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     L'inviolabilità   
     Monday, 22 June 2015 @ 12:00
     Leggi il profilo di: bellinverno
     Visualizzazioni: 704

    Racconti

    Rock di notte - 1° capitolo


    “Si dice che il tempo non abbia figli e che siamo solamente il prodotto delle occasioni, che si viva ognuno per scene diverse, vagando di vedetta in vedetta”
    C'era scritto questo sul biglietto che Bellinverno ripose in tasca mentre non riusciva a distrarsi da quell'idea fissa che gli circolava dentro come sangue nelle vene ad ogni ora del giorno. Era seduto su una panchina guardando le navi che arrivavano in porto, si chiedeva da dove venissero e da quanto viaggiavano e perché sembrassero così lente. In realtà i suoi pensieri ondeggiavano proprio come quelle navi ma al contrario di esse non avevano un porto, nessun ormeggio al quale tenerli fermi, definiva questo stato d'animo "vertigine dell'anima".
    Si alzò in piedi senza guardarsi intorno sapendo che sarebbe andato lì dove l'idea lo avrebbe condotto, sapendo che ne avrebbe assecondato l'ineluttabile volontà e chiedendosi se non stesse per caso confondendo l'idea con l'istinto, se andare a trovare Arabella ancora una volta non fosse altro che un arrendersi, un giocare troppo facile nei confronti di una invincibile debolezza che come un chiavistello gli teneva il cuore sbarrato rendendolo incapace di dominarlo.
    Aveva percorso la strada di casa di Arabella migliaia di volte, l'aveva amata per tre anni di quell'amore lieve e possente che quando viene a mancare sul momento non lascia traccia ma che col passare del tempo ti piega in due, ma senza spezzarti, perché se ti spezzi non c'è più nulla da piegare. Ma questo Bellinverno non lo sapeva perché non conosceva il senso dell’amore né la sua esistenza.
    Arabella era di una famiglia facoltosa, aveva occhi piccoli e penetranti, un corpo magro e sinuoso che ogni tanto guardava distrattamente. Si preoccupava più che altro di ciò che le stava intorno, adorava la musica e gli esseri umani, aveva modi dolci e cortesi che mettevano a proprio agio. Spesso se ne stava alla finestra soprattutto di sera ad osservare la gente che passava.
    Fin da bambina era colpita da quella umanità varia che sfiorava altra umanità, pur senza mai incontrarsi. L'uomo col cappello, la donna col cane, la ragazza gioiosa, il bambino che guarda il cane, il cane che annusa la ragazza gioiosa, la ragazza gioiosa che osserva il cappello, l'uomo col cappello che guarda il bambino. Poteva invertire i soggetti e gli oggetti ma l'umanità restava la stessa e lei di fronte a questo pensiero restava invariabilmente meravigliata ed incredula.
    Il suo rango le permetteva di pensare soprattutto alle sue passioni, viveva la musica come qualcosa di viscerale, come qualcosa che costituiva il suo stesso essere e mai e poi mai ci avrebbe rinunciato. Suonava il contrabbasso in un ensemble che faceva musica jazz, lo faceva nelle cantine, nei locali, alle radio ed in qualsiasi luogo che le permetteva di vivere le intense emozioni che la musica le donava. Era molto spesso in giro e di rado la si vedeva ferma a non far nulla, l'immobilità non era contemplata nel suo modo di vivere. Forse era per questo che Bellinverno ne fu attratto. Una donna perfettamente in antitesi col suo eterno osservare, che non entrava mai fisicamente nelle situazioni ma le viveva da lontano quasi come se non ne avesse bisogno o forse era semplicemente troppo sensibile e timoroso per viverle da dentro.
    Entrò nel grande atrio di casa sua al centro del quale vi era una larga scala che portava ai piani superiori. Erano state apposte ghirlande all'ingresso e un tappeto rosso lungo gli scalini. Era quello un giorno particolare e denso di significati, Bellinverno lo sapeva bene.
    Arabella gli venne incontro a metà scalinata, non era felice di vederlo benché avesse pensato a lui quel periodo:
    "Non puoi venire qui lo sai, durante gli esercizi non posso assolutamente incontrare nessuno e men che meno oggi. . . . "
    "Volevo solo sapere come stai, ma sei veramente convinta di farlo?"
    Arabella accennò un sorriso benevolo "Me lo hai chiesto mille volte, si voglio farlo"
    "Ma c'è il rischio che tu non mi riconosca più, come puoi accettare una cosa del genere?"
    Stringeva le mani nelle tasche mentre pronunciava quelle parole, ne comprendeva l'inutilità, talmente inutili da rendere evidente l'amara consapevolezza che in realtà erano rivolte esclusivamente a se stesso. Arabella oramai era lontana, gli ultimi esercizi l'avevano ulteriormente esclusa dal suo mondo, dai suoi occhi, dalla sua voce, dal suo modo di vedere la vita.
    "Scollegare l'odio" veniva chiamata quella pratica, potevano permettersela solo i ricchi, una pratica che portava all'esclusione di qualsiasi forte emozione negativa o positiva che fosse, eliminava di fatto la capacità di provare le grandi gioie e le profonde tristezze, niente più momenti di forte appagamento né grossi afflizioni ma solo un pacato stato di benessere che non influenza e non nuoce all'equilibrio di chi sta intorno ed a quello di una società sempre più sull'orlo di un disastroso fallimento, terrorizzata dall'idea di non poter più bastare a se stessa e per questo pronta a recriminare contro chiunque e contro tutto ciò che potesse disturbarne la lenta ed inesorabile discesa dentro il baratro dell’indifferenza. Nulla che possa incresparne le onde e rendere instabile ciò che è già instabile.
    “Stabilità” era la parola d'ordine, periodicamente si veniva sottoposti ad un esame emozionale che consisteva nel fare uno scandaglio della memoria profonda, nello scovare i sogni più intimi e ad un esame di tutte le interazioni chimiche accadute nella mente. Alla fine dell'esame si otteneva un numero che se non era compreso nel range prestabilito si veniva sottoposti ad un periodo di rieducazione emozionale a base di sogni indotti e memorie modificate.
    Da quando la rivoluzione della Stabilità aveva avuto inizio quasi tutta la popolazione era stata emozionalmente censita scandagliata e corretta. Di conseguenza da circa tre generazioni l’amore era diventato un sentimento desueto, ricordato lontanamente solo dai più anziani e chi non era ancora stato scandagliato e corretto non sapeva più bene cosa fosse e la cosa che più gli si avvicinava era fare sesso, un sesso separato ed avulso da qualsiasi forma d’amore.
    Poche persone mancavano ancora all'appello, Bellinverno era una di queste. Tra un sotterfugio e l'altro era sempre riuscito grazie al suo lavoro di rimediante, ad eludere i controlli ma sapeva che presto sarebbe toccato anche a lui ed il pensiero che una mano invisibile sarebbe presto calata dentro le sue paure, le sue felicità, i suoi momenti più intimi lo terrorizzava. Provava angoscia al solo pensiero che qualcuno avrebbe saputo, al di là della sua volontà, quanto aveva riso quanto aveva pianto o semplicemente quanto aveva camminato o aveva corso fino a quel momento della sua vita. . .
    E poi la rieducazione, l'induzione di sogni che non aveva mai fatto, che non gli appartenevano. Sensazioni che non aveva mai cercato né voluto. Una vera e propria appropriazione indebita dell'anima.
    Bellinverno amava ma non sapeva di farlo, nessuno gli aveva mai parlato dell’amore e viveva questo sentimento in maniera del tutto particolare.
    In un moto d'angoscia un giorno obbligò Arabella ad accompagnarlo in un bosco perché voleva nascondere dentro ad un tronco d'albero i suoi quaderni pieni zeppi di poesie che aveva scritto. Immaginava che lì nessuno le avrebbe cercate e che nessuno gli avrebbe chiesto mai niente. Si sentiva uno “spacciatore di emozioni” proprio come lo apostrofava Arabella sorridendone tutte le volte che gliele leggeva e gli si rompeva la voce dalla passione che provava nel farlo. Il palpitare delle immagini che evocavano le sue poesie vivevano quasi di vita propria. Affetto, turbamento, ansia, fiamme evocate da un eccessivo desiderio di vita. . . . no non avrebbe mai superato quel maledetto esame, lo agitava questo pensiero fino al batticuore e nei momenti più insopportabili abbracciava Arabella e la stringeva a sé.
    La conobbe di notte in un locale impossibile dove regnava una musica impossibile, le si avvicinò nella penombra “Ciao hai da fumare?” Arabella gli porse un po' di psicotabacco “Io ti conosco” gli disse
    “Mi conosci?sul serio? “
    “Si, una volta eravamo nella stessa compagnia a vedere lo stesso concerto, suonavano i Mogwai”
    Bellinverno trasalì dal torpore dello psicotabacco, gli tornò in mente quel concerto visto anni prima e che aveva sepolto e confuso fra tutti gli altri ricordi, si sforzava di ricordare con chi fosse quella sera ma non ci riuscì, ciò che lo stupiva e che lo aveva fatto trasalire era il fatto che quella ragazza si ricordasse di lui, non si capacitava del perché, non trovava motivi per essere ricordato, non riusciva a comprendere quello che per lui era l'oscuro percorso dei riferimenti, dei collegamenti che avevano attraversato il tempo arrivando fin lì, fino a quella sera, fino a lui che se ne sentiva improvvisamente quasi investito e sopraffatto.
    Lei se ne stava seduta guardandolo dal basso incuriosita e un po' divertita, come se stesse comprendendo il momento di sconcerto di Bellinverno, prese la parola quasi volesse tirarlo fuori da quel disappunto:
    “Possibile che non ricordi? Era la festa della Luna, erano con noi anche quei tuoi due amici con cui so che giravi di solito”
    “Ma certo ora me lo ricordo, e tu eri con quella tua amica Miaforesta. Bel concerto che è stato vero?”
    “Si è stato il loro concerto migliore”
    Parlarono tanto la sera del loro incontro, delle vecchie amicizie comuni, dei loro rispettivi progetti e di quello che avrebbero voluto ancora fare. E di musica ovviamente.
    Durante il loro discorrere, nella mente di Bellinverno apparì lentamente e sempre più chiaramente lo sguardo di Arabella nell'oscurità di quel concerto, il bianco dei suoi occhi che attraversavano il buio dei droni musicali che investivano chiunque in quella specie di rituale collettivo che coinvolgeva tutto e tutti, i suoi occhi gentili che attraversavano le turbate chitarre schizofreniche, lo sguardo che gli appariva sempre più nitidamente dal buio di quella enorme sala. Quegli occhi in quella notte fissavano lui, quell'intenso osservare scevro e salvo dall'influenza di quel grande spettacolo quasi fosse stata l'unica creatura che in quel luogo ed in quel dato momento era capace di dominare suoni e distorsioni.
    Muri di chitarre sempre più distorte che si ergevano uno dopo l'altro come onde sempre più grandi ed in quel caos Arabella guardava lui, ora Bellinverno ne era certo. Lei ne era la dea, la dea dominatrice del caos, la dea del caos che lo fissava. . . fu in quel momento che Bellinverno ne fu conquistato. Si, adesso aveva capito chi lei fosse, e l'attimo della consapevolezza divenne rivelazione, aveva colto il messaggio oscuro dietro la frase di Arabella “io ti conosco, io ti conosco, io ti conosco…”

     



    L'inviolabilità | 4 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    L'inviolabilità
    Contributo di: Armida Bottini on Saturday, 27 June 2015 @ 09:53
    Io ti conosco in senso biblico, così voglio intendere. Sei bravo, ciao.

    ---
    Midri

    [ ]

    L'inviolabilità
    Contributo di: joshua on Sunday, 28 June 2015 @ 13:16
    [Da quando la rivoluzione della Stabilità aveva avuto inizio, quasi tutta la popolazione era stata censita scandagliata e purgata delle emozioni. Da tre generazioni l’amore era diventato un’istinto desueto, ricordato lontanamente solo da qualche vecchio. E anche chi non fosse stato esaminato e corretto ignorava come si manifestava. Solo la pratica sessuale restava, ma separata da ogni legame sentimentale.
    Bellinverno era rimasto immodificato, tra un sotterfugio e l'altro e non ostante il suo compito di rimediante, ben sapendo che, prima o poi, sarebbe stato anche lui cambiato. Il pensiero che una mano invisibile potesse calare dentro le sue paure, le sue felicità ed intimità lo terrorizzava. Lo angosciava l’idea che un estraneo avrebbe saputo, al di là della sua volontà, quanto aveva riso o pianto o anche solo piacevolmente camminato o corso fino a quel momento della sua vita.
    E poi la rieducazione, l'induzione di sogni che non aveva mai fatto, che non gli appartenevano. Indifferenze che non aveva mai cercato né voluto. L’ appropriazione indebita dell'anima.]

    Attaccherei da lì, anche perché questa rivoluzione (non con la R?) della Stabilità mi fa malpensare europeo, di quel Coacervo cioè, dove i sentimenti proprio non c’entrano coi conti a posto. In questo senso, anche il nome demarchiano della protagonista porta a riflettere su come il mondo abbia sempre cercato (e trovato) il Pensiero Unico in ben altro che in quell’AMORE che siamo stati condizionati a ritenere (da illusi, o inversamente rettificati, perfino per colpa della letteratura, credo) esserne il motore.
    Sì, potrebbe venirne fuori, se la ristrutturi e rafforzi e stringi i cordoni di qualche ingenuità qua e là, perfino un buon romanzo ucronico tra Huxley e la pro-pronipotina di uno dei miei eroi letterari, quel Fanozzi ante litteram che è il Demetrio Pianelli. Ciao. j

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    L'inviolabilità
    Contributo di: Carmen on Tuesday, 07 July 2015 @ 09:11
    A parte qualche inesattezza nella consecutio temporum, se rileggi te ne avvedrai, il racconto è ben scritto, suscita la giusta dose di Angoscia che ti spinge a verificare come finisce la storia e, nel contempo, a voltare pagina, se l'angoscia non la sopporti;
    ci sono persone in questo club che, pur avendo studiato e studiato,non si rivelano in grado di scrivere (ma nemmeno di commentare) con la stessa tua capacità di dare disagio, malessere al lettore sensibile che presto vuole abbandonare questa dimensione aliena che ricorda il Panopticon di Geremy Bentham e 1984 di George Orwell.
    Non potevo abbandonarla senza un commento.
    Bravo/a.




    ---
    Carmen

    " Talvolta la follia stessa è la maschera per un sapere infelice troppo certo".
    F. Nietzsche

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    L'inviolabilità
    Contributo di: Elysa on Tuesday, 07 July 2015 @ 22:42
    racconto scritto benissimo ma spaventoso...e se si arrivasse davvero a questi punti o se ci fossimo già arrivati senza essercene mai accorti? hai avuto una felice intuizione e una gran creatività..bravo --- Elysa

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