Il filo di seta

Wednesday, 10 February 2016 @ 10:00

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Aveva belle mani, con dita lunghe e sottili, unghie curate e lucide. Il volto allungato, la pelle candida. Era alta, grande.

Un giorno le dissi che eliminando qualche chilo, sarebbe stata una donna molto fine, “si vede dalle mani”, aggiunsi. Era un complimento e lei capì.

Non so per quale motivo avesse scelto me per amica, non ricordo neanche come ci conoscemmo.

Ricordo solo noi due sedute in riva al lago, io intimamente cauta, come al solito, e lei, che discorreva. Il silenzio da parte mia, non era solo riservatezza, o il mio restare a corto di parole. Era paura.

Aveva poco più di vent’anni, io una decina di più. Guardava i miei figli giocare, ma non era questo che la legava a me. Dal mio canto, non volevo quell’amicizia, me ne veniva un presagio oscuro.

Un giorno eravamo a casa mia e lei mi disse a bruciapelo che il suo ragazzo era morto.

Non mi aveva detto di avere un fidanzato, fino all’ultima volta, almeno, e ora esordiva con questa notizia shock. Senza una lacrima, senza il naturale arrossarsi della palpebra intorno all’iride quando si annuncia un dolore.

“Il mio ragazzo è morto”. Come? Quando?

“Martedì, ha fatto un incidente con la macchina”.

Cosa potevo dire, fare… Non ero in grado di accusare il colpo, né ero capace di abbracciarla, farfugliai parole di circostanza, davanti al suo sguardo fermo.

Avevo letto da poco “Va dove ti porta il cuore” della Tamaro e nei giorni successivi glielo regalai.

Fui estremamente goffa: “leggilo, è molto bello”, non sapevo se lei avesse una passione per la lettura ma era l’unico gesto che mi era venuto in mente di compiere per lei.

Lo prese e lo guardò, nessuna espressione sul volto pallido, prese il libro senza dir nulla.

Ripensai a lei l’anno scorso, quando nel mio girovagare, incrociai un grosso cinghiale, un nero delle Alpi. Ci fissammo negli occhi per un lungo istante, infine la creatura si allontanò al galoppo.

Non posso sapere se la bestia intuì la mia paura, forse obbedì a un comando perentorio del mio muscolo cardiaco, impartito per giustizia e non per imporre un atto di supremazia.

Mi convinsi che il cuore ha una personalità, un’intelligenza autonoma a cui addebitai la ragione di quel gesto del libro di tanti anni prima, un gesto equo, necessario.

Non rividi più quella donna, e stranamente non ne ricordo più neanche il nome.

Rammento il suo corpo, le sue mani.

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