prova tu” gli disse “è il tuo turno”.
    Non c’era speranza che lui potesse riuscire a fare ciò che aveva appena visto però il chitarrista gli sorrise.
    “Lascia che ti aiuti a posizionare le dita” gli disse.
    Accomodò le dita del ragazzo e gli disse di provare.
    “Suona” gli disse.
    Il ragazzo provò però il suono che ne uscì fu un soffocato colpo a delle corde che non volevano saperne di suonare. Un disastro! Il chitarrista, però, sorrise e senza darsi per vinto continuò a farlo esercitare per tutto il pomeriggio. Alla fine si alzò in piedi, gli disse di continuare a esercitarsi e che lui sarebbe ritornato l’indomani.
    “Tu continua a suonare” gli disse.
    Il ragazzo lo ringraziò per la pazienza, lo accompagnò alla porta e ritornò alla chitarra.

    Quando il giorno dopo lo spagnolo ritornò insegnò al canadese a sedersi correttamente e poi, di nuovo, collocò le dita del ragazzo sul ponte dello strumento.
    “Suona” gli disse.
    Di nuovo il ragazzo ripeté la base di molte canzoni del flamenco, la sequenza di sei accordi che il chitarrista gli aveva insegnato il giorno prima. Ancora una volta, però, le corde non produssero un suono limpido e pulito quanto uno strozzato rumore che ben poco aveva di musicale. Ma vi fu un piccolo miglioramento e quando lo spagnolo se ne andò e il terzo giorno ritornò e gli fece ripetere la sequenza di accordi il miglioramento era ancora più vistoso. Alla fine del terzo giorno il ragazzo non era ancora in grado di coordinare le dita della mano con il pollice per produrre il tremolo classico del flamenco però conosceva gli accordi ed era in grado di riprodurre una sequenza che con il tempo avrebbe imparato con maestria. Cosa ancora più importante, lo spagnolo gli aveva fatto vedere la luce. Gli aveva fatto capire dove sarebbe potuto arrivare, gli aveva mostrato il cammino lasciandolo libero di percorrerlo fino in fondo o d’arrendersi senza arrivare al traguardo. Quando alla fine della terza lezione lo spagnolo se ne andò il ragazzo era pletorico. Lo ringraziò dal profondo dell’anima e si dettero appuntamento per rivedersi il giorno dopo.
    “Si” disse lo spagnolo “ci vediamo”.
    Il giovane trascorse il resto del pomeriggio ad esercitarsi sul ponte della chitarra e durante la notte ripassò mentalmente i cambi e la sequenza. Il giorno dopo era ansioso di mostrare i suoi progressi al suo maestro.
    Però il chitarrista non si presentò. Non si presentò ne quel giorno e ne i seguenti.

    Quando fu chiaro che lo spagnolo non si sarebbe presentato, il ragazzo prese il numero di telefono della pensione dove alloggiava il chitarrista. Era un numero che l’europeo gli aveva passato quando s’erano visti al campo di tennis, nel caso volesse annullare qualche lezione. Il ragazzo lo utilizzò e chiamò alla reception. Gli rispose una voce che non conosceva e ciò che udì fu qualcosa che mai, per nessuna ragione al mondo, nessuno dovrebbe udire e che lui mai si sarebbe aspettato di sentirsi dire.
    L’uomo si era suicidato.

    Arrivato a questo punto del racconto Leonard Cohen s’interruppe. Neppure lui sapeva se s’era interrotto per dare più drammaticità al racconto o per dare tempo al pubblico che lo ascoltava di rendersi conto dell’estrema gravità di ciò che aveva appena detto. Fatto sta che dopo qualche istante riprese a parlare.
    “Non ho mai saputo da che parte della Spagna venisse quel musicista” disse “non so, perché fosse venuto a Montreal e perché avesse deciso di venir a suonare in quel parco. Non ho idea del perché abbia scelto di togliersi la vita e quando me lo dissero provai una tristezza immensa. Però adesso posso rivelarvi che questi sei accordi, questa progressione che mi insegnò furono la base principale di quasi tutte le mie canzoni e che il lavoro che adesso voi state premiando, è dipeso dall’incontro con questo musicista spagnolo che un giorno il destino mise sul mio cammino. Così che adesso voi potete capire il senso di gratitudine che io sento per la Spagna. Ogni cosa positiva del mio lavoro viene da qui, dalla Spagna. Tutto, tutto ciò che voi ritenete degno nelle mie canzoni e nella mia poesia è ispirato da questa terra e vi appartiene. Perciò vi ringrazio, per la calda accoglienza che mi avete riservato e perché il mio lavoro è vostro ed io mi sono limitato a mettere la mia firma al finale d’una pagina che avete scritto voi. Thank you very much, ladies and gentlemen”.
    Detto ciò Leonard Cohen scese dalla pedana fra gli scroscianti applausi del pubblico. La gente s’alzò in piedi per applaudire il cantautore canadese che aveva saputo dare musica ai versi del poeta Garcia Lorca. Lo applaudirono e lo applaudirono spellandosi le mani e mentre l’uomo, oramai anziano e prossimo alla morte, ritornava a sedersi lo stesso Re e la Regina s’alzarono in piedi per unirsi agli applausi dei presenti.

    Leonard Cohen però già non era li, non era in quel teatro e non sentiva gli applausi. La mente del cantautore era ritornato a quel parco vicino alla casa di sua madre, di nuovo era con quel chitarrista spagnolo morto suicida a Montreal. Stava rivivendo gli istanti passati e gli diceva che presto, molto presto, si sarebbero ritrovati e, dopo tanti anni, avrebbe finalmente potuto ringraziarlo di persona per quella progressione di accordi.

    Il premio Cervantes venne conferito a Leonard Cohen il 21 Ottobre duemilaundici.

    Leonard Cohen morì quattro anni dopo.

    Probabilmente adesso conosca molte più cose di quel chitarrista e abbia avuto la possibilità di ringraziarlo. Probabilmente stanno seduti assieme da qualche parte musicando versi di Garcia Lorca utilizzando una progressione di sei accordi tipica del flamenco spagnolo.

    Madrid, Marzo 17
    mgzaina@yahoo.es

     



    Un giorno, a principio dei sessanta, … | 8 Commenti | Crea un nuovo Account

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    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: Armida Bottini on Monday, 03 April 2017 @ 12:50
    Lo credo anch'io! Bravissimo e grazie dell'informazione che
    non conoscevo. Ciao.

    ---
    Midri

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    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: gricio on Tuesday, 04 April 2017 @ 00:22
    E’ sempre un piacere passare da queste lande -così poco battute- e trovare un tuo racconto. A maggior ragione da mediocre chitarrista quale sono, e da antico amante di De Andrè ( e della sua bellissima versione di Suzanne) e di tutti (quasi) i grandi cantautori italiani. Ragion per cui non posso non regalarti tante per questa storia che mi fa conoscere un Cohen inedito. Mi piace molto poi la costruzione dei tuoi scritti con i riferimenti precisi e puntuali alla realta; persone, date e luoghi sono riportati con attenzione e coerenza. E’ una cosa questa che spesso chi scrive trascura. Non è il tuo caso. Ancora bravo. --- "parlare di musica è come ballare di architettura" (F.Zappa) http://gricio-gricio.blogspot.com/

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    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: franca canapini on Tuesday, 04 April 2017 @ 06:40
    Secondo me i tuoi racconti sono sempre interessanti, ma hanno bisogno di
    essere rivisti e levigati nella forma. Detto questo ti ringrazio per le informazioni
    che mi dai sulla vita reale e creativa di Cohen. Mi hanno preso molto perché in
    questi giorni ho ascoltato spesso il suo ultimo CD e mi sono sforzata di tradurre
    in italiano alcuni testi.
    Ciao
    franca

    [ ]

    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: Lorens on Tuesday, 04 April 2017 @ 18:34
    ... interessante questo brano di vita ove musica, poesia e
    vita goliardica universitaria, si mischiano donando spezzoni
    informativi per un Cohen forse inedito ...

    La forma ed i colloqui, a parer mio, credo andrebbero meglio
    alleggeriti in forma ed in sintassi. Eliminerei qualche
    ripetizione (es. vedi al 4°periodo la parola: campo), mentre
    per le conversazioni toglierei le aggiunte esplicative.

    Insomma, non vorrei fare la figura del solito professorino
    rompiballe, è solo il mio modesto parere condivisibile o
    meno, a rileggerti con stima e vivo interesse.

    ciao
    Lorens

    ---
    Lorens

    [ ]

    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: zio-silen on Wednesday, 05 April 2017 @ 15:55
    Caro Zaina, il tuo racconto mi ha ipirato un libero esercizio poetico che, a tratti, si discosta dal tuo scritto e dalla realtà fattuale per lasciare spazio alla mia fervida immaginazione.

    "Leonard"

    Leonard con il completo nero,
    identico colore del borsello,
    seduto in prima fila col cappello
    sulle ginocchia, s'era emozionato
    in due o tre occasioni, sorridendo
    e soffocando uno sbadiglio ugnato.

    Leggìo - applausi a scena aperta -
    in cima alla pedana - "Grande onore!" -
    s'era inchinato. Gli occhi alla poltrona,
    al suo borsello nero, abbandonato
    tra re, giurati critici... un poeta.
    Teatro Campoamor, centro di Oviedo.

    "Sono costretto" - pausa - "a raccontare
    il ruzzolare umano in botti e cerchi,
    bellezza e dignità, con le canzoni,
    la mia chitarra Conde ch'era nata
    da un liutaio a Gravina di Madrid,
    ed un maestro, tale Garcia Lorca,
    che m'insegnò - ero debole - la forza.


    Ero arrivato a Montreal una sera
    per visitare i bar della città
    lasciando in treno la spiritualità.
    Un salto a Saint-Laurent Boulevard
    ed un boccone al Main Deli Steak
    House. La notte a respirare fumo
    e fiato di gangster, papponi stretti all'angolo
    di quattro o cinque pugili suonati.

    La pioggia del mattino mi sporcava, poi
    il sole di un flamenco intenso, in volo
    le note dell'artista, uno spagnolo
    - le gradinate vuote - cupo e solo.
    Due giorni di lezioni, piena luce
    che mi mostrava nitido il cammino.
    Sei accordi in progressione: la mia sorte.
    L'hotel sul Saint Lawrence, era la morte
    di un chitarrista solo... di flamenco".



    Spero sia di tuo gradimento.

    Stelle e un saluto




    ---
    zio-silen

    [ ]

    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: frame on Thursday, 06 April 2017 @ 16:41
    Be’, questa volta non aspetterò due mesi per dirti che è
    “Bello”.
    E’ scritto maluccio, anche questo bisogna ammetterlo, però
    la storia è di quelle che meritano di essere lette e tu
    l’hai saputa raccontare benissimo. Per me molto bravo in
    questo genere di racconti.


    ---
    Frame

    [ ]

    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: Elysa on Saturday, 08 April 2017 @ 10:16
    ciao Massimo apprezzo sempre molto i tuoi racconti, questo in particolare è molto interessante e incuriosisce dalla prima riga; alcuni ti fanno appunti sulla forma e su qualche errorino, io credo semplicemente che tu vivendo molto in spagna e parlando quindi sempre spagnolo, pur essendo italianissimo, a lungo andare tendi a perdere o modificare qualche piccola sfumatura della sintassi italiana ma non è questo, per me, che pregiudica la tua grande capacità narrativa, molto bravo sempre --- Elysa

    [ ]

    Un giorno, a principio dei sessanta, …
    Contributo di: PattiS. on Friday, 21 April 2017 @ 19:26
    « Mi piaceva da morire il brano di Monk, 'Round Midnight e volevo imparare a
    suonarlo. Così ogni sera, dopo averlo suonato, andavo da Monk e gli chiedevo
    "Come l'ho fatto stasera?" E lui, tutto serio: "Non bene". La sera successiva, uguale
    e quella dopo, per diverse sere. Mi diceva "Non si suona così" a volte con un'aria
    esasperata e maligna. Poi una sera glielo chiesi nuovamente e lui mi disse "Sì, si
    suona così." Mi rese più felice del più felice dei *censurata*, più felice di un maiale
    nella merda. Avevo trovato il suono. Era uno dei pezzi più difficili. » M. Davis (la
    senti la passione viscerale? Un musicista è come un poeta. Un lettore è come un
    poeta.

    ---
    "aiupo, aiupo/
    e` arrivato il luto!" A.Sal.One

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