L'Eros di Lisippo

Thursday, 18 February 2016 @ 10:15

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La sua lettera è la prova definitiva che tra di noi esiste una sorta di telepatia per quanto riguarda gli affari,
non c’è momento migliore di questo per ricevere sue notizie! Sto per avere tra le mani ciò che oserei dire l’Opus Magnum, il rubino più fulgente, e più non vorrei dilungarmi con i vezzeggiativi però tale è l’eccitazione che provo. Un mio fidato contatto in una piccola bottega di Baden ha avuto la fortuna di comprare, ad un prezzo assai modesto, un dettagliato e rigoroso diario di guerra, di un certo comandante della Schutztruppen di stanza in Namibia. A parte le interminabili pagine piene di sconforto per la sua inconcludente campagna militare, il diario è fitto di riferimenti ad opere artistiche di fattura tribale recuperate in loco.

Deve sapere che il nostro comandante alternava fervore sciovinista ad un raffinato gusto per l’arte nelle sue molteplici forme, e il suo status militare gli permetteva di accumulare, o più precisamente, razziare, ogni tipo di tesoro della sua colonia. Non mi fraintenda, non sto criticando le azioni che ha compiuto (e le assicuro, sono efferate) perché i nostri fini erano i medesimi. Quest’ometto pieno di nevrosi ed ossessioni inoltre era un cultore del misticismo, oltre ad essere spaventosamente scaramantico. Vietava ai suoi sottoposti di intrattenersi con le donne del luogo, in quanto le riteneva detentrici di un potere sessuale distruttivo; per prevenire infauste evenienze egli contattò gli alti ranghi di Berlino pregando i suoi superiori di organizzare delle vere e proprie deportazioni di giovani donne in età da marito verso la Namibia.
Ma queste sono soltanto storielle per introdurre questo curioso personaggio, la parte di nostro interesse si riscontra in una pagina scritta poco dopo un suo spostamento entro un'altro ufficio, in una prefettura vicina. Più precisamente, con toni dal gusto apocalittico, egli si lamenta del fatto che un suo sottoposto addetto al trasloco dei mobili del suo ufficio abbia smarrito il suo Eros e che se non l'avesse trovato egli si sarebbe tolto la vita. Poche pagine dopo si scopre che tale “Eros” in realtà era stato depositato nella cantina del suo vecchio ufficio poiché il sottoposto l'ha ritenuta una cianfrusaglia. Con un misto di riconoscenza celeste e odio cieco verso il povero traslocatore egli ci introduce in ciò che ritengo fortemente sia l'archetipo bronzeo dell' “Eros con l'arco” di Lisippo. Non le potrei descrivere la gioia di quando ho letto quelle parole, finalmente una testimonianza moderna dell'esistenza di questa opera mitica.

Il nostro comandante era legato moltissimo alla sua statua, e come si capisce dalle sue parole, non solo per motivi artistici. Nelle descrizioni associa le sue vittorie, sia militari che civili, all' Eros. Il suo delirio arriva al punto da convincersi che quella statua fosse appartenuta a Cesare stesso, e che grazie alle sue intrinseche doti apotropaiche, egli un giorno avrebbe percorso la stessa strada verso il mito. Ovviamente non esistono fonti che attestino una simile teoria. In una pagina, come se sapesse che in futuro qualcuno avrebbe letto le sue pagine con vivo interesse, come il sottoscritto, egli descrisse come riuscì a mettere le mani su tale oggetto.

Tutto ebbe inizio quando, appena diciannovenne, nelle vesti di soldato semplice nel culmine della guerra franco-prussiana si trovò a partecipare in una delle poche battaglie non vinte dall'esercito prussiano,
la battaglia di Coulmiers. Assieme ad una ben poco numerosa divisione distaccata, subì un'imboscata da parte delle truppe francesi nei pressi di una foresta, che la annientò del tutto eccezione per lui e pochi altri. Ferito e sconvolto dalle atrocità vissute, egli vagò nella foresta e più avanti in terra nemica, incapace di trovare il resto delle sue truppe. Allo stremo delle forze si fermò nei pressi di un fiume e, sicuro della sua imminente morte, fissava il suo placido avanzare con “stoica consapevolezza”. Nel limo del fiume vide spuntare un braccio in miniatura di colore verde acquamarina, e ormai avvezzo alla violenza, pensò di essersi imbattuto in un fanciullo affogato. Spinto dalla compassione, decise di dedicargli una semplice sepoltura ma, toccandolo, si accorse che era una statua. La dissotterrò e, citando le sue testuali parole “vidi nel suo delicato gesto di tendere l'arco il significato ultimo della mia esistenza”. Una guarnigione prussiana il mattino dopo lo trovò nascosto ed infreddolito, con accanto la sua statua, addormentato tra cespugli di mirtillo.

Non so se ha fatto caso ad un particolare: egli cita l'arco. Ciò significa che esso non era composto da un materiale diverso dal bronzo, come di uso tra gli scultori ellenistici. Un dettaglio assai peculiare.
Non saprei come spiegarmi come possa essere finita sulle rive di un fiume vicino ad Orléans, ma ciò che le fonti antiche ci riportano sull'opera è proprio il fatto che l'arco sia di bronzo.
Il comandante amava così tanto il suo Eros e relegava in lui così tante responsabilità forse proprio per quell'evento accaduto in gioventù. Se devo esserle sincero, trovo che questo comandante fosse un sempliciotto, la sua cieca dedizione al suo portafortuna gli indusse a credere che la sua scalata nei ranghi militari fosse una vera benedizione, ma diciamocela tutta: essere un comandante nella sfortunata Africa Tedesca del Sud-Ovest non era poi un gran prestigio.
Infatti, la capitolazione tedesca avvenne dopo poco: scorrendo con le pagine si può leggere dell'inizio della Campagna dell' Africa del Sud-Ovest, messa in atto dalla colonia inglese del Sudafrica, e degli effetti sulla sua fragile psiche. In certe pagine sembra accanirsi sul suo feticcio, incolpandolo di “irriconoscenza” verso il più suo devoto dei sudditi, salvo poi scusarsi con il timore di aver fatto nascere in lui un sentimento vendicativo nei suoi confronti. Un giorno, arso dall'ansia di una guerra che prendeva pieghe sempre più nefaste, pare abbia ordinato ad alcuni suoi addetti di procurargli un grosso mazzo di gladioli, unico fiore consentito a decorare le fattezze del suo personale demiurgo. Quando tornarono dal comandante dicendogli che non solo in Namibia era impossibile procurarsi dei gladioli, ma addirittura in tutta l'Africa, egli si arrabbiò talmente tanto da sparare ad una gamba di uno di essi. Ma questo era soltanto una scaramuccia in confronto a cosa lo attendevano gli eventi futuri.

A luglio la guerra finì, con schiacciante sconfitta, dettata soprattutto da ineguaglianza di uomini, delle Schutztruppen e conseguente ritirata da un territorio ormai perduto. Il comandante, ormai devastato dalle ulcere e febbri tropicali, decise che non avrebbe permesso a nessuno di poter mettere le mani sul suo Eros, soprattutto se quelle dei barbari autoctoni. Così, col pretesto di sbarazzarsi di cannoni che altrimenti avrebbero arricchito l'arsenale nemico, si recò di tutta furia con la sua truppa in una prefettura a circa 20 chilometri da Tsumeb, in corrispondenza di un misterioso lago, chiamato Otjikoto. Ne venne a conoscenza da un suo sottoposto; le popolazioni autoctone lo nominavamo come Gaisis, che significa “brutto”.
Il suo diametro era molto limitato, di circa 102 metri, ma la sua profondità era strabiliante.
Con la forza soltanto per compiere quel gesto, egli ordinò di gettare la statua quando lui era già andato, incapace di osservare una simile scena. La notte stessa, sulla nave che lo riportava in patria, lo trovarono senza vita nella sua cabina. L'unica disposizione che diede, ad un soldato semplice con cui non aveva mai parlato in precedenza, fu di consegnare il suo diario al fratello.

E' ora che entrate in gioco voi, mio caro. Sta di fatto che questa statua, corredata alla sua storia, è qualcosa che considero inestimabile, e non baderò a spese per ottenerla. Lei dovrà organizzare in Namibia con i suoi uomini; per quanto riguarda le autorizzazioni, i reggenti sud-africani sono ben disposti ad essere corrotti, soprattutto date le ultime tensioni con i coloni inglesi, perciò questo sarà il minore dei problemi.
Ho già pianificato la tecnica di ripescaggio insieme ai miei collaboratori. Un documento più esteso le verrà inviato quando saranno ultimati alcuni ritocchi; essenzialmente sarà necessaria l'installazione di una struttura fissa in acciaio dove al centro sarà applicata una puleggia con legato un cavo di acciaio che la connette al palombaro. Rilievi effettuati dai primi scopritori del lago, Sir Francis Galton e Charles John Andersson, lo descrivono “di chiara origine carsica, con profondità indefinibile, ma tendenzialmente ad estensione orizzontale”: ciò significa che la statua non è in profondità inusitate , almeno che qualche fenomeno di cui ignoro l'identità la possa aver spostata verso la parte cavernosa. Ciò comporterebbe ulteriori spese per l'illuminazione subacquea. Mentre nella migliore delle ipotesi basteranno dei grandi specchi (di dimensione superiore ai 8 metri di lato ciascuno) per convogliare la luce all'interno del lago.
Non intendo dilungarmi oltre su quelle faccende che, benchè imprescindibili, trovo alquanto tediose.

Le ho già indirizzato un bonifico con una somma che ritengo adeguata a coprire il viaggio, l'attrezzatura e anche qualche piacevole vizio durante la vostra permanenza; la inviterei a partire al più presto possibile, e una volta in loco, io la raggiungerò in pochi giorni, per supervisionare le operazioni di ripescaggio.
Ad operazione compiuta poi parleremo del compenso, e penso che a quel punto entrambi saremo soddisfatti.

E' però importante che queste informazioni rimangano strettamente riservate a Lei e il suo staff, affinchè gli accordi siano rispettati a pieno. Sarei lieto che l'operazione si risolva col maggior riserbo possibile, soprattutto dopo le ultime affermazioni del presidente greco Venizelos, che con la presunzione di essere della stessa stirpe antropologicamente e culturalmente di Lisippo, afferma che l'opera appartiere al popolo ellenico. Anche se sappiamo bene entrambi che la bellezza appartiene a chi la sa venerare, non è una questione di ubicazione geografica.

Non mi rimane nient'altro da dire, se non che attendo la sua più celere risposta. So che la fiducia che ho in lei sarà ben ripagata.

Ad maiora,

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