Io e i serpenti

Monday, 27 April 2015 @ 15:00

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Io e i serpenti

Nella mia vita ho ucciso tre serpenti. Bisogna che dica che non ho mai amato i serpenti. Mi fanno ribrezzo e anche un po’ di paura. Tuttavia non gli ho mai dato la caccia . Quando ne incontro uno aspetto che se ne vada per la sua strada mentre io vado per la mia. Tanto più se si tratta di una vipera che, timida e paurosa com’è, è più interessata di me a scappare per mettersi al sicuro.
Però tre serpenti li ho uccisi e voglio raccontare come e perché.
Ecco come si svolsero le cose la prima volta: Quel giorno – era una bella giornata estiva - con mia moglie e i miei figli eravamo stati invitati dai miei genitori che abitavano in campagna a fare un pic-nic nel prato delle Cannelle, un grande prato pianeggiante che aveva proprio nel mezzo un noce gigantesco che faceva una gran bella e gradita ombra. Doveva essere a fine giugno o ai primi di luglio perché l’erba era già stata falciata ed ora stava ricrescendo morbida e fresca.
Seduti sull’erba avevamo mangiato di gusto il pollo ruspante che mia madre aveva fatto arrosto con le immancabili patatine ed ora stavamo chiacchierando felici e rilassati mentre i figli giocavano lì intorno. Ad un tratto udimmo Cinzia, che aveva circa due anni e si era allontanata di qualche metro, gridare con una vocina tremolante e indicare con un ditino un grosso ontano che cresceva presso il margine del prato e aveva dei rami anche molto bassi. Ed ecco che, guardando là dove la bimba indicava, vidi un grosso serpente lungo, a occhio e croce, oltre due metri che aveva raggiunto il ramo più basso e, da questo, si era issato, con una parte del corpo, su un ramo ancora più alto.
Si trattava di un colubride, sicuramente non velenoso, uno di quei serpenti molto diffusi nelle nostre campagne, che noi chiamiamo “torchioni” i quali – si dice, ma forse è una leggenda – se disturbati si avvinghiano alle gambe e le frustano con la coda (cioè le “torchiano”. Da noi, infatti, i lunghi e sottili rami dei salici, che si usano anche per legare le viti, sono detti “torchi” e un tempo le gambe dei ragazzini che l’avevano fatta grossa venivano, per punizione, frustate con uno di questi “torchi” e, quindi “torchiate”.)
Alla vista di quella serpe provai subito il consueto senso di ribrezzo e repulsione, ma anche rabbia per lo spavento patito dalla mia piccola, tenerissima bimba… Il fatto sta che afferrai un bastone, mi avvicinai e colpii con grande violenza il corpo del serpente che si trovava fra i due rami. Il colpo scosse violentemente anche i rami e le foglie dell’ontano che oscillarono creando scompiglio. In quello scompiglio il serpente scomparve ed io mi allontanai pensando che, forse, il serpente era fuggito. Infatti non lo avevo colpito con la delibetata intenzione di ucciderlo. Solo dopo, quando gli altri stavano avviandosi per rientrare a casa tornai sul luogo e, esplorando sotto la ramaglia, trovai il serpente morto, con la spina dorsale troncata dalla mia bastonata. Non me ne dolsi più di tanto, ma non ne fui neppure fiero.
Il secondo serpente, ancora un innocuo “torchione”, lo uccisi proprio sul marciapiedi della Casetta, la mia casa di campagna. In quel tempo stavo eseguendo dei lavoretti in muratura e, nel piazzale davanti alla casa, proprio accanto alla porta di ingresso, avevo fatto scaricare un mucchio di sabbia che avevo poi coperto – affinchè la pioggia non la disperdesse – con una lamiera ondulata.
Quel giorno – erano arrivati i primi tepori di primavera – dovevo usare della sabbia per cui sollevai la lamiera che la copriva. Sotto di essa, beatamente arrotolato sulla sabbia tiepida, eccoti un bel serpentone lungo un metro abbondante. Quella vista scatenò in me la consueta reazione di ribrezzo, paura e rabbia proprio per questa sgradevole reazione che quella presenza aveva scatenato.
Il “torchione”, per parte sua, fu certo più spaventato di me e perse la testa. Infatti, invece di dileguarsi nell’erba subito fuori dal marciapiedi, voltò l’angolo della casa e si avventurò lungo il marciapiedi laterale che, oltre ad essere incassato fra la casa e un muretto, finiva con una scaletta che avrebbe dovuto superare. Oltre a ciò sul cemento del marciapiedi scivolava per cui non riusciva a procedere con la massima velocità. Ed io, istintivamente, afferrata una zappa che era lì presso, gli corsi dietro lungo il marciapiedi laterale. Il serpente si sforzava di correre, con la testa sollevata ed emetteva dei soffi sibilanti e disperati. Fu un attimo. Lo raggiunsi e lo colpii con la zappa. Fu un colpo solo che tagliò il serpe in due tronconi che continuarono per un po’ a contorgersi.
Quella volta alla vista di quei resti provai subito vero dolore e rimorso. Avevo ancora negli occhi quel suo arrancare disperato e negl’orecchi quel soffiare affannoso. Mi resi conto di aver infierito crudelmente su una creatura innocente che cercava disperatamente di fuggire e salvarsi, evitando la morte. Quel dolore e quel rimorso sono ancora dentro di me. Dopo quarant’anni.
Il terzo serpente lo uccisi senza rimorso perché era una vipera ed era proprio davanti alla Casetta, ora frequentata anche dai miei nipotini.
Stavo facendo la pulizia del piazzale e stavo rimuovendo delle grosse mattonelle che eravo avanzate dalla pavimentazione di una stanza ed erano state appoggiate al muro esterno della casa.
Dietro una di esse trovai la vipera. Era ancora giovane, lunga non più di trenta o quaranta centimetri ed era ancora intorpidita giacché eravamo al principio della primavera. Si muoveva lentamente per cui ebbi modo di osservarla bene fino ad essere sicuro che si trattava proprio di una vipera. Allora la uccisi schiacciandole la testa, convinto di fare la cosa giusta.
E con questo si conclude la mia storia di assassino di serpenti pentito.
Ma sono sicuro che li ritroverò quei tre serpenti, perché in questo incommensurabile spazio-tempo che è l’universo prima o poi tutto ritorna. Li ritroverò e saremo sereni, perché saremo consapevoli che tutto quanto ci è accaduto era solo e semplicemente il nostro destino.

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