L’ultima Thule

Monday, 19 September 2016 @ 10:00

Leggi il profilo di: danieleboscati

Fu guardando il volo degli uccelli che iniziammo a pensarlo. Dove vanno, i beati animali, con il loro volo? C’è della terra laggiù. In questo modo cominciammo, un giorno, i viaggi intorno a noi.
Vivevamo nel monastero di pietra, pregando il Signore. A Sua maggior gloria, ogni anno ci spostavamo su un promontorio a picco sul mare. Il suono del mare saliva come una splendida sinfonia e i suoi colori ci inondavano di bellezza. Nella notte, qualche stella faceva da luna nello strano paesaggio.
Onde su onde si frangevano senza sosta, gonfiando gli anfratti dei fiordi e portando con sè la fragranza delle cose eterne. Le nostre preghiere erano rafforzate dalla solitudine. Una vecchia capanna sferzata e piegata dal vento, vicino a un antico albero, ci ospitava.
Qualcuno, fra noi, iniziò a osservare il movimento in cielo degli uccelli. Ziz zag incantevoli, che si raccoglievano in un ordine e partivano, nel lungo giorno del Nord, quando la luce del Sole arriva fino alle ultime ore.
Fu facile immaginare che si muovessero verso qualche isola lontana. Per noi un rifugio ancora più puro, dove offrire la nostra preghiera a Dio, scrutando nel libro del creato con umiltà e penitente sacrificio.
Ci bastò una barca per incominciare i nostri viaggi. Inseguivamo gli stormi, loro ci indicavano la via. Così scoprimmo le nostre isole. Per grazia di Dio, potemmo poggiare per primi il nostro piede su nuove terre, emergendo dall’acqua come creature del mare.
Vivevamo in questi luoghi con ciò che la natura ci donava, per mesi, rafforzando la fede con l’ascesi. E sempre il nostro viaggio era guidato dagli uccelli. Confidavamo nella natura, nella saggezza e potenza di Dio.
Io ero il monaco più giovane del gruppo. Eravamo solo quattro monaci che ogni volta varcavano il mare. Alla data stabilita, e facendo pochissimi cambiamenti nelle nostre esplorazioni.
Poche erano le provviste, appena sufficienti ad arrivare alle nuove e ignote destinazioni. Io avevo il compito di distribuire l’acqua, e il cibo. Lo razionavamo per necessità e per scelta, durante il viaggio, di circa due settimane.
Avevamo coperte per la notte che bastavano a malapena a proteggerci dal freddo. Chi era più anziano, non chiedeva alcuna dispensa dal faticoso lavoro dei remi. Ognuno faceva la sua parte, con semplicità e abnegazione. Si arrivava a destinazione stremati ma paghi, creature più semplici di quando si era partiti, e con bisogni più chiari e naturali.
Ecco che nell’ultimo viaggio, gli uccelli ci accompagnavano come sempre. Dove ci condurranno? Come sempre decidemmo di seguirli, con coraggio e fiducia. Stavolta la rotta era diversa e misteriosa. Cosa ci volessero dire, era triste non capirlo; il loro linguaggio sembrava farsi oscuro, come un cielo improvvisamente offuscato dalle nubi.
Il viaggio diventava più lungo degli altri. Risparmiando le nostre risorse, riuscimmo ad avere viveri per tre settimane. Soffrendo e patendo gli atroci morsi della fame. Io suddividevo fra noi il niente di pane, e l’acqua, e lo allungavo verso le mani sofferenti dei miei fratelli. Il pesce secco era finito prima.
Non rimase che pochissima acqua. E poi non ci fu quasi più nulla da dividere. L’orizzonte, dove la notte arrivava solo alle ultime ore, si popolò di miraggi. Ci sembrava che le colline verdi delle nostre terre fossero tutte intorno a noi, così vicine da poterle toccare. Spesso qualcuno si alzava, e in preda alla febbre e al delirio, indicava agli altri: “Guardate amici, laggiù… terra, la nostra terra!” Com’era possibile? Eravamo già tornati indietro?
Io e i miei compagni rischiavamo di morire di stenti. I più vecchi, non avevano più neppure la forza di remare. La nostra barca avanzava leggera, dolcemente trasportata dal gelido vento del Nord.
Un bel giorno, sentii la barca cozzare sul fondo. Non avevo più altra forza che quella di dormire. Anche io, come i miei compagni, cercavo di risparmiare le ultime deboli energie, ormai rassegnato a una triste fine.
Ma trovai il coraggio di aprire gli occhi. Di alzarmi e scendere dalla barca. Di fare i pochi metri nelle acque basse. Emersi dalla nebbia che nascondeva la riva, come un fantasma, con il mio povero saio e sacco da viaggio.
Mi trovai di fronte a una terra nuova e meravigliosa. I fiordi si alzavano alti, e sui vertiginosi picchi, una moltitudine di uccelli a perdita d’occhio nidificava. Era una terra più fredda delle altre isole, così tanto che sembrava di essere arrivati al Nord più estremo.
Forse avevamo scoperto l’ultima Thule di cui parlava Pitea. Forse avevamo trovato un nuovo posto dove pregare. Tornai indietro ad avvisare i miei compagni.

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