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     Il profumo del formaggio   
     Monday, 16 February 2015 @ 10:30
     Leggi il profilo di: Michele
     Visualizzazioni: 869

    Racconti

    IL PROFUMO DEL FORMAGGIO
    (Racconto per bambini scritto nel 2002 inserito nel libro, mai pubblicato, "Vento gli alberi".

    Un tempo lontano, quando gli uomini vivevano senza dover dire molte cose perché la vita era più semplice, il mondo era un po’ diverso da come lo vediamo ora: difficile a volte anche da immaginare.
    L’odore dei secoli, perso nella sabbia della clessidra, cade giù come un deserto imprigionato ed emana residui di storie che non sono scritte in nessun libro: l’emozione e l’intuizione le regalano come dono del mattino.
    Si tratta di storie che tirano fuori dalle pietre le parole che descrivono i fiori, che vedono brillare il sole; storie di foglie che ascoltano il cinguettio degli uccelli; e ancora: il racconto dell’acqua che ride perché tanti sassolini sul fondo del ruscello le fanno solletico.
    Quando una di queste storie accadde, c’era una leggera nebbia che ricopriva tutta la valle come una coltre morbida e silenziosa che cercava di proteggere il bosco dalla pioggia che scendeva lentamente.
    Tranne l’acqua scrosciante che batteva delicata sulle foglie, nessun rumore dominava la valle e il bosco.
    Sembrava, ma forse era vero, che tutti gli animali stessero lì zitti zitti ad aspettare che quella notte piovosa passasse presto.
    In quel bosco c’era un Faggio enorme e la sua imponenza, da tempo immemorabile, delimitava lo spazio oltre il quale gli animali si spingevano poco. La rugosità del tronco, l’andamento dei rami e delle fronde facevano capire bene l’età di quell’albero che, in quella notte, appariva come un’ombra gigantesca.
    Ed è in quella stessa notte, silenziosa, che solo il topo-Lino sarebbe potuto essere così ardito da spingersi fino al faggio e guardare oltre.
    Ogni tanto gli capitava di non riuscire a dormire: quei dolori allo stomaco lo distruggevano. Alla sua età non poteva mangiare più tutto quello che capitava, e poi i reumatismi! Gira e rigira nella tana, alla fine doveva per forza uscire. Capitò anche quella notte.
    Durante il tragitto, con una foglia cerco di coprirsi per non aumentare i suoi malanni.
    Il vecchio topo-Lino aveva la sua tana lì, dietro il cespuglio di ginepro dalle bacche rosse. Tra un piccolo mucchio di pietre grigie, ruvide e ricoperte di muschio, una piccola apertura era l’inizio di una galleria che entrava nel terreno, dove era scavato il resto della tana protetto da una grossa roccia, che sporgeva e si allungava verso il ginepro quasi per riuscire a toccarlo.
    Un giorno, non molto tempo prima, al topo-Lino era capitato di annusare nell’aria un profumo delizioso che proveniva da oltre il faggio e che non era riuscito più a dimenticare!
    Mosso dunque dall’idea che avrebbe trovato qualcosa di buono e inaspettato, si avviò come un minuscolo fantasma verde, per la foglia-ombrello, costeggiando un piccolo rivolo d’acqua che scorreva in direzione del grosso albero.
    Sembrava una piccola ombra buffa che nella notte danzava al ritmo di chissà quale musica misteriosa. Seguiva solo il suo olfatto.
    Arrivato al faggio si accorse che non sarebbe potuto andare oltre a causa di un “enorme” strapiombo. Si guardò intorno. Il buio gli impediva di vedere.
    Anche nello strapiombo riusciva a distinguere ben poco. Quel profumo lo incitava a trovare al più presto una soluzione per proseguire.
    Si spostò di qua e di là, come solo i topolini sanno fare. Inciampò e gli cadde anche la foglia che aveva addosso. Finì nello strapiombo! «Ohibò!» Sussurrò il vecchio e piccolo topo-Lino, ed un attimo dopo si rallegrò constatando che il suo piedino si era impigliato in una liana che scendeva giù nello strapiombo, proprio lì, sotto di lui. «Che bello!» esulto e si precipitò lungo la liana senza neanche pensare a dove lo portasse. Immaginate, e credetemi se ve lo dico, era così preso dall’emozione che scivolò lungo questa pianta reggendosi solo con le sue piccole zampettine anteriori: in un lampo arrivò giù battendo il fondoschiena a terra. Guardò un attimo in su e, nella penombra, si notavano, oltre l’imponente chioma del faggio, le nuvole che si muovevano lente, ma non ci pensò molto. Aveva altro che gli frullava nella mente! Proseguì il suo cammino. Si fermò. Il bosco era sparito! Si voltò. Lontano si vedeva la sagoma informe del suo limite. Per un attimo ebbe paura, perché non conosceva che il bosco e quell’ambiente gli era così innaturale ed estraneo. Volle proseguire.
    Nel frattempo aveva smesso di piovere. Non era un vantaggio, perché la radura era così vasta e avrebbe perso ogni riferimento se un gruppo di lucciole non gli avessero illuminato la strada.
    Quelle lucciole non si erano mai addentrate nel bosco e quindi non conoscevano il topo-Lino ed anche lui non conosceva questi insetti che nella notte girano come delle piccole stelle: erano così scintillanti che le seguì estasiato.
    Qualcosa gli diceva che lo avrebbero portato al misterioso profumo.
    Una lieve brezza si alzò, facendo ondeggiare i fili d’erba che ricoprivano il prato e spazzando via le nuvole dal cielo. Nella valle la notte cominciava a dare spazio al giorno, nelle prime luci dell’alba. Un tenue chiarore si levava ad oriente dietro le montagne mettendo tutto in penombra, mentre il topo-Lino si fermò. Nello stesso istante, le lucciole che per un tratto lo avevano accompagnato si allontanarono salendo verso il cielo, confondendosi con la luce del giorno nascente.
    Riprese a camminare. Un attimo dopo si fermò. Lo colpì uno strano mucchio di pietre messe lì tutte ordinate con un apertura ad una certa altezza, fatta così bene che lui non sarebbe mai riuscito a farne di migliori. Sicuramente non così grande. Fissò l’apertura per un bel po’, cercando di capire cosa alimentasse quello strano bagliore ondeggiante che proveniva dall’interno. Si avvicinò e osservò con cura quella montagna di pietre e, mentre si gustava quella che lui pensava essere un’opera della natura, il suo naso si arricciò e non poté non riconoscere quel profumo che aveva tanto inseguito.
    Avrebbe dovuto arrampicarsi per poter guardare all’interno di quella montagna. Era vitale, ma in che modo? In un attimo capì, osservando gli spazi tra le pietre, che si sarebbe potuto arrampicare. Così fece. Piano piano, passando tra una pietra e l’altra, riuscì a salire e a guardare in quell’apertura che l’aveva così incuriosito e dalla quale era sicuro provenisse il profumo di ciò che cercava.
    «Che strano!» esclamò il topolino illuminato dal bagliore che considerava troppo intenso, visto che il sole non era ancora salito al di sopra dell’orizzonte.
    Capì subito, però di cosa si trattava, e mentre osservava e pensava a chi potesse appartenere una tana così grande ed illuminata, si chiedeva come quell’animale riuscisse a mettervi dentro un pezzetto di sole. E tutti quegli oggetti: a cosa servivano?
    Era talmente frastornato da tutte quelle novità che dimenticò perché si trovava e cosa lo aveva attratto in quel luogo.
    Pieno di stupore e incredulo, continuava ad osservare nell’interno, quando si mosse un oggetto che copriva un’altra apertura più grande della prima e da un’altra tana che si intravedeva oltre il fondo di quella che vedeva, spuntò il suo misterioso abitante.
    «Gigantesco!» Osservò.
    Mai visto un animale così. Non aveva molti peli, tranne che sulla testa e si copriva con strane foglie colorate, che usava avvolgersi anche intorno al resto del corpo. Camminava su due zampe, mentre le altre due le agitava in continuazione e gli servivano per afferrare oggetti.
    Topo-Lino, impietrito, non staccava lo sguardo dall’interno della tana e i suoi occhi erano così spalancati che rischiavano di cadergli fuori dalle orbite.
    Quell’animale, che lui non conosceva, camminò fino al piccolo sole che bruciava in quello spazio ristretto, in un angolo della tana, da dove la illuminava tutta. Agitò un oggetto allungato all’interno di un altro invece cavo, che stava lì, sul piccolo sole pieno di un liquido bianco, dal quale probabilmente proveniva il profumo che topo-Lino ormai conosceva bene. Chiaro invece che non conosceva e non aveva mai visto l’uomo e neanche la sua casa e tutto quello che può contenere.
    Era vecchio ma non così tanto da sapere queste cose.
    Non s’accorse che s’era fatto giorno e, voltandosi casualmente, si senti abbagliato dal sole che conosceva bene.
    In un attimo tornò in se e gli venne in mente la vecchia moglie che aveva lasciato sola nella tana e che ora certamente si stava preoccupando.
    In un baleno scese dall’apertura-finestra e corse verso il bosco ricordandosi bene la direzione da cui era arrivato. Si trovò di fronte lo strapiombo e si accorse che alla luce del giorno era come la tana che aveva appena lasciato, ma non si poteva guardare dentro perché non aveva aperture.
    Cercò la liana da cui era sceso. Non ci mise molto a ritrovarla, si arrampicò velocemente, passò vicino al tronco del faggio, seguì la scia lasciata dal rivolo d’acqua che, nel frattempo, si era prosciugato e non ebbe problemi a raggiungere il ginepro. Fece un giro intorno al tronco, come era sua abitudine, e si diresse verso la tana, dove trovò la sua mogliettina preoccupata per un marito così sconsiderato da addentrarsi nella notte, durante la pioggia chissà fino a dove. Bastò poco per rassicurarla, ma quando le raccontò della tana grande come una montagna, dell’animale che aveva visto la vecchia topo-Lina rimase un po’ incredula, scosse la testolina e, dopo aver pensato qualche momento, mentre si grattava il mento consigliò al marito di andare a parlare col vecchissimo zio che viveva solo in una grotta, nella parte più interna del bosco. Se quello che diceva era vero avrebbe avuto sicuramente informazioni che lo avrebbero soddisfatto.
    Ora era un po’ stanco e dopo aver mangiato una piccola noce e bevuto un po’ d’acqua, lì fuori su una foglia, cercò di riposare e dormire un po’ nella sua piccola tana senza alcun sole.
    Nel pomeriggio era già sveglio e pronto a seguire i consigli della moglie. Le chiese di accompagnarlo.
    «Vieni anche tu, invece di stare sempre rinchiusa in questa tana» disse topo-Lino «una passeggiata nel bosco ti farebbe bene.»
    Topo-Lina esitò, perché il viaggio sarebbe stato abbastanza lungo: il suo vecchio zio abitava solo, in una parte molto addentrata nel bosco e per arrivarci bisognava seguire dei sentieri tortuosi e difficili. Cercò il coraggio nel suo cuore e lo trovò. Prevedendo un viaggio decisamente lungo preparò delle provviste. Forse avrebbero passato la notte fuori.
    Mentre il sole filtrava i suoi raggi nelle fronde degli alberi e il tepore dell’acqua che evaporava dalla terra si diffondeva nell’aria e si poteva annusare, topo-Lino e topo-Lina, facendo il solito giro intorno al ginepro dalle bacche rosse, iniziarono il loro viaggio verso la parte più interna del bosco che alla luce del giorno era incredibilmente bello ed in quel pomeriggio di primavera era, in particolare, fantastico.
    Il fruscio delle foglie, come un impercettibile carezza, ricca del canto degli uccelli al ritmo dei rami che il vento percuoteva faceva loro compagnia.
    E l’aria fresca… entrava nelle narici, oltre che nei polmoni sembrava che riempisse l’anima ed il cuore.
    I due animaletti, nel frattempo si avviarono lungo il sentiero antico che tutti gli animali percorrevano per esplorare il bosco, e la vecchia topo-Lina si soffermava spesso ad ammirare le meraviglie di quel posto, che da tempo non visitava.
    Ora annusava un fiore, ora guardava una fogliolina verde appena nata, tenera e piena di rugiada. Toh! Una pietra luccicante! E l’acqua della piccola sorgente! Con le sue piccole zampette la prendeva per bagnarsi un po’ il viso e ristorarsi dal caldo, che già cominciava a farsi sentire nella fatica del viaggio.
    Il marito un po’ la imitava, ma il pensiero di avere notizie su quello che aveva visto non gli dava pace e voleva proseguire più velocemente. Riuscì a convincere la moglie ad andare più veloce, promettendole che al ritorno si sarebbero soffermati di più ed avrebbero organizzato un pranzo lì vicino alla piccola sorgente, dove erano appena fiorite le splendide orchidee.
    Dopo tanto cammino, la sera era prossima e la luce si faceva sempre più bassa, anche perché il bosco era più fitto e la nebbia cominciava ad infiltrarsi tra i rami degli alti Tigli disegnando figure, che per un attimo, fecero fermare spaventati i nostri due piccoli amici.
    Il tiglio avvolto da quella nebbiolina trasparente, si mostrava in tutta la sua grandezza: era più grande dell’imponente faggio che stava al limite del bosco. Ed ora che l’atmosfera si vestiva della sera che bussava alla porta, l’ombra nerastra e ramificata del tiglio scintillava di tante piccole foglioline.
    I due topolini, fortunatamente, erano quasi arrivati prima che il buio sopraggiungesse. Restava l’ultimo tratto: il più faticoso, perché ripido e pieno di pietre. E loro balzando da una pietra all’altra, come per incanto, si trovarono davanti ad una grande, immensa apertura che feriva la montagna, fino alle sue viscere.
    In quella grotta viveva il vecchissimo zio della vecchia topo-Lina.
    Dalla sommità dell’apertura venivano giù numerose gocce d’acqua, trattenute nel terreno ancora bagnato dalla pioggia della notte precedente. Insieme a piante rampicanti che, come una tenda, sembrava volessero chiudere o nascondere quel luogo incantevole, ricoperto di erbetta fresca, muschio, ma anche dalle foglie secche di una quercia, cadute in autunno, trascinate lì dal vento. Spuntavano qua e la anemoni, ciclamini e qualche orchidea che i due topolini contemplavano.
    «Dobbiamo entrare» incitò topo-Lino. Così fecero.
    Entrando nella grotta, notarono subito che all’interno era buio pesto, ma quando si fermarono sentirono qualcuno che veniva loro incontro. Era il vecchissimo zio, venuto ad accoglierli per portarli nella sua tana scavata nella roccia.
    «Venite, venite» invitò il vecchissimo topo e loro lo seguirono.
    Avevano camminato parecchio all’interno della grotta e, ad un tratto, voltando dietro una cavità della roccia, rimasero sorpresi del bagliore che illuminava le pareti di roccia rossastra e faceva ben vedere stalattiti e stalagmiti che riempivano quasi tutto. Era lo stesso bagliore ondeggiante che topo-Lino aveva visto nella casa dell’uomo, fuori dal bosco.
    Rimasero a bocca aperta. Il vecchissimo zio li rassicurò e spiegò loro che si trattava del fuoco.
    Topo-Lino si avvicinò alla fonte del bagliore e vide il piccolo sole anche lì. Rimase un po’ a guardare, poi si girò verso gli altri con un espressione di domanda che subito venne compresa.
    «Sedetevi» esclamò il vecchissimo zio, indicando due pietre piatte vicino al fuoco. Si sedettero tutti e tre.
    Pensate che lo zio era così vecchio che non ricordava più la sua età, ma questo era anche dovuto al fatto che, da molto tempo ormai, viveva solo in quella grotta, isolato dal resto del mondo abitato dagli uomini e dagli animali.
    La sua pelle era molto rugosa, al punto che quasi quasi i suoi occhietti non si vedevano, anche se lasciavano intravvedere un’espressione di sicurezza e di saggezza che molti topolini insicuri cercano e non riescono ancora a trovare. Il colore marrone scuro del suo pelo si distingueva poco nella penombra, ma assumeva riflessi dorati al bagliore del piccolo sole.
    Il topo-zio-vecchissimo intuì subito il perché della loro visita e cominciò a parlare con una voce flebile, ma sicura.
    «Una volta, quando ero giovane e vivevo nel bosco, non conoscevo la vastità del mondo. Pensate che la mia tana era fatta nel tronco di una quercia. Era bello, la tana grande e la mia famiglia comodamente trovava ricovero in quella cavità scavata alla base del tronco. Il sole al mattino, quando sorgeva sfiorava i lembi dell’entrata ricoperti di muschio e qualche raggio di sole cadeva vicino al mio letto, fatto di foglie secche, raccolte sotto l’albero di quercia.
    L’atmosfera solare mattutina dava serenità per l’intera giornata.
    Andando in giro per il bosco, a cercare il cibo per le provviste invernali, capitò un curioso avvenimento, mi trovavo vicino alla sorgente e mentre mi rinfrescavo su una rupe accanto, il tasso e il gufo parlavano di zone che io non conoscevo.
    Dal loro parlare seppi che il bosco non era infinito, come credevo, ma aveva un limite.
    Parlarono a lungo di luoghi abitati da altri animali che non conoscevo: la cosa mi incuriosì e rimasi ad ascoltare tutto quello che dicevano.
    E ne dissero di belle! Eh! Eh! Eh!»
    Tossì.
    La grotta, d’altronde, era umida e la vecchiaia, si sa, non porta molti benefici.
    continuò:
    «IL gufo poi incitò il tasso a seguirlo. “Vieni” gli disse “ti porto dove non sai. Vedrai e conoscerai cose che nemmeno immagini”. Andarono.
    Il tasso seguiva, tra gli alberi, il volo del gufo che si librava fiero con le sue ali aperte contro il cielo terso.
    Io non sarei rimasto lì per nessun motivo al mondo e decisi quindi di seguirli. Faticavo molto perché erano più veloci di me, ma riuscii a tenere il ritmo e a non perderli di vista.
    Attraversammo tutto il bosco, fino a sbucare in un ampia vallata, dove si apriva in una estesa radura erbosa. Oltrepassammo la valle.
    Si fermarono sulla cresta di una piccola collina che stava nel valico, come un punto di avvistamento. Restarono un po’ di tempo immobili ad osservare davanti a loro, mentre io mi ero fermato un po’ dietro, nascosto all’ombra di un lentisco.
    Cominciarono a scendere verso un’altra valle e, seguendoli ancora, mi accorsi subito che qualcosa era cambiato. Non sapevo bene di cosa si trattasse, ma sicuramente non eravamo più nel bosco!
    Gli alberi erano diversi e il terreno era sistemato e smosso. Mucchi di pietre, come delle piccole montagne erano sparse qua e là. In seguito ho scoperto che non erano altro che tane di animali che non conoscevo e che non avevo mai visto».
    «Toh! quello che ho visto io!» lo interruppe topo-Lino eccitato.
    «Si! Credo di si!» riprese il vecchissimo antenato, «É l’uomo, questo misterioso animale. E noi che viviamo così dentro al bosco, questo bosco, non ne sappiamo nulla».
    «Allora ho visto l’uomo!» Esultò topo-Lino.
    «Si che l’hai visto.» Continuò il vecchissimo zio «L’uomo è un animale unico. Ha grosse capacità e molte esigenze, e più di tutti cambia l’ambiente dove vive. La tana, che lui chiama casa, se la costruisce molto accuratamente e, nel suo interno, oltre a riposare, dormire e tenerci i bambini, cioè i loro cuccioli, ci tiene tantissime altre cose e vi svolge attività che noi semplici animaletti del bosco neanche sogniamo.
    Pensate che molte delle cose che mangia le fa stare per un po’ di tempo su quello che tu scambi per un pezzo di sole: è il fuoco!
    E come sono buoni i cibi dopo che sono stati sul fuoco! Molto di più di di come siamo abituati a mangiarli noi.»
    «E tu, come hai imparato a tenere il fuoco?» chiese curiosa la nipote.
    «Il fuoco bisogna saperlo accendere» riprese lo zio «e gli uomini lo sanno fare molto bene!
    Io ho vissuto per anni con loro.
    Dopo che il gufo e il tasso tornarono indietro, io non potei più dimenticare quello che avevo visto e tornai molte volte da quelle parti e ogni volta scoprivo cose nuove.
    L’uomo coltiva anche delle piante che gli servono per nutrirsi e delle altre che quando sono fiorite si sofferma a guardare, sospirando profondamente e annusandone il profumo delizioso.
    Per me era diventato un itinerario fisso. Un giorno decisi e cercai di avvicinarmi ancora di più ad una delle case in cui vive l’uomo, ma quando fui sull’entrata che di solito era chiusa da una porta, mi trovai davanti un’animale e capii subito che non voleva essere mio amico: era il gatto! Mi raccomando, se vi capita di avventurarvi nelle zone abitate dall’uomo, state attenti ai gatti. Per noi sono molto pericolosi.
    Insomma, alla fine se non fossi scappato sarebbe finita male: più io correvo e più lo sentivo vicino. Cercavo di far perdere le mie tracce tra l’erba, ma saltava e mi finiva davanti. Cambiavo direzione per non essere preso, fino a che mi trovai a correre verso la casa. Mi stava addosso e sentivo gli artigli che mi sfioravano, quando intravidi una piccolissima apertura nel muro molto simile a quella che c’era sotto la quercia per entrare nella mia tana. Mi diressi verso quella che poteva essere la mia salvezza. Inciampai. “È finita!” pensai, ma ero giovane e riuscii a riprendere la corsa in tempo e ad evitare gli artigli del mio predatore.
    Impaurito e con un fiatone che mi faceva uscire la lingua quasi fino a terra imboccai l’apertura.
    Mi fermai appena in tempo per non scontrarmi con gli abitanti di quella tana. Ma chi erano?
    Erano dei topi come noi che da tempo, da generazioni abitavano nella casa degli uomini.
    Feci amicizia con loro e mi raccontarono molte cose della vita dell’uomo.
    Ero così affascinato dalle tante cose che mi dicevano che ormai mi ero stabilito anch’io in quella casa. Mangiavo le cose che mangiavano gli uomini e scoprii che alcune cose sono buonissime: il formaggio; non potete immaginare che gusto e che bontà. Ha un odore deliziosissimo e, se lo annusi una volta, è sicuro che non lo dimentichi più.»
    «Deve essere lo stesso profumo che ho annusato nell’aria dalla mia tana dietro al ginepro dalle bacche rosse!» disse topo-Lino.
    «Sicuramente! E stanne certo che non lo dimenticherai mai.»
    Il vecchissimo topo continuò a parlare per molto tempo e i due nipoti rimasero tutto il tempo attenti a non perdere neanche una virgola di quello che diceva e i loro occhietti vispi erano sempre spalancati dallo stupore.
    Rimasero una settimana presso lo zio, poi tornarono alla loro tana e topo-Lino decise subito di ritornare nella casa dell’uomo per assaggiare il formaggio, il cui odore lo attraeva irresistibilmente.
    Da buon marito che tutto condivide con la propria moglie le propose di andare con lui.
    Il giorno dopo, di buon mattino, si alzarono e, mentre le goccioline di rugiada cadevano dalle foglie degli alberi e la solita nebbia sfumava ogni cosa e si diffondeva tra i rami degli alberi, ripercorsero il tragitto che andava oltre il faggio.
    Giunti davanti alla casa dell’uomo, la nebbia era ancora lì e il sole pallido la illuminava dandole un aspetto tetro.
    Topo-Lina ebbe un po’ paura, ma si rassicurò pensando a tutto quello che avevano ascoltato dal vecchissimo zio.
    Pian pianino si arrampicarono e sbucarono sul davanzale dove, come per incanto, c’era un contenitore che emanava il profumo del formaggio.
    «Che fortuna!» esultò topo-Lino, rendendosi conto della facilità che avevano avuto ad arrivare fin la sopra senza incontrare ostacoli e soprattutto senza incontrare alcun gatto. E poi trovare lì pronto per loro quello che avevano desiderato per giorni di poter assaggiare.
    Sembrerebbe banale, ma questa storia è così.
    I due topolini salirono nel contenitore, staccarono dei bei pezzi di formaggio e fuggirono via felici come due giovani innamorati, tra fiori e canti d’uccelli. Rientrarono nelle loro tana dove se lo gustarono.
    L’uomo s’accorse del furto e capì.
    Da quel giorno faceva un pezzettino di formaggio in più in attesa che i due piccoli amici del bosco andassero a rubarglielo e lui li osservava, ma questo succede solo in quel luogo dove gli alberi vivono sul mare.

     



    Il profumo del formaggio | 7 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    Il profumo del formaggio
    Contributo di: giovanni67 on Monday, 16 February 2015 @ 22:58
    Ti conosco come poeta e pure come valido compositore
    musicale, non potevo immaginarti anche un irresistibile
    narratore. Si, davvero bravo Michele!

    Un suggerimento per i lettori, non fatevi spaventare dalla
    lunghezza, stampate il testo su carta e poi sarà una piacevole
    lettura.

    ---
    GIOVANNI67

    [ ]

    Il profumo del formaggio
    Contributo di: chiara58 on Tuesday, 17 February 2015 @ 14:10
    Splendido! Scritto con maestria.
    Un sorriso
    Chiara

    ---
    chiara58

    [ ]

    Il profumo del formaggio
    Contributo di: percefal on Tuesday, 17 February 2015 @ 17:17
    Superbamente condotto al suo approdo lo scritto non tradisce le attese. --- «La figura del mio caos ha dimensione alcuna, punto.».

    [ ]

    Il profumo del formaggio
    Contributo di: oletra on Sunday, 22 February 2015 @ 12:58
    Le favole vanno bene per i bambini ma soprattutto
    per gli adulti.
    Io che bambino non lo sono più da un bel po'
    ho gradito tantissimo questo racconto.
    Descrizioni accurate e buona la tecnica utilizzata.
    A risentirti con piacere.
    Saluti, stima e simpatia. *

    ---
    A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca
    e togliere ogni dubbio.
    (O. Wilde)

    [ ]

    Il profumo del formaggio
    Contributo di: PattiS. on Monday, 02 March 2015 @ 18:21
    non mi spaventano le tante battute, né la lunghezza che non è certo quella
    proustiana, però io, personalmente, lo alleggerire. Un raccontino che si
    potrebbe tranquillamente risolvere con la metà delle battute e risulterebbe
    più gradevole nella lettura. Mia opinione, giusto un parere. Ciao!

    [ ]

    Il profumo del formaggio
    Contributo di: vincent on Saturday, 09 March 2019 @ 15:37
    Bellissima favola.
    Con una piccola deviazione finale (magari
    una tagliola che aspetta [e poi....
    zanghete!] i coniugi Topo-lini) potrebbe
    essere un racconto-dramma per adulti.

    ---
    "Visto da vicino nessuno è normale"

    [ ]

    Il profumo del formaggio
    Contributo di: Armida Bottini on Sunday, 10 March 2019 @ 05:56
    Pensa, com'è strano trovarti, dopo tanti anni: La mia lucciola è
    stato Vincent. Il racconto è bellissimo ed io sono stata ad
    ascoltarti a bocca aperta. Ora penso a te, alla tua vita e mi
    chiedo se hai realizzato i tuoi sogni. Ciao amico, tutto il bene
    del mondo sulla tua strada. Bravissimo.

    ---
    Midri

    [ ]

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