Un amico che non si dimentica

Tuesday, 10 June 2014 @ 12:00

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Conobbi Aldo Moro nel 1942 nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Ero di stanza a Monopoli dopo aver trascorso un periodo di guerra sul fronte albanese. Da qui fui mandato al campo militare di Noci, una località a circa 50 chilometri da Bari, come ufficiale istruttore di tiro teorico. Qui gli allievi sergenti ricevevano un addestramento all’uso delle armi. Venni a sapere che tra essi ce n’era uno che aveva un’importante carica nella organizzazione cattolica universitaria. Lo mandai a chiamare e, dalle poche parole che scambiai con lui, capii subito che quell’allievo era una persona speciale anche se era un semplice sergente. Qualche tempo dopo mi fu detto che era presidente nazionale della FUCI e docente incaricato di filosofia del diritto all’Università di Bari. Che quell’allievo ufficiale fosse una persona speciale e di vasti interessi lo capii quando, durante le marce, lo vedevo estrarre dalle tasche della giubba le bozze delle lezioni che portava con sé e che correggeva durante le soste, mentre era seduto sul marciapiede. Ricordo che un giorno lo incontrai mentre andava al comando. Lui, vedendomi, si fermò e mi salutò militarmente. Io risposi al suo saluto stringendogli la mano e dicendogli: “Moro, ti prego di trattarmi da amico e di darmi del tu. Qui io sono solo di passaggio come credo lo sia anche tu”. Allora lui mi sorrise affabilmente, mostrando chiaramente di gradire la mia amicizia. A questo punto iniziai a parlargli delle mie aspirazioni culturali, accennando agli interessi che avevo sia per la filosofia francese che per lo studio della lingua tedesca. Moro mostrò di apprezzare i miei interessi ed io, nel sentirlo parlare, ebbi conferma della mia iniziale impressione e, cioè, che quel sergente era un giovane colto e di grandi vedute. Poi ci salutammo molto cordialmente e rientrammo io nel trullo e Moro nella sua tenda.
Dopo questo primo contatto, ci furono altre occasioni di incontro e di approfondimento del nostro rapporto di amicizia, fino a quando non fui inviato al fronte russo-ucraino. Qui, in risposta ad una mia cartolina, ricevetti una sua lettera nella quale mi scrisse che, non vedendomi, mi aveva cercato a lungo. Nella stessa, poi, Aldo Moro scrisse una frase che, solo a distanza di molti anni, ha rivelato tutto il suo profondo significato profetico: “Mi pare che nella vita per fare qualcosa di grande e di buono, e perciò di duraturo, occorra saper pagare di persona, facendosi attori e veri partecipi del grande dramma”. Poi, correndo non pochi rischi con la censura militare che controllava la posta, continuò: “Ti ho detto queste cose perché so che non solo le vivi e le fai, ma che le hai sempre vissute e fatte, che sono il tuo sprone ed il tuo conforto. Perciò ti ho ammirato ed ammiro ed alla tua anima sconvolta, smarrita e desolata per aver troppo capito, ò osato avvicinare la mia che conosceva uno stesso dolore”.
Caro Aldo, come mi manchi!

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