Reiterazione

Friday, 12 June 2015 @ 09:45

Leggi il profilo di: Lollo

Un bip bip elettronico squarcia insistente gli ultimi scampoli di quiete notturna, con una manata istintiva spengo la sveglia.
Sono le cinque e dieci del mattino, il silenzio che segue il bip è di piombo.
Mi metto seduto sul bordo del letto, mani fra i capelli.
Fa freddo, prendo commiato dal caldo accogliente delle coperte.
Al buio percepisco il corpo caldo di mia moglie ancora fra le braccia di Orfeo.
La sfioro, sospiro, poi barcollo verso la doccia.
Sotto il getto caldo riacquisto lucidità, crollandomi di dosso gli ultimi brandelli di sonno rimasti attaccati.
L’acqua scorre piacevole sul mio corpo, penso che sarebbe bello dissolversi in essa, scivolare nello scolo della doccia e dopo un lungo tragitto fatto di fognature e fiumi inquinati tornare finalmente al mare.
E poi diventare nuvola. E poi ancora tornare acqua.
Alla fine la vita caos’è se non un arrancare in una condotta fognaria, fino, finalmente, al fantomatico oblio?
Esco dalla doccia e sento lo sbalzo di temperatura che mi fa rabbrividire.
Sto lì davanti allo specchio, umido, guardo lo sconosciuto che ho davanti.
Sei invecchiato caro mio, penso. Grasso è stato sostituito al muscolo, occhiaie di stanchezza e disillusone hanno preso il posto dello sguardo allucinato e irrequieto di quando eri giovane.
Come se fossi coperto da uno strato di polvere che nessuno può scrollare
Mi trascino in cucina, faccio una colazione nervosa poi caffè, il primo di una lunga serie.
Mi vesto ancora mezzo umido, prendo la borsa ed esco.
Guido nell’ultimo buio, una città sonnolenta si sta destando.
Supero rampe di cemento, prati squallidi e ancora umidi di brina che hanno il colore di quegli orribili piatti d’argenteria che si rifilano ai matrimoni, supero palazzoni sgangherati arroccati l’uno sull’altro, ovunque io mi giri solo ferro cemento e asfalto.
Alberi rachitici spuntano su aiuole troppo piccole e lordate dai rifiuti.
Il verde disperato riempe quello che può.
Sono arrivato al parcheggio del lavoro, spengo il motore, sospiro, esco di botto dalla macchina.
Delle figure grigie, mi riconosco nelle loro espressioni, fumano silenziose la loro sigaretta, il fumo gli esce un po’ dal naso un po’ dalla bocca, monumenti inconsapevoli di carne, tendini, muscoli e ossa di questa società inquinante, inquinata.
Striscio il tesserino, il secondo bip della giornata mi dice che sono stato registrato, che sono incasellato e schedato.
Che non posso (o non ho il coraggio?), fuggire.
Scambio convenevoli con i colleghi, ognuno di noi fa le sue battute, ripete a memoria la recita che la vita gli ha insegnato.
Si parla di calcio, maggiormente, poi di figa. Quello che avanza da queste conversazioni è troppo poco.
Quante ne hai trombate? La vedi quella lì...nun poi capì che zozza. A cì ma ‘sta Lazio? Lascia perde che m’è scaduto l’abbonamento scai! Ahò ho fatto l’impiccio con l’assicurazione! Nun poi capì chi t’ho cioccato ieri! Ah ‘zo m’è arivata ‘na bolletta da paura...
Fluttuo in queste conversazioni, tengo il bicchiere di carta del caffè in mano.
Rispondo, sorrido. Faccio il mio. Con la mente intanto vago lontano.
Mi metto seduto in postazione, accendo il PC.
La presenza del capo alle mie spalle è tangibile.
Essere cravattato/laureto/carrierato votato alla causa dalle otto del mattino alle otto di sera. Leggo nei suoi occhi le stesse stanchezze, gli stessi dubbi.
Solo che lui è insensibile,devitalizzato instancabile, mai stufo.
Mi parla, mi spiega le nuove procedure, mi chiede cosa ne penso e se ho idee a riguardo.
Io non ho più un*censurata* di nulla, sono vuoto come il pisello di attore porno all’ultima scena, vorrei dirglielo, ma continuo la commedia.
Parlo, spiego, alzo il sopracciglio...indico lo schermo. Dico qualcosa.
E così sia.
Guardo il grande ufficio dove lavoro, vedo gente incazzata, altri li vedo sorridere altri ancora al telefono. Proiettati in questa scatola di carton gesso e vetro neanche a capire bene perché.
Vittime tutti di questo grande equivoco, di questa farsa che ci ingoia e ci stordisce.
Si va per la pausa mensa, trenta minuti per trangugiare cibo preparato con odio, trenta minuti in cui si tromberanno virtualmente tutte quelle che passano, si faranno schemi per la prossima di campionato, si farà gossip su quello o quell’altro inciucio tra colleghi ci si prenderà per il culo a vicenda. Si riderà e scherzerà per poi tornare al loculo aziendale.
Nessuno sente lo stridore? Nessuno scorge l’assurdo? Nessuno intravede il grottesco della situazione? Nessuno che si sente un po’ come un volatile chiuso in gabbia con il culo piumato a pizzo, sfamato dissetato e disinfettato solo per cagare uova in un nastro scorrevole?
Le telefonate si accavallano, si discute, ci si manca di rispetto, nei casi peggiori ci si manda affanculo. Poi il giorno dopo ci si ritelefona come se niente fosse, possibilmente ci si rimanda affanculo. Il lavoro è lavoro. Si può essere maleducati senza problemi, la scostanza fa parte del contratto.
A cinquecento metri dall’ufficio è parcheggiata la mia macchina.
Un collega mi taglia la strada. Ci salutiamo a volte nel posto di lavoro, fuori manco ci guardiamo. Tutto normale, tutto a posto.
Torno a casa, abbraccio mia moglie e tento di dimenticare.
Domani alle cinque e dieci ricomincia la recita.

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