sfogo

Friday, 01 April 2016 @ 10:00

Leggi il profilo di: skaxxo

Più tempo passo nello stesso posto e più alieno mi sento. È facile essere disadattati quando nessuno si aspetta altro da te. È più difficile spiegare la solitudine che si prova a casa propria, il senso di vuoto esistenziale e l’eterna terra bruciata. Non si sputa nel piatto dal quale si mangia. Io non lo faccio, ma troppo spesso opto per il digiuno, stomacato da ciò che posso raggiungere, troppo a disagio per cambiare piatto. Eppure c’è ancora chi saluta i treni che passano, chi ride a voce alta e chi parla guardandoti negli occhi. Soprattutto c’è ancora chi sa ascoltare il silenzio, chi decifrare uno sguardo, chi elude muri e confini. Provo invidia per questi pionieri retrò, che coi tempi che corrono mi chiedo come abbiano fatto a non estinguersi.

Non occorrono binari per non cambiare rotta, non vesti uguali per essere omologati, standardizzati eppure tanto diversi dagli altri. Io che almeno sognavo di essere diverso per davvero, di essere la fotografia di quel posto che vorresti tanto visitare. Invece mentre fuori splende il sole, dentro di me regna la nebbia. Col autopilota verso una destinazione sconosciuta, ma, visto che tutto comincia ad essere fin troppo familiare, temo di girare in tondo, sistema solare chiuso in me stesso, senza vita, senza sole. Inutile. Baratto fugaci incertezze per ciò che in fondo era bello, ogni volta mi accorgo di ciò che voglio solo quando è oramai nello specchietto retrovisore. Evitami se mi conosci, io lo farei se potessi.

Sono in crisi d’astinenza da droghe che non ho mai provato, spettatore di questa recita, troppo tardi mi accorgo di essere regista e principale attore. Sbiascico nei fondi di bicchiere, bottiglie vuote che cocciano con aspettative sempre fuori dalla mia portata. Ho svenduto il mio presente per un futuro che come un immenso buco nero mi osserva con disprezzo, provocandomi, invitandomi a fare un passo avanti. Sarai abbastanza coraggioso? Sarai abbastanza stupido? Eppure avevo tutte le carte in regola per vincere, ma in qualche modo ho sperperato tutto, senza godimento, senza piacere, patetico caso di dolce vita depressa. Nel mondo dei ciechi io non sarei quello che ci vede con un occhio, semmai il folle che si tappa le orecchie. Deprivazione indotta inutilmente, costantemente investo tempo ed energia nel peggior presente possibile.

Eppure c’era il momento per ridere, c’erano vette da scalare, abissi da colmare con la semplice voglia di vivere. Il futuro non è mai stato scritto, il passato non era mai un nemico mortale, debole non mi poteva tangere.

Mentre i paragrafi dei miei dubbi si contraggono e si addensano di parole sempre meno incisive, di pensieri banali e ricorrenti, io credo di poter vedere ancora i treni passare, di essere ancora in grado di salutare il sole con uno sguardo di sfida. Non mi conto tra i vinti o vincitori, non posso accettare che la partita si sia già conclusa. Smetti di leggermi se vuoi crearti un lieto fine.

Sfoghi cutanei rendono le notti insonni, mentre paranoie in attesa sotto la superficie sono pronte ad azzannarti appena tocchi il letto. Sbandierare citazioni è un po’ come vantarsi delle prestazioni sessuali altrui. Meglio uccidere la sorte, squartarne il ventre debole e sacrificarne il figlio non nato. Non ci saranno fari ad abbagliarti, non ti tingerai della luce dei lampeggianti. Consumiamo questo delitto in un anonimo silenzio, ricreiamo l’infinito dentro una stanza chiusa ermeticamente, compatendo i fiorai stranieri che hanno smesso di sorridere. Non vengono più offerte monetine per un pensiero, oggi si estorce tutto con una pistola puntata alla tempia, o peggio ancora, si uccidono i pensieri senza mai conoscerli.

Noi che eravamo sempre in cerca dell’immenso oceano, solo per poi avere paura di affogare. Mentre la felicità altrui sembra così scontata e naturale, le proprie misere appaiono come una grottesca messa in scena. Una futile parodia. Cosa piangi? Perché ti strappi le vesti, quando c’è chi vesti non ne ha? Quando c’è chi è solo e nudo a questo mondo, esposto sotto lo sguardo crudele di tutti, senza amore, senza compassione. Chi sei tu per credere di avere il diritto di chiamare la tua disperazione per nome? Quando non conosci la fame e la guerra, quando non sai cosa vuol dire perdere davvero. In costante contrasto con me stesso, scrivo usando parole improprie, i camionisti contromano saranno pur ubriachi, ma un’infermiera che uccide va ben oltre la contraddizione. Mosche gravitano vicine a questi pensieri che sempre più assomigliano a materia fecale. Ebbene, uccidimi! Io mi rifiuto di restare morto, e se l’edera soffoca un albero, non sarà comunque una motosega la sua salvezza. Ingranaggi oliati macinano le nostre idee nelle catene di montaggio dalle quali emergono le nostre futili aspirazioni. Ti sfido mondo, controllami! Mi ritrovo in viali troppo lucidi, in contrasto con ciò che non ci mostrano i telegiornali. Gli elefanti sono grandi, forti e non dimenticano, eppure sono in via di estinzione. Perché i pesci rossi no? Glorifichiamo l’inutilità, meravigliandoci della comparsa della sindrome del tunnel carpale. Sarebbe stato meglio nascere stupidi per davvero, avere un alibi di ferro e non trovarsi mai nell’imbarazzante situazione di dover dire la verità. Futile coscienza, spappolami il fegato e lasciami bere. Lasciami affogare non i miei problemi, ma le mie speranze. Con la visuale sdoppiata si moltiplicano pure le stelle. E poco importa se non sono messe a fuoco, abbiamo filtri e applicazioni per abbellire il tutto. E no, non accetto la tua resa incondizionata. Voglio nocche sanguinanti e labbra gonfie, e solo quando mescoleremo le nostre ferite con gli umori delle nostre passioni, potremo dire che siamo pari. Perché nella ricerca della parola fine devo sempre tornare al punto di partenza? Nauseato da questo carosello predico la pace, per dichiarare guerra nucleare al primo *censurata* in macchina.

E siamo sempre noi, coi dolori alla schiena nelle stanze semibuie. Con la vista appannata. Credevo nella rivoluzione, bandiere che sventolavano blandendo le nostre conquiste, ora rovistano nel fango insieme ai disperati in cerca di un lavoro a tempo indeterminato. Perché mai devo essere incatenato a me stesso? La volpe in trappola non si stacca forse la zampa a morsi pur di guadagnare la libertà? E poco importa se resterà zoppa o se l’uva è acerba.

E tu, che sei ancora qui, stravolgendo le mie parole con crescente noia o incredulità, sei sicuro di stare bene? Perché mai dovrei compiacere? Essere migliore. Mettere ordine e creare un senso compiuto. Il mulino gira al vento anche senza niente da macinare, mentre il vento soffia comunque, indifferente. E quindi io mi oppongo. Tenetevi le vostre metriche e metafore, il vostro giudizio. Dov’è il senso di tutto ciò? Mutui e bombardamenti mediatici, facce di chi le bombe le ha viste davvero, una generazione frastornante, muta e senza più niente da dire, il tutto ad alta voce, il tutto senza ascoltare, senza comprendere. Giudice da quattro soldi, oggi mi sento migliore, domani una nullità, mentre non ricordo chi ero ieri, chi volevo diventare. Ma poco importa, tra radici e cemento il senso della vita sfugge, anche a chi prega, a chi studia e soprattutto a chi sa. Tu e io forse avevamo pretese, forse ci eravamo amati, forse potevamo sfuggire alla polvere.

Disdico la mia crisi d’identità, rinuncio a farmi capire, quando io stesso non so, quando tu ancora collezioni preconcetti e idee. Lascio qualcosa di incompiuto, qualcosa nel limbo, perché comunque vada, nessuno è mai

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