Moschino

Wednesday, 28 January 2015 @ 09:30

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Tutti, o quasi, siamo cercatori. Cercatori di pepite di ogni cosa, sia spirituale che prettamente materiale. Cerchiamo il pelo nell’uovo, l’ago nel pagliaio, l’amico per poi trovare un tesoro, cerchiamo la fonte dell’eterna giovinezza, la pietra filosofale, il santo Graal, cerchiamo la nostra libertà, le nostre radici, il nostro domani.
E si sa che, come dice un proverbio, chi cerca trova.
Moschino cercava il buco da dove uscivano i sogni. Non so in effetti quale fosse il suo vero nome, e se addirittura ne avesse uno. Per tutti era semplicemente Moschino, con la sua bicicletta nera, i suoi capelli lunghi e bianchi, come la sua barba.
A quel tempo, nella pineta, il viale centrale era stato chiuso al passaggio di automobili e si poteva percorrere solo a piedi o in bicicletta e il nostro divertimento era quello di vedere passare Moschino che pedalava a più non posso gridando frasi che si perdevano col suo allontanarsi.
“Il solito ubriaco”, era il commento della maggior parte delle persone che assistevano al suo passaggio. Ma noi sapevamo che non era così, Moschino non beveva né lo avevamo mai visto bere qualcosa di diverso dall’ acqua che si portava dietro in una borraccia simile a quella dei corridori professionisti.
Improvvisamente si fermava, quasi folgorato da una rivelazione divina, scendeva dalla sua bicicletta e, con un piccolo bastone appuntito che toglieva da un sacchetto di plastica attaccato al manubrio, cominciava a frugare il terreno, specialmente vicino alle radici dei pini che sporgevano da terra o sull’orlo erboso dei fossi.
Era una ricerca frenetica, capillare e il suo viso era illuminato da una gioia fanciullesca. Poi ad un tratto, si rabbuiava e bestemmiando il suo dio, riponeva con cura il bastone appuntito, risaliva in sella alla bicicletta e si allontanava a gran velocità ricominciando a gridare le solite frasi incomprensibili.
Nessuno di noi sapeva cosa stesse cercando, stupide supposizioni di tesori, magari solo una gemma o semplicemente un anello. Sapevamo che era qualcosa di prezioso dall’accanimento che Moschino metteva nella sua ricerca, ma non sapevamo esattamente cosa. Un giorno, credo che fosse di Giugno, vedemmo Moschino seduto su di una panchina e qualcuno di noi ebbe l’idea di andare a chiedergli cosa mai stesse cercando, magari avremmo potuto aiutarlo nel ritrovare ciò che aveva perso, ma ciò che ci disse ci lasciò di stucco: “cerco il buco da dove escono i sogni” fu la risposta, e alla nostra faccia attonita continuò : “tutte le cose escono da un buco, pensate ad un albero o all’erba, pensate alla sorgente di un fiume, pensate ai diamanti, pensate alla voce, alle lacrime, pensate al petrolio, ai minerali estratti da buchi grandi chiamati miniere, pensate agli animali, agli esseri umani…tutto esce da un buco, e anche sogni lo fanno”. Detto questo, inforcò la sua bicicletta e sparì in mezzo agli alberi e ai cespugli di rovi che allora erano abbondanti.
Da quel giorno, quando lo vedevamo passare, non lo guardavamo più con commiserazione, ma con rispetto e dentro di noi gli auguravamo di trovare quel buco.
Passò così anche quell’estate, in pineta la gente era sempre più rara, l’erba sempre più gialla, i fossi sempre più pieni di acqua piovana, ma Moschino era sempre là, presente, col suo andirivieni frenetico e urlante. Poi, d’improvviso non lo vedemmo più. Passarono alcuni giorni senza la sua presenza e pensammo che forse l’incipiente freddo e i frequenti rovesci lo avessero fatto desistere dalla sua follia, sicuri che lo avremmo rivisto appena la primavera si fosse ripresentata.
Ma non fu così. Lo ritrovarono dopo cinque giorni, impiccato ad un ramo di un pino, nascosto dai rovi e, dicono, che i suoi occhi fossero aperti, fissi, rivolti ad un buco nella corteccia dell’albero.

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