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     La poesia come insiemi infiniti   
     Wednesday, 26 February 2014 @ 14:15
     Leggi il profilo di: telemaco
     Visualizzazioni: 898

    Saggi


    La poesia come insiemi infiniti

    Una lettura dell’”Inferno minore” di Claudia Ruggeri

    Quello che segue è un tentativo di lettura, lirica per lirica delle XVIII che compongono il poemetto
    “ Inferno minore di Claudia Ruggeri", inoltre, in appendice allego anche l’intero testo delle poesie
    citate in esergo alle diverse liriche, per mostrare una parte almeno del substrato culturale che le
    supporta, con la mia traduzione per quelle di Warren e Bonnefoy. Ringrazio le edizioni “Terra
    d’ulivi” che mi ha consentito di riportare alcuni versi per ogni lirica, con la speranza che si possa
    pubblicare di nuovo questo poemetto, la cui edizione Pequod 2007, è ormai difficilmente
    reperibile.

    I

    IL MATTO I (DEL BUCO IN FIGURA)
    BEATRICE

    "vidi la donna che pria m’appario
    velata sotto l’angelica festa…" (Pg. XXX-64)

    …………………………………………………………..
    la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata
    e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima
    e la distanza è sette volte semplice e il diavolo
    dell’apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa
    ma cammina cammina il Matto sceglie voce
    sa voce, e sempre più semplice chiama, dove l’immagine
    si plachi sul tappeto, se dura, se pure trattiene
    stranieri nuovi e quanto altro
    ………………………………………………………
    .

    Il viaggio di Claudia Ruggeri è a ritroso rispetto a quello dantesco.
    Dante, si ritrova perso nella selva oscura dei propri difetti, a partire dall’esperienza della
    disgregazione, e con una faticosa risalita di purificazione sul monte del purgatorio arriva al
    Paradiso, all’accordo profondo con Dio e il suo ordine cosmico, acquistando nel tragitto sempre più
    forza.
    Claudia al contrario inizia il suo viaggio dal paradiso terreste, un paradiso minore, una selva chiara,
    sembra per un attimo che possa salire fino alle alte sfere luminose, esse però si rivelano fragili e di
    carta, e allora la marcia s’inverte, come per seguire un richiamo oscuro, si scende dal monte fino a
    sperimentare la disgregazione ultima di un paradiso che lentamente si trasforma in un inferno.
    La figura del viaggiatore è all’inizio labile, è di un nomadismo traslucido, i personaggi e le strade si
    presentano autonomamente sbocciando sulla scena con una vita propria, e con una forza che si
    accumulata poco per volta, strada facendo.

    Tutto il poemetto manifesta anche la necessità primaria di mantenere la propria unità, non vuole
    frantumarsi, ma brama un ritorno ciclico infinito, vuole uscire dalla caverna fredda, questa caverna
    che è un cranio con dentro tante cose concrete, che hanno un nome, esprimono un concetto e una
    personalità, plasmano il reale che è grande e di grande capienza, chiamiamoli archetipi
    dell’inconscio collettivo, o come preferisco, figure, sono “cose” concrete, aspetti della personalità,
    che come i prigioni di Michelangelo si sforzano di uscire dall’indifferenziata e cava roccia
    primordiale, dalla sua unità che non parla, per mettersi in cammino verso la creazione del proprio
    linguaggio.

    Sfilano le ombre di una realtà che vuole salire sulla scena teatrale e prendervi una forma.

    Subito l’apparizione della donna, che sembra prendere il posto di Dio.
    Perché Dio si scosta.

    Nella Bibbia 2Sam (7,5-6) si racconta che David desiderava ardentemente costruire un tempio a
    Dio, ma che una notte in sogno gli disse “Io non ho mai abitato in una casa, sono andato sempre
    vagando sotto una tenda”.
    David allora rinuncia alla costruzione del tempio, che è come la torre stabile che custodisce un io
    forte, e l’arca rimane sotto la tenda, Dio è un nomade che guarda da lontano la rappresentazione
    teatrale della nostra pazienza, della nostra rivolta, è un Dio teista, estraneo, dopo aver innescato la
    creazione, guarda il nostro destino mentre si sforma sul palco del teatro, guarda solo, si scosta e
    lascia che sia la donna a originare il divino, a prendere il suo posto, è un dio che si ritrae dentro la
    tenda, che vuole diventare inconscio, e anche noi siamo fatti a sua immagine e somiglianza.

    La donna appare allora sulla scena, è Beatrice, è velata, il suo aspetto si svelerà più avanti, ma è
    anche Maria, si manifesta come la prima figura, al suo apparire tutto diventa bianco, si divinizza, è
    come la dea madre del paleolitico, nasce nelle caverne.
    E dove c’è questo tipo di divino tutto è semplice, anche il pensiero si ferma, si annota, e tutto è
    nell’uno.

    Come sbucando da una quinta teatrale, subito dopo si presenta il Matto, è la rappresentazione
    figurata del fato e della fortuna, la Τύχη, smazza le carte svelando la struttura del destino nell’atto
    del suo attuarsi, ma è anche una delle carte che vengono smazzate, quindi partecipa alla costruzione
    del suo stesso destino, regola il moto del carro e della sua fortuna, così determina e patisce la
    struttura del Grande Oggettivo, come direbbe Milo de Angelis, o meglio il Grande Altro, una
    oggettività anonima che stabilisce l’ordine simbolico, come lo chiama Lacan, l’acqua dell’acquario
    nel quale viviamo immersi, che è anche il complementare del nostro io, come se fosse la risultante
    vettoriale di tutte le soggettività diverse da me, che prendono una forma di oggettività anonima, e
    che potrebbe essere chiamata la storia, o Dio. Il Matto è il mondo che si crea e si subisce.

    Questa forza, la coazione del destino, spinge alla frantumazione di qualsiasi cosa diversa da sé, con
    la sua compattezza di una struttura logica inesorabile, come il sillogismo nel mondo medievale, ed
    è l’urto contro questa compattezza che disgrega. Gli si oppone la fragile forza della voglia e del
    piacere di vivere.

    La mia ipotesi è che si dispiegano nella poesia di Claudia gli insiemi infiniti d’immagini che
    caratterizzano l’inconscio strutturale secondo la teoria di Ignacio Matte Blanco, così come viene
    espressa nel volume “L’inconscio come insiemi infiniti”. Secondo quest’autore, l’inconscio
    stabilisce l’identità di classi sempre più ampie d’insiemi, come concatenazioni ricorsive di
    sineddoche, in altre parole a mano a mano che si scende negli starti profondi, si ha una progressiva
    identificazione della parte con il tutto, un tutto che alla fine del processo diventa un’unità
    omogenea e indifferenziata, ad esempio, il naso emblematicamente può identificarsi con l’intera
    persona, più profondamente la persona s’identifica con l’intera umanità, più profondamente ancora
    con la realtà nel suo insieme.
    Ad ogni concetto corrispondono infinite immagini equivalenti, che si semplificano in classi sempre
    più ampie.
    Alla fine il naso può arrivare a coincidere con l’unica realtà indifferenziata.

    La fioritura dell’insieme infinito d’immagini ha, in qualche modo, la potenza del continuo, ogni
    gruppo d’immagini, ogni lirica (almeno quelle più articolate) è in corrispondenza biunivoca con
    l’intero poemetto, ripercorre in sé tutta la composizione, ritorna e dispiega altre immagini che si
    associano in flussi potenzialmente infiniti, quasi ad attualizzare appunto i paradossi della potenza
    del continuo.

    Questo fatto mi porta ad osservare il concetto di tempo che viene presentato nel poemetto.
    Se anche il tempo ha la potenza del continuo, ogni suo piccolo intervallo sarebbe in
    corrispondenza biunivoca con l’eternità, e quindi ha la durata dell’eternità, si capisce come questo
    non sarebbe altro che l’eterno ritorno Nietzschano, una grande smazzata cosmica che ritorna
    infinitamente, come il volo circolare infinito di Gabriele.
    Sempre Matte Blanco osserva che queste immagini assecondano una logica che è diversa da quella
    abituale, questa nuova logica, che è chiamata “simmetrica”, è caratterizzata dalla simmetria dei suoi
    predicati, in pratica succede che:

    se A è padre di B (allora) B è padre di A


    Allora il figlio è padre di suo padre e il padre è figlio di suo figlio.

    E se il matto smazza la carta  la carta smazza il matto.

    Cose che non valgono ovviamente nell’usuale logica “Aristotelica”, che viene così definita come
    “logica asimmetrica”.


    Nella realtà siamo in continua oscillazione nell’uso delle due logiche.

    Ecco che nella poesia appare questo nuovo ordine, che si appresta a sostituire la semplicità del
    paradiso terrestre nella sua logica asimmetrica.
    Tutto si muove con la nuova legge, anche la dea seduta sul carro.

    C’è un disegno di Botticelli che rappresenta il carro della processione mistica, che introduce Beatrice
    al cospetto di Dante nei canti XXIX e XXX e successivi del purgatorio, e che costituisce l’ossatura
    iconografica di questa lirica, Dante turbato cerca Virgilio ma si accorge che non c’è più, se n’è
    andato, l’apparizione del carro è anche la scomparsa del maestro, quest’ultimo è la nuova figura che
    si presenta per ora come un’assenza, come precedentemente si manifestava l’assenza di Dio, solo più
    avanti, la s’individuerà meglio e positivamente.

    Il carro si mette in moto, diventa come quello della famiglia di saltimbanchi nel settimo sigillo di
    Bergman, nella sua incoscienza si muove, e non sa ancora di essere dentro un richiamo, una forza
    che spinge, verso l’incontro con la morte, nella frantumazione e nel dissolversi nella palude, e nulla è
    più mite come prima.

    Appaiono immagini ancora fuggevoli attorno al baricentro del carro, in cerca di uno sviluppo che si
    svolgerà nei testi successivi, come lo straniero, che si collega alla mancanza del maestro, chi per ora
    è uno straniero, poi si rivelerà maestro.

    Il pensiero è la colpa perché divide, differenzia, così come il diavolo crea dal nulla lo scisma
    nell’unità del divino.

    Dai nostri fori escono i pensieri, le nostre voci e gli escrementi, tutti i frammenti di noi che se ne
    vanno a correre nel mondo, escono appunto tutti gli infiniti umani, che troveranno posto sul carro. Si
    possono turare? Per sognare di rimanere nell’unità dell’essere e non nel mondo? Per far implodere
    dentro i lupi e le volpi, e gli altri mostri?

    La risposta è già data dal viaggio a ritroso, come seguendo un richiamo della palude, che è festina,
    ma contiene anche un suo attrito, una sua resistenza, che sembra dirci: ”Festina lente”, si affretti la
    processione, ma lentamente.


    II

    IL MATTO II (MORTE IN ALLEGORIA) NINIVE

    “Tu ti dai pena per quella pianta di ricino (…) che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: ed
    non dovrei avere pietà di Ninive quella grande città…” Giona 4,10



    ………………………………………………………………………
    amo la tua continua consegna mondana amo
    l’idem perduto, la tua destinazione
    umana; amo le tue cadute
    ben che siano finte, passeggere
    ………………………………………………………………………..
    i giardini si nascondono con precisione
    dove cerchi la larva del tuo femminino e l’arresto
    l’appartenenza inevitabile
    all’Immagine all’inevitabile distensione
    ………………………………………………………………………



    Il paradiso è corto, dura il tempo di un pianto, di una pianta di ricino, di un giro di carte, di
    un’effimera, vediamo che il bianco abbacinante si allarga fino a occupare tutta l’immagine, è ancora
    velato, indistinto, ma adesso è un bianco spensierato, senza meta, uno smazzo di carte, e ciascuna è
    un fatto mondano, un giardino che fiorisce, i giardini sono tanti e fioriti di tanti colori, che si
    sostituiscono a poco a poco al bianco.
    Poi l’immagine cambia, il bianco si ritira sull’angolo in basso a destra, si riduce a una larva, la dea
    madre si ritira dalla terra, i giardini spariscono, sono sostituiti da un cretto di terre aride.
    La dea madre che esce dal destino è la larva del femminino?
    Si avverte la potenza di una psicologia dell’oggettivo, e non più del soggettivo, nel quale si
    osservano interagire le forze archetipiche personalizzate in figure di una mitologia propria, ma che,
    come le simplegadi possono stritolare la persona che le ha fatte rinascere, e che tra loro va e viene e
    sviene, e che le porta nella testa, come personaggi di un dramma teatrale, che non le individua. Il
    carro passa.
    E il paradiso dura un attimo come la pianta di ricino.



    III


    il Matto III (dell’interruzione in favola)
    Romeo di Villanova



    Non si seppe onde si fosse né dove andasse ma
    avvisossi per molti che fosse santa l'anima sua
    Villani


    ……………………………………………………………
    prima della parola o Autore la parola
    che lo erra e che lo erra e che lo adora; prima
    della smazzata che lo mette nella legge e tutto
    inizia a muoversi, la mano di chi legge tutto
    apre e Ordine ordine tra chiostro e chiostro, perché
    ogni favola s’aduni il proprio bosco e So stay there
    my art e questo libro senza controllo e quanto da me
    si scampa quanto finalement si parte Romeo
    che urlò agli ingressi a stanze a spose
    ……………………………………………………………..


    Siamo al centro della scena, e tutto è un trucco, una cosmesi cosmica, in realtà,
    gratta-gratta la sicurezza della torre, dell’io torre nella selva oscura, andrà a
    sgretolarsi. Quest’andatura così sicura è solo un trucco che contraffa anche il
    sonno, da cui sgorga il sogno, un trucco per risolvere gordianamente i suoi
    ingorghi.

    Ma c’è qualcuno che procede speditamente e davvero sicuro, lasciandosi alle
    spalle questa frenesia, e questa insicurezza, in questa smazzata di carte,
    qualcuno che ci sa fare, è Romeo di Villanova che svolge la sua opera con
    maestria nel canto VI del Paradiso, è il consigliere del signore, riesce a dare in
    sposa ben quattro regine, e dopo il lavoro se ne va senza nessun guadagno,
    denigrato, e ritorna povero, pellegrino nell’ombra della sua selva.
    Si comincia a delineare la figura del maestro, come pronubo, piazzatore di
    spose, uno straniero che appare inatteso, rimane il tempo necessario, e poi
    sparisce, ingiustamente accusato ma immacolato, non ricevendo nessun
    guadagno dalle sue azioni. Il maestro ha le spalle larghe.

    Nella cantica dantesca, la processione del carro mistico nel paradiso terrestre è
    preceduta da sette candelabri cosmici, che sono la costellazione dell’orsa,
    l’aspetto celeste sarà approfondita nella prossima lirica, quello che ora ci
    interessa sono i ventiquattro maestri che seguono, ciascuno simboleggia un
    libro della bibbia, quello che rappresenta il cantico dei cantici si rivolge a
    Beatrice dicendo: “Veni sponsa del libano”, ricompare la figura della sposa,
    che leggo come l’allieva del maestro, e che in questo magistero vorrebbe
    accasarsi.
    Per l’opera del maestro l’allieva diventa una sposa, con la sua sicurezza, la sua
    famiglia.

    L’insieme dei maestri simbolicamente è un piccolo “grande Altro”, quello dei
    letterati, dei monaci votati a una sola passione, un sottoinsieme del più vasto
    “grande altro del mondo”, ma per la logica simmetrica vi corrisponde.

    Intimamente connessa al suo destino, Beatrice qui appare come l’allieva, che
    nel futuro vuole diventare prima sposa, e poi musa.
    Il Chiostro dove vive questa comunità di maestri vuol dire anche inchiostro,
    cioè nel chiostro, dove vagano gli autori della parola che li erra e che li adora,
    che costruisce la legge della smazzata, ogni smazzata è piccola, cioè ha un suo
    ordine, in corrispondenza biunivoca con quello cosmico, Quest’ordine si
    ricompone e si concretizza in questa cosa che è l’arte, che sta là e qua e anche
    “nel mio libro senza controllo” , che è così perché è ormai partito Romeo, il
    sommo controllore, non c’è più il maestro, come non c’è più Virgilio. Durante
    il tragitto del carro, la sposa ha ormai capito di aver raggiunto la sua autonomia,
    e indipendenza.
    E’ una dolce coscienza ma che avvelena la sua partenza, è un’autonomia
    difficile, forse precoce e forse non ancora del tutto voluta.
    Lui sapeva urlare alle spose dopo averle sistemate, e abbandonate, e
    lievemente passa oltre, nel suo viaggio.
    L’allieva rimane qua e lo pensa come fuoco che si avvicina, vede tanti fuochi
    che avanzano e riempiono l’immagine.
    Fuochi letterari e dell’inferno, l’oriente dell’alba diventa il fuoco del tramonto.
    Il Matto è appostato, adesso non lavora con le carte, è l’osservatore del destino
    che si manifesta come altro da sé, il destino è anche maestro? La sua
    contraddizione è la sua essenza velenosa.


    IV

    il Matto IV (ode agli inizi)
    Orione


    Se per te d'Ippocrene alla bell'onda
    trovai la via, se tu mi fusti scorta,
    se de’ pimplei recessi a me la porta
    apristi...9
    Ciro di Pers


    ……………………………………………………………………….
    al Toro al Bue al mio Miglior Tradito; o sia smarrita
    Orione; o sarà che rinselva a un nuovo affetto meravigliosamente
    un amor la distringe: uno splendore che marcia
    di Masca in un bosco che esiste persino
    …………………………………………………………………….
    perperderlo perdonartelo ahi cose perché cadete




    La citazione in esergo a questa lirica sembra riferirsi alla precedente, quella dei maestri, è un sonetto
    di Ciro De Pers che ricorda con affetto il suo vecchio maestro Igino Maniaco, e che riporto
    nell’allegato, trovo altre volte l’esergo “vagante”, cioè riferito alle liriche precedenti e successive,
    quasi come a voler riprodurre nel senso un ritmo jazz sincopato che anticipa o posticipa le liriche
    successive, contribuendo ad aumentare l’impianto unitario.

    Qui non c’è la sicurezza della torre, ma lo specchiarsi cosmico nel cielo d’inverno, con Orione che
    domina. Come sulla soglia di una cattedrale, si guardano in alto le volte
    e le coste dei transetti, che ci appaiono come i cerchi delle sfere armillari, che riproducono il moto
    delle sfere celesti, di un bianco paradisiaco che qui spossa, dalla nota dieci si capisce come questo
    bianco segno del divino, abbia la stessa natura del bianco della carta, allora adesso scopriamo che il
    paradiso è in corrispondenza con il bianco della carta rigata dall’inchiostro. Le sfere celesti di carta
    sprofondano nella tempesta ordinata, che dalle nuvole spinge giù, dove il nocchiero Caronte attende.
    La tempesta ordinata nella sua contraddizione in termini, porta alla teoria che ordina il caos, agli
    effetti minimi che provocano conseguenze imprevedibili, come l’effetto farfalla. La bella
    costellazione si rivela in quest’ottica come “Urion ab urina”, Orione è nato dall’urina di Giove sulla
    pelle di Toro, come a segnare un territorio celeste con un perimetro infernale, un caos, che esce dalli
    nostri fori.
    “Il mio miglior tradito” lo leggo come “colui che tradisce meglio di me, più di me”, infatti, nel canto
    XXVI del Purg. 97-99 dante incontra Guido Guinizzelli e dice:

    “quand'io odo nomar sé stesso il padre
    mio e de li altri miei miglior che mai
    rime d'amore usar dolci e leggiadre;”


    “I miei migliori” in questo caso sono quelli che scrivono meglio di me,
    tradito lo leggo invece come traditore, per l’inversione tipica medievale dell’attivo in passivo:

    Come nell’ Angiolieri:

    “Becchin d’amor, che vuò falso, tradito”.

    Il miglior traditore è Orione stesso, che è la struttura e la bellezza del cielo.
    Orione era nota anche ai sumeri, e rappresentava Gilgamesh, che lotta contro il toro del cielo.
    Orione-Gilgamesh è il più bello tra gli uomini, ed è anche quello che tradisce meglio di me, forse
    perché come il tutto ha la faccia doppia, splendida e ctonia, così è anche la balena bianca.

    Prolungando verso est le stelle della cintura di Orione, si arriva alla costellazione del Toro e quindi
    alle Pleiadi, che nel cielo sono splendide, ma forse sono proprio loro le Masche, cioè le streghe dei
    boschi, che percorrono questo mondo ancestrale a volo d’uccello, sotto le sfere cosmiche, ma sopra
    la terra, nell’intermundo, si presentano anche loro alle nozze, con chi ci si sposa? Con il miglior
    tradito, si diventa una delle tante spose sistemate da Romeo, con il paradiso forse? Con il velo
    bianco della scrittura, con il suo inferno, e le Masche come testimoni, il desiderio è comunque di
    volare dove si possa costruire un nido-castello, questo volo non è ancora compiutamente individuato,
    lo sarà in seguito come volo del falco.
    Nel carro processionale il grifone, che nello stesso tempo è aquila e leone, rappresenta la doppia
    natura di Cristo, Dio e uomo, nel poemetto sembra perdere la natura terrena e diventare solo falco,
    un’aquila minore mobile e aerea, un altro frammento d’amore, l’amore compare costantemente ma
    come un frammento, quasi si nascondesse, e forse è in questo volo a nozze che s’identificano
    l’amore e l’autrice.
    Ma improvvisamente le sfere celesti dai bianchi costoni di cattedrale diventano le nere carceri oscure
    del Piranesi.
    Un volo che vuole girare attorno alle visioni di tutte queste cose celesti, che non si vorrebbe vedere
    crollare, invece le cose cadono, crollano proprio la, dove Caronte attende.


    V


    il Matto capovolto
    Palestina


    Y no echaré de meno ni de mas
    no l’importancia si la circumstancia
    Pablo Neruda


    ……………….; t’installa nella voce
    con un esercito a mille aste, e così
    fortemente tu chiami e così ti legava
    il tuo passo recente; dimmi se di uno Stagno
    snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole
    rimangono incredibili: sono le ‘nulle’
    degli alfabeti in cifre, il segno
    che non scatta, un ariele distratto...
    ……………………………………………………


    Il percorso è inverso perché la smazzata adesso ha attivato la carta dell’appeso, la
    necessità di sostenere un punto di vista diverso dall’usuale, a testa all’ingiù.
    Questa carta che è il destino e la scrittura, richiede una trasmutazione dei valori,
    ma con il rischio che si passi allora dal paradiso all’inferno.
    Si presentano gli insiemi infiniti fitti fitti, eserciti di memorie, lettere dell’alfabeto,
    quelle aste come si facevano all’asilo, segni che arrivano dall’infanzia, e invitano a
    imparare di nuovo gli alfabeti, e poi ad usarli per circondare di senso lo stagno
    nero del pozzo. Ma la cosa non scatta e l’Ariel è distratto.
    Allora la torre che custodisce un io che resiste agli assedi si capovolge, come per
    cercare una nuova infanzia, e se il mondo si capovolge l’appeso, non è più a testa
    in giù, ma è lui l’unico sospeso diritto nell’aria.
    Anche in noi, qualcos’altro di più profondo si rizza in levitazione quasi con una
    capriola, sia pure con le gambe all’aria ci sarà un regno, un esito, una ribalta, dove
    recitare dopo il ribaltamento, una sospensione nell’aria, un’identificazione con
    l’appeso, che non sa più se è capovolto o sospeso.
    Il mondo al contrario si rivela uguale al mondo diritto, secondo il nuovo ordine
    simmetrico, un’intuizione, prima del tuffo che riporta sott’acqua quello che ci deve
    stare, e se i due mondi si equivalgono, noi non troviamo posto in nessuno dei due,
    siamo esuli.
    L’esilio toglie progressivamente quello che c’era.
    Leviamo la dea madre, i cicli vitali del mondo, togliamo i ganci che collegano il
    dolore al resto della vita, così che la lesione rimanga una ‘cosa’ nuda nel silenzio
    della sensazione.


    VI

    lettera al Matto sul senso dei nostri incontri il logoro14 (mode d'emploi)


    E tu non prendi ch’io t’adori a sdegno
    in un volto che fésti a tua sembianza
    più che in tela dipinto o sculto legno
    Ciro di Pers


    se ti dico cammina non è perché presuma
    di parlarti: alla montagna15, alla malìa
    di milioni di lame, arrivarono a migliaia
    cose nude si sparirono bestie, alla neve
    al malozio della trappola, tutto
    s’esiliava a quel richiamo disanimale.
    ……………………………………………………….
    dove esplose la leva che divina;
    che sbotola che lima, per te seppi, se sia l’afrore
    o la Macchia del logoro, che cova sul monte
    il fondo lo scatto l’inverno del falco.



    La montagna è la fatica della salita verso la scrittura, ma anche del transito faticoso quotidiano nella
    vita, si procede portando sempre avanti il fardello perché c’è un richiamo.
    E sono richiamate migliaia di parole, insiemi infiniti di cose nude.
    Che sono bestie, natura viva allo stato grezzo.
    Si attiva un processo che allontana dalla natura, disanimalizza.
    Cos’è disanimale?,
    Queste cose nere scritte sul bianco, tolgono animalità?
    E salire la montagna è sempre percorrere un purgatorio, scontare qualcosa, allontanarsi
    nell’ascensione.
    Nel poema di Gilgamesh Enkhidu vive con gli animali, va con loro all’abbeverata, è uno di loro.
    Da Gilgamesh gli viene inviata la prostituta sacra, e dopo che è giaciuto con lei, gli animali lo
    fuggono.
    Non lo riconoscono più, si è disanimalizzato, allora scopre che può avere accesso alla città, entrare
    nella cultura, umanizzarsi.
    I richiami del logro tolgono qualcosa, e la seppelliscono, anche se aprono altre porte.
    Non si appartiene più al mondo naturale, si diventa occhio, occhio che trucca e immacola, cioè
    distrucca.
    Si vedono da lontano le cose, le bestie all’abbeverata, ora sono lontane.
    E questa è l’alta fantasia, che nel paradiso dantesco “mancò possa”, qui invece no, consente di
    vedere dall’alto della montagna la dismisura del sotto, senz’anima per rendere puro il divinare.
    Il poeta è “recidivo” come nella poesia di Ciro di Pers (riportata nell’allegato) si rende conto del
    fatto di essere in corrispondenza biunivoca con Dio, di avere un volto a sua sembianza, e quindi
    questa sembianza si ritrova nella corrispondenza con tutte le cose terrestri amate.
    Mi richiama alla mente la “Montagna di sale” di Mimmo Paladino, che è insieme monte purgatorio
    e clessidra di attimi fuggenti, amari come il sale, dove s’infrangono i cavalli barocchi dell’animalità.
    Ogni granello di sale è un istante di tempo che si ammucchia e muore sui fianchi della montagna.
    La struttura dello spazio è come un meccanismo, di quelli descritti dalle poesie più indicative di Ciro
    de Pers come “Orologio da polvere” e anche “Orologio da rote”, che divora il tempo.
    Con fatica si è raggiunto il richiamo che cova sul monte, si è diventato il falco e il suo inverno,
    nel picco vicino c’è il nido dell’aquila di Zaratustra.



    VII


    Interludio

    Tragedie, sogni e misteri


    Non mi rammento. lo son la creatura
    che trovasti seduta sulla pietra
    che veniva chissà da quali strade.16
    Gabriele D'Annunzio


    ………………………………………………………….
    dentro al ceppo e torno torno mila
    grana incenso dice parole, e per la
    còscina delle barbe e per la làmpana, l’insensata
    affretta: perdila mila pallida
    la viatora magata l'ammantata
    …………………………………………………


    Donna del piano senza altezze, raso terra, avanza come un presagio oscuro, per le infinite strade
    infesta il pastore ingenuo Aligi, come una presenza onirica, Mila è il personaggio della “figlia di
    Iorio”,
    Mila è anche il suffisso che indica migliaia, porta la còscina, la cesta per fare la ricotta, le barbe
    dell’erba luparica, per proteggersi dalle volpi e dai lupi, quest’erba è l’aconito, nato dalla bava del
    Cerbero recalcitrante quando Ercole lo strappò fuori dall’inferno, ritornano qui ancora, anche se in
    modo meno palese le emissioni delli nostri fori, che agiscono come logro e marchio dell’inferno.
    Si ripercorre qui la scena della caverna, alla fine del dramma dannunziano, la caverna che ritorna
    dalla lirica iniziale, qui non è più platonica, ma è una tana primitiva.
    La figlia di Iorio è un’opera che mostra la sfaccettatura “primitiva” di D’Annunzio.
    Mi richiama qualcosa, nella sua atmosfera, di Medea o Edipo re di Pasolini. In questa caverna con
    Aligi e Mila, si consumerà il dramma con l’arrivo del padre di Aligi, dopo un’accesa discussione,
    nella quale il vecchio s’impone come autorità garante di uno status quo ancestrale, ormai spezzato e
    reso senza senso da un processo che allontana dalla naturalità delle belve all’abbeverata, il vecchio
    verrà ucciso da Aligi, debole presenza maschile con la natura delle volpi e dei lupi, con la sua
    primitiva discultura. Mila si assumerà la colpa e diventerà così un’Erinni, una figura della stessa pasta
    tragica di Medea, e l’inconsistente pastore Aligi verrà con questo disanimalizzato come Enkidhu.
    Si definisce qui l’archetipo della donna furia che rompe un ordine naturale.
    Ritorna la caverna e il logro dell’inferno.
    Mila con l’aconito e la lampada, ammantata, vuole sperimentare il monte, il purgatorio, il futuro rogo,
    che nel purgatorio Dantesco affina Arnaut Daniel, se ne va dalla parte opposta rispetto ad Aligi, che
    ha “i piedi legati” (Mila nella figlia di Iorio finirà bruciata sul rogo dai contadini).
    Un omaggio al D’Annunzio primitivo e notturno, lo scriba cieco, il Dante minore che lega i piedi.
    Mila è onirica, migliaia di sogni, mila è una strega, migliaia di fatture.
    “La fiamma è bella” grida Mila alla fine del dramma.
    Questa lirica è retta da una sorta di anamorfosi, se la si guarda dal punto di vista corretto tutti i suoi
    meccanismi si ingranano e si mettono in movimento, scostandosi, da un punto di vista diverso, con un
    effetto quasi ottico sembrano franare le parole.


    VIII


    in limine


    Death is only the fulfillment of a wish.
    Whose wish?
    R. P. Warren



    ……………………………………………………………………
    prima che la scialuppa tocchi che porta l'Assassino;
    ……………………………………………………….



    Prima che finisca l’eco del coro che inneggia al rogo, e prima che asciughi anche
    l’Acheronte
    prima di salire sulla barca infernale, in qualità di assassina
    e trasportare l’energia in un ‘altra forma.
    Nell’attimo in ci si accorge che non tutte le cose sono al loro posto.
    che non tutti i frammenti del puzzle si sono incastrati, il sacrificio non porta ancora la pace.
    Nel trasbordo, per un istante si è azzittito il logro, forse dorme, allora si cerca solo la
    soddisfazione di un desiderio.
    Il viaggio è come nell’Ave Maria in trasbordo di Segantini.
    Qui bisogna chiudere gli occhi e visualizzare il quadro, sentire lo sciacquio delle acque,
    lontano, e in sottofondo le grida di correzione del mercato.

    (Quello della poesia di Warren , riportata nell’allegato).
    IX


    lamento dell'Amante


    Il playback è il nostro destino, la
    nostra vera oppressione. Raccomando
    l’evidenza del disturbo-attore.
    Carmelo Bene

    la sua sparizione non ebbe l’ordine
    degli organi; l’anello che cattura
    e azzera l’estensione; il Tondo
    che addormenta, piuttosto fu
    una Visita, una Punta
    dell’anima che sbenda
    ………………………………….


    La sparizione da questa sorta di paradiso minore così come quella del maestro, non ha la solidità
    della sfera, la rotondità dell’attonita sfera.
    Quando sparisce è come il gatto del Ceshire, ne persiste la traccia nell’anello del sorriso.
    E’ la sparizione dell’amore. E la sparizione dell’amore appare come l’apparizione del suo contrario,
    E’ una visita, l’annunciazione di una vista che non si spegne. S’immagini l’annunciazione di Simone
    Martini con una nuvola nera al centro.
    E’ l’annuncio, non della nascita ma della fine dell’amore. L’amante si lamenta, e così il castigo è
    questo fantasma di sorriso vagante, è un randagio che corre e che erra, che ripiega, ma solo
    sull’atlante, quindi solo sulla carta, nella teoria, manca l’angelo custode a custodire questa
    Debolezza, allora non evacuare, turare tutti i pori, non lasciare uscire la serie delle cose infinite, tutto
    deve rimanere dentro, per attivare dall’interno lo sviluppo generativo piuma per piuma delle ali
    dell’angelo, e ritornare in volo in paradiso.


    X


    lamento dello Straniero I


    Un cielo così azzurro
    che apre la bocca e inghiotte
    polvere mosche e strade
    Vittorio Bodini

    …………., se esista un dio Contrasto
    che scentra qui l’Uguale
    litoraneo e del vedere l’angelo
    arrovescia per la corte del porto
    che arriva -e tutto tutto excrucere
    a festa- e arriva di alberi e arrivi e arriva
    di abbracci e di bianchi; per la pianura
    …………………………………………..


    Con questo segreto annunciato e custodito si cerca di entrare a parlare col mondo, distinguere tra
    questo e quello, esercitare la logica, come fanno tutti. E il mondo ha la vivacità del crocevia, del
    porto.
    Arriva lo straniero Odisseo quello del canto xxvi dell’inferno, irrompe come qualcosa di diverso e di
    solare, bello.
    I versi di Bodini fanno da sfondo, mostrano un bel cielo dell’azzurrità mediterranea comportarsi
    come la bocca nera della balena, che inghiotte tutto quello che si para davanti, l’azzurro del paradiso
    si comporta come l’inferno, le mosche ne sono il segno, Belzebù è il signore delle mosche. . La
    lingua del conversare non vuole essere abitata, vuole tenersi ancora i suoi segreti, la logica comune
    non esaurisce il mondo, allora si cerca un nuovo maestro, e il nuovo è nello straniero, perché ho
    bisogno di scentrare la solarità litoranea, per altri soli e altri litorali.
    L’Icaro-angelo a contatto coi soli si arrovescia e cade, e tutto è un contrasto, una tortura e una festa.
    Il porto sono gli arrivi e le partenze, il porto è quello della poesia di Bonnefoy in esergo a una lirica
    successiva, ed è l’opposto dell’abisso, nel porto si riposa lo straniero eroe, e gli altri marinai tra
    alberi di navi.
    L’archetipo dell’eroe qui compare, e l’eroe per colpa di Circe può anche dimenticare, l’eroe è il
    simbolo dell’individuazione per Jung, della realizzazione dell’inconscio. L’eroe respira, vuole la
    solarità, la pienezza, non più spogliarsi, ma rivestirsi. Si fonde con lo straniero e con il maestro.
    Vuole la a gioia.


    XI


    lamento dello Straniero II


    Le glaive de l'indifférence de l'étoile
    blesse une fois de plus la terre du dormeur.
    Yves Bonnefoy

    …………, si cede alla Maria -ritenuta
    la Gatta-, allo sfarzo della sua assidua
    demenza,………………………………
    ed il suo addome strano; e sia Nostra Signora
    Distrazione! incuta
    una soltanto notte, …………………………
    ………………………………………………….

    Il petto dello straniero, cioè la sua forza, potrebbe cambiare le cose, ci si può addormentare sopra e
    percepire una serenità, è un punto di muta, sa tenere insieme la notte e il desiderio. La speranza in
    una forza dirompente ha una breve durata.
    Non c’è nulla da fare, alla fine Il dormiente cede a una Maria preistorica con l’addome strano perché
    gonfio del prima di Cristo, un’ape regina in gestazione degli insiemi infiniti di uova, l’arcangelo
    Gabriele nel XXIII paradiso, parla del ventre di Maria attorno al quale ruoterà per l’eternità.
    Allora quello che per Dante è un paradiso, perché la nascita è già avvenuta, qui, si manifesta come
    assenza, non è ancora sorta la speranza, e quindi è come un inferno.
    La gatta rappresenta tutto ciò che è natura, che dorme inconsapevole sul divano schiacciando la
    notte, come Maria il serpente. Io non posso liberarti archetipo della natura, ti lascio dormire come
    puro essere sul divano dell’esistenza.
    Si cerca di rimanere dormienti nella notte, come lei, mentre incombe il giorno
    divoratore del buio, che mostra sospesa sulle nostre teste la spada di Damocle dell’indifferenza
    delle sfere, che è un altro logro dell’inferno.
    L’incontro sognante con l’archetipo della natura creatrice non è una liberazione né per l’una né per
    l’altra.
    Né per Maria, né per la viaggiatrice, e nemmeno per la Gatta-natura.
    E’ Gabriele coi suoi giri a stabilire il limes, la gabbia, la prigione, il divieto alla liberazione.


    XII


    lamento dell'Uccello colpito


    Vladimiro: Mi ricordo di un energumeno
    che tirava calci.
    Estragone: E l'altro che lo tirava, ti
    ricordi anche di lui?
    Vladimiro: Mi ha dato degli ossi.
    Samuel Beckett


    cavami da le piume gli insulti lo sfrenìo
    la velocità indifferenziata che era danza
    o salto, che ormai non muove semplicemente
    mi rende probabile;………………………………



    Il falco è in volo, la sua danza è frenata dalla palude di pece, la danza a
    cerchi nel cielo invischiata in un passo terrestre reso l’ala tarpata ormai
    “probabile”. Ancora siamo dentro la divina indifferenza che ci equipara ad
    un osso secco, una cosa di nome, un nome che è una cosa in un cosmo
    leggero di cose, o meglio per un attimo appare leggero, ma estraniato, in
    realtà un nichilismo estremo, l’essere considerato come un niente.
    Sono forse uno dei barattiere del canto XXI di Dante? Cerco comunque di
    beffare l’inferno e la morte nell’invischio della palude di pece, qui il diavolo è
    uno sciocco, sono il falco che ci prova sempre ad alzarsi in volo per cercare
    una via di fuga, e sempre il diavolo ’artificiere gli spara e lo cattura.


    XIII



    lamento del Convitato


    e quale mai s’invera Canzoniere da questo tanto intentato Io,
    se al grande giro di attorno, di nada, soltanto mento, spio?



    Canzoniere che gira intorno, come Gabriele, ripercorre a cerchio le stesse strettoie
    in giri concentrici sempre più ampi, per imbozzolare questa torre dell’io che cerco di restaurare, e
    poi di frantumare come la tela di penelope fatta di nulla, costruendo questi edifici mento a me stessa,
    mi spio?
    Acquista importanza l’arcangelo Gabriele del XXIII canto del Paradiso:

    «Io sono amore angelico, che giro
    l’alta letizia che spira del ventre
    che fu albergo del nostro disiro;

    e girerommi, donna del ciel, mentre
    che seguirai tuo figlio, e farai dia
    più la spera suprema perché lì entre».


    XIV


    lamento della Sposa barocca (octapus21)


    t’avrei lavato i piedi
    oppure mi sarei fatta altissima
    come i soffitti scavalcati di cieli
    come voce in voce si sconquassa
    tornando folle ed organando a schiere
    ……………………………………………….



    Teatralità rituale del lavaggio dei piedi, segno di umiltà, ma “chi si umilia vuol essere innalzato”,
    come suggerisce Nietzsche nell’aforisma 87 di Umano troppo umano, dopo Cristo la lavanda dei
    piedi diventa segno d’innalzamento, infatti Beatrice che è diventata Maria, diventa altissima come
    Alice nel paese delle meraviglie quando scompagina le carte del destino (per diventare finalmente un
    matto?) si riscrive qui il canto XXIII del paradiso in una versione ricostruita, le cose che avvengono
    sono le stesse, ma qui assumono un aspetto inquietante.


    Franco Fornari recensendo il libro di Matte Blanco cita i versi di dante nel canto XXXIII del
    paradiso:

    “vergine madre, figlia di tuo figlio”

    come esempio emblematico di logica simmetrica, perché si stabilisce l’equivalenza tra vergine e
    madre
    ed anche quella tra madre e figlio, cioè anche il figlio è padre della madre, e qui mi sembra si possa
    aggiungere l’equivalenza tra il falco-gabriele e Maria-Beatrice, i cerchi si allargano e si
    semplificano.

    Il falco, che nella lirica precedente ha stabilito la sua identificarsi con il canzoniere, avrebbe fatto
    come l’angelo Gabriele, imbozzolando nella sua danza di devozione l’oggetto del suo desiderio
    d’amore.
    Gabriele si è trasmutato, nella sua coatta corsa non è più un angelo con sei ali intrecciate ed occhiute,
    ma l’octopus con otto tentacoli altrettanto ocellati. Che si dislocano in mille luoghi, in mille
    frammenti, brani di corpi che collassano in corpi completi e teste che sono persone in una sarabanda,
    una discoteca, una balera, come i vili nell’antinferno.
    Sono il grande altro, ridotto alle cose piccole della quotidianità , e come il barocco soffre di horror
    vacui, si tende a riempire ogni spazio, in modo da non lasciare trapelare questo vuoto. Quello che si
    genera per accumulo è un alien insetto divoratore di corpi, che li assimila in una figura metamorfica,
    composta da brani di organi e spezzoni di i natura, mi ricorda una figura analoga descritta verso la
    fine dei canti di Maldoror, anche su quella testa un octopus coi suoi ocelli succhianti domina una
    natura sbranata che mostra come l’inferno si generi dalla terra, quell’amore per cui si sarebbero
    anche lavati i piedi subisce una caduta, doveva essere il perno attorno a cui ruota tutta la macchina
    costruita per raggiungere la pace,
    con la precisione di un orologio di Ciro di Pers, invece è diventata una delle cose che cadono.
    Ma tutto è condizionale, dopo la danza tra i fuochi dei vili, potrebbe esserci una veste di pace , ma se
    si muove il polipo, Gabriele, falco,canzoniere, dagli otto tentacoli non escono canti ma torture.

    E qui forse si stabilisce l’identità del paradiso con l’inferno.

    Voglio fare qui una divagazione, osservando che quando questi insiemi infiniti si riversano nel
    bicchiere finito della coscienza, quello che non entra e si sparge attorno, costituisce l’illeggibilità
    strutturale di un’opera che si alimenta di questi processi del profondo.
    Questo resto dell’opera che non si può intelligere, può essere però percepito.
    Perché tutti disponiamo della stessa struttura umana, e gli insiemi infiniti si possono “sentire”
    reciprocamente quando ci si accosta e si riesce a raggiungere l’unisono.
    Mi viene alla mente, per fare un paragone, il meccanismo del terzo suono di Tartini, questo violinista
    del 700 scoprì che suonando due corde separate da un intervallo di quinta, si generava dal nulla un
    suono più basso (la cui frequenza è la differenza delle frequenze dei due suoni suonati), questo
    suono non suonato è appunto il terzo suono, lo uso come simbolo per indicare il risultato di quello
    che avviene dall’incontro “sentito” (o suonato) di due serie d’insiemi infiniti.
    Appartengono a questo genere d’incontri e di relazioni, la traduzione di Edward Fitzgerald delle
    quartine di Khayyam, la traduzione e il commento trentennale e maniacale di Luigi Schenoni del
    Finnegans wake, e , ricordo da ultimo anche la traduzione di uno dei poemi epici più lunghi del
    mondo la “Sureq Galigo “, uno scritto sterminato di 300.000 versi, dalla tradizionale scrittura Lontar
    dei Bugis di Sulawesi in indonesiano, effettuata per cinquant’anni da Muhammed Salim e
    purtroppo rimasta incompleta.

    XV

    lamento in forma di Elenco lografico


    ………………………………………………………………………………………………………………..

    deve entrare la pedana allestirsi la ribalta deve sciogliersi l’elastico al morto che torna del
    fabbro Locativo se pur seguita a Splendere per oscula per basia e per aguglia milia

    (SE PER BOLOGNA I GOTICI, SE PUR I VISCERI, NON REPLICAVO TE, IO DENTRO I PORTICI?)




    Lamento logografico, dove le parole sono in realtà ideogrammi, stanti così nello spazio come delle
    cose, come caratteri cinesi incisi nelle rocce di un giardino, quello del gallo, della vecchia, del betel,
    altri livelli concettuali sono “cosati” come i tratteggi, la voce di paperino le grammatiche del grande
    altro, che forse è lui il miglior fabbro e anche il mio miglior tradito, tradisce meglio di me, alleste la
    ribalta per i giullari dalle mille facce, mille occhi e mille aghi tutto deve cercare di entrare nel
    bicchiere che non lo può contenere, perché gli aghi, gli occhi e le figure sono migliaia.
    I portici sono come i visceri della città, tu sei dentro i miei visceri ed io dentro i portici-visceri della
    città balena. Vedi come ogni cosa inghiotte un’altra cosa.

    XVI


    la pena dell’Attore


    se il chiarore è una tregua,
    la tua cara minaccia la consuma.
    Eugenio Montale


    è qui che incontro l'ultimo Cattivo, il residuo
    rosicchio di semenza, l’antenato Attore; dal precipizio
    accanto, il suo spettatore lo trattiene
    a un fronte candidissimo;…………………………….



    E’ qui che si discende verso la giudecca, dove si incontra l’ultimo cattivo , che è l’ultimo uomo di
    Nietzsche, il più brutto tra gli uomini che precedono il superuomo , ed è anche l’attore, una ruga
    nelle trame di vocaboli, è anch’esso sull’orlo del precipizio, quello accanto, ma lui non cade nei
    vuoti cavernosi e negli abissi, invece cade il falco-canzoniere come i balestrucci verso il mare, non
    ha spettatori di salvataggio, nè ti riporta dove più non sei, ma nella caverna rotonda come il ventre
    che qui ritorna, che è una balena bianca e una terrifica città, la caverna iniziale della prima lirica,
    inghiotte il falco, che come Giona si troverà ad affrontare una nuova frattura , e tutte le cose dette
    prima ritornano nel ventre, e nell’esilio (fuori dal ventre?) acquisisce la pazienza che può superare
    anche gli errori e gli ulteriori esili di Odisseo. Tutto ritorna nella caverna, ciò che è fuori è in esilio.



    XVII



    preghiera dell'Attore


    Nulla finisce, o tutto, se tu folgore
    lasci la nube.
    Eugenio Montale



    anima che risiede, che sotto ‘l gran sabbione
    alleva la deessa, Macchia pulcherrima, tenera
    ancora sia pure dentro a un logoro in un ingorgo
    ultimo adunami gli idioti del viaggiare falsa
    …………………………………………………



    Anima in esilio nel deserto del “ gran sabbione” del canto XV
    dell’Inferno, dove corrono in eterno i peccatori “contro natura”, lì
    Dante incontra il suo maestro Brunetto Latini, non solo i sodomiti
    sono considerati “contro natura”, ma in generale chiunque cerca di
    modificare il flusso delle cose in una direzione diversa rispetto a
    quella che si ritiene naturale, come gli alchimisti che trasformano in
    oro quello che secondo l’opera della natura deve essere piombo.
    Allora anche il maestro si rivela una figura contro natura.
    perché modifica plasmandole le naturali tendenze nell’allievo.
    La dea come un uovo è covata sotto il sabbione, ha una doppia
    valenza, è una macchia ma bellissima, e forse è anch’essa “contro
    natura”, perché pur essendo sicuramente dentro il richiamo, indirizza
    questo viaggio in un ingorgo ultimo, forse per fermarlo, con una
    tempesta, col ricordo di un’infanzia mondana.
    Anche se la folgore ha lasciato la nube, questa volta non è cambiato
    nulla. Il destino della natura procede nel suo corso.
    Tutto viene sbattuto in vista sul palco, teatralizzato, si hanno il
    bisogno e la paura di sentire gente che ti guarda, e con cui
    reciprocamente tradirsi, e poi ancora il proseguimento solitario
    dell’esilio.


    XVIII


    congedo


    Le fer des mots de guerre se dissipe
    dans l’heureuse matière sans retour.
    Yves Bonnefoy


    ………………….…….. Lasciatemi
    a questa strana circostanza. Qui
    so, con il mio amore, e con chiunque
    vi arrivi……………………..
    ……………………... Ahi l’impostura
    seguente che riduce che quagiuso nemena



    Dal punto più alto in cui sono, non voglio più verosimiglianze, apparenze
    o distrazioni, solo la nuda realtà, questa strana circostanza.
    Lasciatemi “ così
    come una
    cosa
    posata
    in un
    angolo
    e dimenticata”

    Questo lasciatemi mi fa pensare allo stesso abbandono che ha provato Ungaretti di fronte al Natale.
    Il Natale è qui come un congedo, si riuniscono tutte le personalità di famiglia che abbiamo chiamato
    archetipi,
    per una strana circostanza, come se tutti i venti rifluissero nel vaso di Pandora.
    Dentro di noi è come se ci fosse riprodotto il mistero poliunitario:
    L’essere umano con le sue “persone”, il mio amore e chiunque altro vi arrivi.
    E tutto è uno.
    Tutto è minore, ormai scendiamo dai carri barocchi, siamo arrivati alla ricerca dell’invariante,
    cosa rimane dell’umano quando tutto cambia.
    Medesimo, cioè uguale è il mondo visto al contrario.
    Il carnevale è il mondo al contrario ed è l anche ’unica cosa non minore
    un inferno logico che può reggere la vista di quello Dantesco
    il mondo al contrario è l’invariante umano cercato.

    Interpreto nemena come il riferimento alla corruzione medievale per nemine,
    quindi lo leggo come un’abbreviazione per nemine contradicente, o nemine discrepante,
    nessuno si oppone, nessuno ha un’opinione diversa.

    Perché l’inferno è un cocito gelato immerso nella minima entropia.
    Innumere teste gelate come un reticolo cristallino, nell’unanimità:
    All’impostura quaggiù nessuno si oppone, è all’unanimità.
    O forse simmetricamente è un’impostura pensare che quaggiù nessuno si oppone.
    L’equilibrio assoluto.


    Appendice

    Riporto in questa appendice il testo completo delle sole poesie citate in esergo alle varie liriche, per
    Ciro di Pers aggiungo anche le liriche sugli orologi non citate , ma che caratterizzano per me il
    senso del richiamo a questo poeta, non riporto purtroppo quella di Neruda perché non sono riuscito a
    trovare il testo, le traduzioni di di Bonnefoy e di Warren sono mie.


    Ciro di Pers
    Per Igino Maniaco

    Se per te d'Ippocrene alla bell'onda
    vtrovai la via, se tu mi fusti scorta
    se de’ pimplei recessi a me la porta
    apristi tu, con man dotta, e faconda;
    Igino è dritto ben, ch’ampi diffonda
    Risi di pianto, e che con guancia smorta
    Mi lagni al tuo partir, che l’verno apporta;
    ignoto dianzi alla Castalia sponda.
    Imparato a spogliarsi hanno gli allori
    L’antico verde, e doloroso in vista
    D’un languido pallor vestonsi i fiori.
    Questo pensier però dall’alma trista
    Troppo bastante a di sgombrar gli orrori
    Che se Pindo ti perde, il ciel t’acquista.


    Recidiva

    E pur di nuovo al suo primier costume
    L’alma ritorna: in un terreno oggetto
    Tanto di vagheggiar prende diletto
    Un picciol raggio di celeste lume.
    Scusala tu signor, se non presume
    Gli occhi fissar nel tuo divino aspetto,
    che infievolita da terrestre affetto
    non osa a tanto volo erger le piume.
    Ben di là, dove il tragga antica usanza
    Scorto da quella luce il pigro ingegno
    A più nobil desio spesso l’avvanza.
    E tu non prendi, ch’io t’adori a sdegno
    In un volto che festi a tua sembianza,
    più che n’tela dipinta, ò sculto legno.


    L’orologio da rote

    Nobile ordigno di tentate rote
    lacera il giorno e lo divide in ore
    ed ha scritto di fuor con fosche note
    a chi legger le sa: Sempre si muore.
    Mentre il metallo concavo percuote,
    voce funesta mi risuona al core
    né de fato spiegar meglio si puote
    che con voce di bronzo il rio tenore.
    Per ch’io non speri mai riposo o pace,
    questi che sembra in un timpano e tromba,
    mi sfida ognor contro l’età vorace.
    E con que’ colpi onde l’metal rimbomba
    Affretta il corso al secolo fugace,
    e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.


    Orologio da sole

    Con l’ombra sua del Sole i giri immensi
    Misura un lieve stile al sole esposto,
    e ben di questo dì , che muor si tosto
    l’ore con l’ombra misurar conviensi.
    Di quell’ombra al girar forz’è ch’io pensi,
    che con suoi passi al tumulo m’accosto;
    ne m’è il tenor di quelle note ascosto
    parlar del mio morir con chiari sensi.
    Saette son , ch’avventa arco di morte
    Quelle linee, ch’io miro, en’van riparo
    Di tempra oppongo adamantina, e forte.
    A lo splendor del sol veggo pur chiaro,
    che del giorno vital l’ore son corte,
    e ch’io son vanità da l’ombra imparo.

    Orologio da polvere

    Poca polve inquieta a l’onda, ai venti
    Volta nel lido , e n’vetro imprigionata
    De la vita il cammin breve giornata
    Vai misurando ai miseri viventi.
    Orologio molesto, in muti accenti
    Mi conti i danni dell’età passata,
    e de la morte pallida, e gelata
    numeri i passi taciti e non lenti.
    Io non ho da lasciar porpora, e oro
    Sol di travagli nel morir mi privo,
    finirà con la vita il mio martoro.
    Io so ben che il mio spirto è fuggitivo
    Che farò come tù polve, s’io moro,
    e che son come tù vetro s’io vivo.


    Robert Penn Warren

    III. Rispondi Si o No

    La morte è solo una correzione di mercato.
    La morte è solo il trasferimento di energia verso una nuova forma.
    La morte è solo la soddisfazione di un desiderio
    Di chi è il desiderio?


    III. Answer Yes or No

    Death is only a technical correction of the market.
    Death is only the transfer of energy to a new form.
    Death is only the fulfillment of a wish
    Whose wish?


    Vittorio Bodini

    Paese

    Quanto deve durare quest’ amore
    d’un cielo così azzurro
    che apre la bocca e inghiotte
    polvere mosche e strade.
    Sulle porte
    le sedie sbadigliano a mezzogiorno,
    e dovunque fascine
    e finestre aperte.
    Il fanciullo mandato all’osteria
    misura a sorsi il ritorno
    nella bottiglia di vino.
    Trova il mio sguardo e ride
    Scalzo. – Che fa tuo padre? –
    Rispondo : - Uccide uccelli e taglia il salame. -
    Eugenio Montale

    Mottetti VII

    Il saliscendi bianco e nero dei
    balestrucci dal palo
    del telegrafo al mare
    non conforta i tuoi crucci su lo scalo
    né ti riporta dove più non sei.

    Già profuma il sambuco fitto su
    lo sterrato; il piovasco si dilegua.
    Se il chiarore è un tregua
    la tua cara minaccia la consuma.

    Mottetti X

    Perché tardi? Nel pino lo scoiattolo
    batte la coda a torcia sulla scorza.
    La mezzaluna scende col suo picco
    nel sole che la smorza. È giorno fatto.

    A un soffio il pigro fumo trasalisce,
    si difende nel punto che ti chiude.
    Nulla finisce, o tutto, se tu fólgore
    lasci la nube.

    Yves Bonnefoy

    La schiuma, i coralli

    Ascolta, non hai più bisogno di queste mani che si rincorrono
    eternamente come la schiuma e gli scogli.
    E anche di questi occhi che si voltano verso l’ombra
    per assaporare meglio un sonno condiviso.

    Non tentiamo più di unire voce e preghiera.
    Speranza e notte, desiderio dell’abisso e del porto.
    Vedi, non è
    Mozart che lotta nella tua anima
    ma solo il gong, contrasta le armi informi della morte.

    Addio viso di maggio
    Il blu del cielo è triste oggi, qui.
    Il gladio dell’indifferenza delle stelle
    fa male ancora alla terra del dormiente.


    L'écume, le récif

    Écoute, il ne faut plus ces mains qui se reprennent
    comme éternellement l'écume et le rocher.
    Et même plus ces yeux qui se tournent vers l'ombre,
    aimant mieux le sommeil encore partagé.



    Il ne faut plus tenter d'unir voix et prière.
    Espoir et nuit, désirs de l'abîme et du port.
    vois, ce n'est pas
    Mozart qui lutte dans ton âme,
    mais le gong, contre l'arme informe de la mort.



    Adieu, visage en mai.
    Le bleu du ciel est morne aujourd'hui, ici.
    Le glaive de l'indifférence de l'étoile
    blesse une fois de plus la terre du dormeur.


    Dialogo tra l’angoscia e il desiderio

    Spesso immagino incombere su me
    un viso sacrificale, i cui raggi
    sono come un campo arato.
    Le labbra e gli occhi sorridono,
    la fronte è tetra, un brusio sordo di mare stanca
    Dico:
    Sii la mia forza, e la sua luce aumenta,
    domina un paese in guerra fin dall’alba
    dove un fiume si rassicura per i meandri
    di questa terra fertile.
    Mi stupisco allora che sia caduto
    questo tempo con questa pena
    Perché i frutti
    Regnano già nell’albero.
    E il sole
    Illumina il paese nella sera
    E io guardo gli altipiani dove potrei ancora vivere
    con questa mano che trattiene un’altra mano più rocciosa
    nel respiro d’assenza che solleva
    la massa dell’autunno incompiuto.

    II

    E io penso a Corè
    L’assente: che ha preso
    nelle sue mani
    Il loro cuore nero rutilante.
    E che cade bevendo il nero, sempre irrivelata.
    sul prato di luce e d’ombra.
    Comprendo questa colpa
    che è la mia.
    Asfodeli gelsomini
    dai nostri paesi.
    dalle rive d’acqua
    poco profonde e limpide e verdi, che fanno fremere
    l’ombra del cuore del mondo….
    Ma sì, prendi
    Il peccato del fiore abbattuto che ci viene rimesso,
    l’anima si volta attorno a un dire semplice
    la grisaglia si perde nei frutti maturi
    e il ferro delle parole da guerra si dissipa
    in una felice materia senza ritorno.

    III

    Sì, è là.
    Un brillio accecante nelle parole antiche.
    La stratificazione
    di tutta la nostra vita vista da lontano come un mare
    Così felice, chiarificata da un’arma d’acqua viva.
    Non abbiamo più bisogno
    d’immagini strazianti per amare.
    Quest’albero ci basta, per la sua luce.
    Si raffina da sè e non sa più
    che il nome quasi detto d’un dio quasi incarnato,
    e questo grande paese che qualcuno molto vicino brucia
    e questo cretto muro, il tempo tocca senza tristezza
    le sua mani che l’hanno misurato.

    IV

    E tu,
    ecco il mio orgoglio
    più amato o meno in controluce,
    ora non mi è più estraneo.
    Siamo entrambi cresciuti
    lo sò.
    Nello stesso giardino oscuro.
    Abbiamo bevuto
    la stessa acqua difficile sotto gli alberi.
    Lo stesso angelo severo t’ha minacciato.
    Le cose tra noi ora non sono più le stesse, si separarono
    dagli arbusti di un’infanzia da dimenticare
    e dalle sue imprecazioni impure.

    V

    Immagina che una sera
    La luce si attardi sulla terra,
    Aprendo le sue mani donatrici, e d’uragani
    Iil palmo è il nostro luogo d’angoscia e di speranza.
    Immagina che la luce sia la vittima
    di un saluto in un luogo mortale e sotto un dio
    distante e nero.
    Il pomeriggio
    un tratto semplice di porpora.
    Immagina
    che s’è frantumato lo specchio, girando verso noi
    la sua faccia sorridente d’argento chiaro.
    E noi vi siamo invecchiati un po’.
    E la felicità
    ha maturato i suoi frutti luminosi nell’assenza dei rami.
    C’è un paese più vicino, che mi sia acqua pura?
    Questo cammino che fai tra parole ingrate
    conduce a una riva che non ti sarà mai dimora.
    « Da lontano» voler essere musica, «la sera» disvelarsi?

    VI

    Con le tue ali di terra e d’ombra svegliaci
    angelo vasto come il mondo, e portaci
    qui. Dove giace la terra mortale.
    Per un nuovo inizio.
    I frutti antichi
    siano le nostre fami e seti ormai saziate.
    Il fuoco sia il nostro fuoco.
    E l’attesa si muti
    in questo prossimo destino, quest’ora , questo soggiorno.
    Il ferro. Grano assoluto
    germinato nella terra nuova dei nostri gesti.
    Delle nostre maledizioni, delle nostre mani pure. Cadono i chicchi che accolgono l’oro
    d’un tempo, come la sfera delle stelle vicine.
    Indulgente e inesistente.
    Qui, dove andiamo.
    Dove abbiamo appreso il linguaggio universale.
    Apriti, parlaci, stracciati.
    Corona infuocata, battito chiaro.
    Ambra solare del cuore.


    Le dialogue d’angoisse et de désir

    J'imagine souvent, au-dessus de moi,
    un visage sacrificiel, dont les rayons
    sont comme un champ de terre labourée.
    Les lèvres et les yeux sont souriants,
    le front est morne, un bruit de mer lassant et sourd.
    Je lui dis :
    Sois ma force, et sa lumière augmente,
    il domine un pays de guerre au petit jour
    et tout un fleuve qui rassure par méandres
    cette terre saisie fertilisée.
    Et je m'étonne alors qu'il ait fallu
    ce temps, et cette peine.
    Car les fruits
    régnaient déjà dans l'arbre.
    Et le soleil
    illuminait déjà le pays du soir.
    Je regarde les hauts plateaux où je puis vivre,
    cette main qui retient une autre main rocheuse,
    cette respiration d'absence qui soulève
    les masses d'un labour d'automne inachevé.

    II

    Et je pense à
    Coré l'absente : qui a pris
    dans ses mains le cœur noir etincelant des leurs
    et qui tomba, buvant le noir, l'irrévélée.
    Sur le pré de lumière — et d'ombre.
    Je comprends
    cette faute, la mon.
    Asphodèles, jasmins
    sont de notre pays.
    Des rives d'eau
    peu profonde et limpide et verte y font frémir
    l'ombre du cœur du monde...
    Mais oui. prends.
    La faute de la fleur coupée nous est remise,
    toute l'âme se voûte autour d'un dire simple,
    la grisaille se perd dans le fruit mûr.
    le fer des mots de guerre se dissipe
    dans l'heureuse matière sans retour.

    III

    Oui, c'est cela.
    Un éblouissement dans les mots anciens.
    L'étagement
    de toute notre vie au loin comme une mer
    heureuse, élucidée par une arme d'eau vive.
    Nous n'avons plus besoin
    d'images déchirantes pour aimer.
    Cet arbre nous suffit là-bas, qui, par lumière.
    Se délie de soi-même et ne sait plus
    que le nom presque dit d'un dieu presque incarné,
    et tout ce haut pays que l'Un très proche brûle.
    Et ce crépi d'un mur que le temps simple touche
    de ses mains sans tristesse, et qui ont mesuré.

    IV

    Et toi,
    et c'est là mon orgueil,
    o moins à contre-jour, ô mieux aimée,
    qui ne m'es plus étrangère.
    Nous avons grandi, je le
    sais.
    Dans les mêmes jardins obscurs.
    nous avons bu
    la même eau difficile sous les arbres.
    Le même ange sévère t'a menacée.
    Et nos pas sont les mêmes, se déprenant
    des ronces de l'enfance oubliable et des mêmes
    imprécations impures.

    V

    Imagine qu'un soir
    la lumière s'attarde sur la terre,
    ouvrant ses mains d'orage et donatrices, dont
    la paume est notre lieu et d'angoisse et d'espoir.
    Imagine que la lumière soit victime
    pour le salut d'un lieu mortel et sous un dieu
    certes distant et noir.
    L'après-midi
    a été pourpre et d'un trait simple.
    Imaginer
    s'est déchiré dans le miroir, tournant vers nous
    sa face souriante d'argent clair.
    Et nous avons vieilli un peu.
    Et le bonheur
    a mûri ses fruits clairs en d'absentes ramures.
    Est-ce là un pays plus proche, mon eau pure ?
    Ces chemins que tu vas dans d'ingrates paroles
    vont-ils sur une rive à jamais ta demeure
    «Au loin » prendre musique, « au soir » se dénouer ?

    VI

    O de ton aile de terre et d'ombre éveille-nous,
    ange vaste comme la terre, et porte-nous
    ici. Au même endroit de la terre mortelle.
    Pour un commencement.
    les fruits anciens
    soient notre faim et notre soif enfin calmées.
    Le feu soit notre feu.
    Et l'attente se change
    en ce proche destin, cette heure, ce séjour.
    Le fer. blé absolu,
    ayant germé dans la jachère de nos gestes.
    De nos malédictions, de nos mains pures. Étant tombé en grains qui ont accueilli l'or
    d'un temps, comme le cercle des astres

     



    La poesia come insiemi infiniti | 10 Commenti | Crea un nuovo Account

    I seguenti commenti sono proprieta' di chi li ha inviati. Club Poeti non e' responsabile dei contenuti degli stessi.
    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: Sandro Moscardi on Wednesday, 26 February 2014 @ 22:22
    Non posso che ringraziarti per questo lavoro interessantissimo che hai proposto per quel denso e articolato incedere da Maestro che proponi alla lettura.
    Con straordinaria ammirazione. Cia Sandro



    ---
    Sandro

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: Anais on Wednesday, 26 February 2014 @ 22:37
    Ciao Telemaco, avevo già iniziato a leggere questo studio su Claudia
    Ruggeri in un altro sito, non l'ho terminato, serve molto tempo e
    concentrazione, anzi se tu volessi ricordarmi dove posso ritrovarlo mi
    farebbe piacere.
    Mi piace molto questa poetessa che e mancata troppo presto, spero di
    poterti leggere qui, ci vuole un grosso impegno e applicarsi, non mi piace
    affrontare certe letture superficialmente.
    Mi sta.venendo a mancare questa voglia, ma parlavo con una signora in
    pensione che mi ha detto che legge molto, spero che in futuro, rallentando i
    ritmi io riesca nuovamente a concentrarmi come una volta per poter
    apprezzare a dovere certe interessanti pubblicazioni.
    Grazie Telemaco, mi piacerebbe anche approfondire Yves Bonnefoy che
    conosco
    pochissimo, speriamo.
    Ciao
    Anais

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: loreine on Friday, 28 February 2014 @ 00:39
    Devo dire che questo tuo lavoro e' interessante e coinvolgente ,nel senso che
    spinge il lettore a saperne di piu'. Nel mio caso ho stampato tutto per
    studiarlo con calma ,vi sono delle poesie davvero belle che non conoscevo.Mi
    complimento Telemaco e ti ringrazio.

    ---
    loreine

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: Armida Bottini on Saturday, 01 March 2014 @ 08:26
    Scritto interessante. hai colmato le mie lacune, grazie. Ciao.

    ---
    Midri

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: Elysa on Saturday, 01 March 2014 @ 11:12
    non conosco questa scrittrice e andrò a documentarmi meglio...bellissimo lavoro il tuo --- Elysa

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: ~*Maurizio*~ on Sunday, 02 March 2014 @ 12:06
    E' proprio questo
    che deve fare
    un autore "capace";
    proporre testi che alzano il livello
    del C.d.P.
    anziché lasciarsi andare in chiacchiere
    da bar del Giambellino (anche se a volte divertono).

    GRAZIE!

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: Seeker on Sunday, 02 March 2014 @ 19:43
    Telemaco non si perde in chiacchere, lui fa.
    E questo è il più grande contributo che un poeta
    può dare alla poesia.

    E' interessante constatare, dopo aver postato un bel
    lavoro, come la sua "frequenza" accordi tutto ciò
    che si trova intorno.

    bye

    ---

    http://www.youtube.com/watch?v=PQOFAsvlYoM

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: joshua on Monday, 03 March 2014 @ 03:01
    L’avevo letta la ruggeri qualche tempo fa. M’aveva colpito l’irruenza verbale di lei (torrentizia, mi ero detto tra me e me).

    E intanto non mi rimproveravo di non credere alle beatificazioni o canonizzazioni rapide. Tanto meno di amare i santini in poesia quanto più m’irrigidiscono nel culto.

    Credo di capire Fortini cosa volesse dirLe (immedesimandomi – con difficoltà e polyjuice potion – in uno della generazione dei fogli di via per lager e gulag: non è facile al critico marxista, stentatamente suscitato in uno come me che all’ideologia ci crede come archeologia, accettare che un poeta – per di più di genere femmina – si autoincoroni, sposa barocca, dell’aggettivo con cui la Letteratura italiana ha inizio. E si faccia addirittura Iddia che s’incarna. Ah, queste alleanze tra trono e altare!).

    Una domanda però me la sono posta: perché volgersi a Fortini a fortiori? Perché non a Berardinelli, Ferroni, Mazzacurati, Fausto Curi, Sanguineti, Raimondi, Mengaldo, Segre, Raboni – qui capirei, c’era di mezzo ancora la Valduga -, Caproni,[ e potrei allungare la lista]?

    Intanto, credo, perché lettore di Dante (dubito li unisse, tuttavia, l’interesse per la terzina come strumento pop o prop o solo formale), anche se, sospetto, il suo interprete o dicitore dantesco perfetto, non sarebbe stato il bylandiano Benigni ma il bellingiano Bene.

    Allora mi rifaccio la domanda: capitando poeta di ventura poco più che ventenne, tra la fine degli 80’s e l’inizio dei 90’s, a chi avrei chiesto l’investitura? Francamente io non l’avrei chiesta per nulla, ma se la quest fosse stata della parte razionale di me, probabilmente a Fortini.

    E Fortini rispose. La risposta era ovvia, com’ è anche ovvio (adesso) che la paura coltiva, pena il panico, l’oggetto fobico (quello di Fortini, intendo) . Fortini, l’austero Wentworth Higginson di noialtri, non poteva cogliere il messaggio cifrato, nélanciare ancore di salvataggio dal tuffo dall’altissimo della poesia agli imos della vita, decadentemente folle volo (l’aggettivo non è un giudizio ma vorrebbe spiare o espiare un indizio non colto da chi non avrebbe potuto coglierlo dalla torre d’avorio della tradizione, a dimostrazione che se la poesia è una malattia, i critici letterari non ne possiedono la terapia, ma, a volte inavvertitamente o, a seconda dei punti vista, crudelmente o insensibilmente, la peggiorano).

    Cosa mi resta della lettura della ruggeri? L’idea che la poesia può essere una valanga o un’inondazione che scende a valle e porta via i corpi morti della tradizione, gli alberi sradicati dai paesaggi poetici familiari e che, alla fine, il linguaggio è con la morte che deve confrontarsi (prima o secunda), perché solo la morte( l’antitesi) chiude il cerchio, ferma la valanga o l’acqua.

    Quello che c’era significa solo allora, quando l’uccello di Minerva si leva, e solo in rapporto a cosa diremo al dopo, a un altro inconscio o immaginario che costruirà l’uomo (sempre che non sia soppiantato da cyber che comunicheranno per impulsi chimici o per onde elettromagnetiche o altre forme, ex nihilo, di bip bip).

    È anche bene che il critico (dilettante o Sherlock che sia) sappia cos’è: spesso un necrofilo, talvolta un necroforo, altre volte un necromante (una volta pensavo potesse anche essere un profeta, ma non credo sia facile abbinare profezia e editorìa).

    Naturalmente noi qui critici non si è (se non per celia o divertimento o nobile otium). Si è gente che scrive che parla di gente che scrive.

    Lasciamo allora che valanga e acque scendano, anzi, cerchiamo (se poeticamente possiamo) di affrettare l’arrivo del katékon (e, se avrà il cappello rosso, sapremo che quello è il tempo, anzi, uno dei tempi, tra i vari intrecciati, paralleli o intersecati nell’ avanti indré del canone, della ruggeri).

    E aspettiamo che dal Vieusseux arrivino altre sorprese. La vera poesia è paziente (e senza medico e cura , per di più).

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: indio on Friday, 14 March 2014 @ 15:27
    bravo bravo
    che sarebbe il superlativo assoluto di bravo al pari di bravissimo!
    anch'io ho dovuto prima stampare tutto (anche per conservarlo per bene)
    e poi, poco alla volta, ti ho letto tra metrò e trenini vari.

    aggiungo volentieri un grazie.

    ---
    mitakuye oyasin

    indio

    [ ]

    La poesia come insiemi infiniti
    Contributo di: telemaco on Tuesday, 06 May 2014 @ 23:04
    Volevo aggiungere una nota alla lirica II dove si trova il verso:

    "amo l’idem perduto"

    bene, ho trovato in questi giorni nel "Finnegans wake" la locuzione :

    "garden of idem" (FW 263.20-21) con un chiaro riferimento all'eden.

    allora, o c'è una stessa intuizione linguistica tra la Ruggeri e joyce, magari fondata su una somiglianza del suono in inglese, oppure si potrebbe supporre un'inquietante ipotesi di lettura di FW da parte della poetessa, inquietante perchè per me FW non è per i giovani, si legge quando si è finito di leggere tutto il resto e non c'è rimasto nient'altro , come alla fine della vita o all'inizio della vecchiaia.

    Nella Ruggeri, idem come eden rimanda all'inizio del poemetto, al paradso terrestre dove tutto è comincato, e al tutto identico (idem),che sprofonda nell'inferno finale. Ancora l'identità inferno=paradiso.


    Ne approfitto anche per segnalare l'uscita presso l'editore
    Terra d'ulivi del volumetto di poesie "Canto senza voce" di Claudia Ruggeri, con allegato un interessante documentario di Elio Scarciglia sulla poetessa.

    ---
    telemaco

    [ ]

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