Il lumino...

Monday, 17 February 2014 @ 11:30

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(Un professore malato e separato dalla moglie , si ritrova custode involontario di una fiamma sacra...)
2




La funzione era finita. I fedeli, uscendo col loro preziosissimo fuoco, formavano una scia di lucciole mollemente traballanti ma di inspiegabile resistenza.
Si alzò con il suo cero spento in mano e aiutandosi col bastone si avviò all’uscita; il pullman non avrebbe tardato molto ad arrivare .
<<Professore, non accende il cero?>>
<< A dire il vero sono qui per motivo del tempo, ma tu chi sei?>>
<<Sono stato un suo alunno, non mi riconosce?>>
<<Ah sì? E come ti chiami?>>
<<Rossi professore.>>
<<uhmm …mi ricordo di un Rossi al Corridoni: era una vera peste, svogliato e piantagrane e pure somaro anche se dotato di una memoria fuori del comune…Si chiamava…si chiamava …>> fu solo per non dargli importanza e anche per controllare meglio l’accelerazione improvvisa del suo cuore che finse quell’aria da vecchio smemorato; in realtà ricordava benissimo il suo nome e tutto il resto.
<< Enrico, si chiamava Enrico, già professore sono io >>. Rispose l’altro con prontezza accennando un impacciato inchino.
<< Ah ! Giovanotto, non posso dire che mi venga un accidente perché già mi è venuto, come tu stesso avrai ben notato, ma se tu sei quel Rossi mi viene da pensare che l’Onnipotente ha operato in te una sorta di miracolo. Che ci fai qui, non sarai mica diventato buono?>>
<< Faccio accoglienza in parrocchia e altre piccole cose un po’ dove capita. Mi dia il cero , glielo accendo io...Sono cambiato sa professore, come rinato.>>
<< Allora ripeto a te quanto ho detto prima a una vecchia signora che mi ha dato del “figliolo” : è inutile che io accenda questo moccolo per portarlo a casa, si spegnerà inevitabilmente, per forza di cose.>>
<< Vecchia signora la Maria? Ah professore la sua vista è davvero un disastro e poi lei dà del
“ figliolo “ a tutti , nessuno escluso.>>


Senza accorgersene aveva incominciato ad ascoltare qualcosa di nuovo tra le panche di una chiesa ormai semivuota, qualcosa che gli suonava come un lontano scritto che ritorna per la struggente dolcezza di un solo verso, uno stato di grazia che però non riusciva a fermare perché da troppo tempo aveva perso nel suo intimo il piacere della comunicazione, del movimento libero di un cuore che si racconta e c’era tanta ombra e solo ombra nella sua testa per carpire il senso di ritrovarsi con un cero acceso in mano datogli da un uomo per un certo verso ora sconosciuto perché viandante premuroso che, solo per un breve tratto, divide con lui il cammino.
Per questo sentì di dirgli un po’ scocciato:
<< E’ solo per tuo piacere che accetto il cero >> e di proseguire anche con una svelata durezza
<< e poi c’è che non mi incanti coi tuoi modi da redento. Lo vuoi sapere qual era la cosa di te che mi faceva andare in bestia? L’intelligenza sempre sveglia, quasi vitale che tu sprecavi con stupide idee pseudorivoluzionarie come il gettare i registri della Colombini nel cesso, tanto per citarne una che le riassume tutte. Se non ci fossi stato io quel giorno a pararti il … Ma lasciamo perdere … La vera lotta ragazzo mio, si fa mostrando il proprio valore sempre, ma tu avevi tempo solo per i balordi che allora amavi frequentare e per le loro deficienze. >>
<< Mi è giunta questa voce, del suo aiuto voglio dire .>> rispose il giovane con serenità quasi serafica <<L’ho saputo dopo… forse è per questo che il cielo ha voluto la incontrassi qui stasera, per poterla ringraziare.>>
“Stiamo parlando proprio lingue diverse “ pensava e il suo tono pacato lo irritava maggiormente:
<< E’ troppo poco ragazzo mio se pensi di cavartela con un servizio da chierichetto in chiesa! >> gli ribadì cercando di non alzare la voce .
“ Maledetto pullman, maledetto tempo, maledetto tutto!” si gridava dentro cercando di calmarsi.
<<… Ma lo sai che per quella storia ho rischiato io la sospensione? Buffo no? Mi ci vedi trasferito in capo al mondo ad insegnare ai sordomuti? Io che amavo declamare a memoria Dante…>>
<< La cosa le ha reso solo onore, professore … Ecco sta arrivando il pullman >> annunciò sorridendo come se tutto gli fosse scivolato dietro le spalle, una sorta di immunità che gli era data dal luogo forse o forse dall’incenso che saturava l’ambiente o dal gesto generoso della cristianità.

<<Sì, già, “Ecco il pullman “ arriva sempre qualcuno a salvarci! Và! … Và a dire all’autista di aspettarmi, per favore, se non vuoi che si spenga la tua fiammella divina. E salutami tuo padre … spero stia bene. E’ tanto che non lo sento. Digli che grazie a te gli sono ancora debitore. Ciao…Ora faccio da solo .>>
<< No professore lasci che l’aiuti, faccia anche questo per piacer mio e la chieda al Padre quella cosa che le brucia dentro e la devasta … attento al gradino…ecco qui c’è un posto, vicino all’uscita; non perda l’opportunità di una grazia. E’ comodo? Sono giunto alla convinzione, se posso continuare senza sembrarle saccente, che molto spesso la conoscenza di come veramente siamo ci giunge inaspettatamente proprio nella rassegnata accettazione di un vivere preciso di riflessione consapevole, come dire …elementi discordanti inglobati nel medesimo destino o universo se preferisce.>>
<< Sarebbe come affermare che la vita non è mai una illusione anche se si è costretti ad un infinito lasciarsi andare lungo il fiume..>> Gli rispose stancamente ad occhi chiusi come per riposarsi un poco e aggiunse quasi sussurrando:
<< Come vorrei poterti guardare meglio perché non sembri reale e qualcosa mi sfugge di te: non riesco a decifrare il sereno che intuisco sul tuo sguardo chiaro, né la tua età che mi giunge come indefinita. Ma chi sei? Mi fai sentire come un cielo d’improvviso fermo e che di quella sosta gode. Ragazzo, te lo hanno mai chiesto “ Ma chi sei “?>>
Ma quando a fatica tentò con le sue pupille malate di metterlo a fuoco il giovane era già sceso e forse neanche lo aveva ascoltato .Cercò di intravederlo attraverso il finestrino, distingueva solo la sagoma di qualcuno che muoveva al cielo un braccio.
Intuì che lo stava salutando, gli rispose mostrandogli il cero acceso: era il suo grazie e si rese conto che non era vero che non aveva nulla da chiedere in nome del sangue dell’Agnello versato, anche se le cose vanno come devono andare e i lumini come le speranze prima o poi si spengono.




3




Lo portò fino a casa quel piccolo e ostinato riverbero di luce.
Aveva superato indenne la salita sul pullman, il breve viaggio, e anche il vento gelido e insistente che da sempre soffia sull’ultimo tratto di strada che era costretto a fare a piedi: uno sterrato,un po’ scosceso dal piano leggermente conico e con parecchie buche che lui oramai conosceva a memoria e che paradossalmente, contandole, lo aiutavano a trovare il passo che lo portava fino al cancello della sua abitazione.
Riuscì a difenderlo perfino dalle manifestazioni festose e un po’ troppo esuberanti dei suoi due cani e dall’ultima, tremenda raffica di vento prima di chiudere il portone di casa.
Strada facendo si era quasi affezionato a quel cero tanto dal pensare di affidargli l’unica cosa a cui teneva veramente : la vicinanza dei suoi figli.
Questo pensava seduto davanti al crocefisso, a quanto gli mancava la sua famiglia e in qualche maniera quel Rossi glielo aveva ricordato amplificando il rumore della sua solitudine.


“ E’ un ragazzo difficile e imprevedibile, ha superato le medie con difficoltà proprio per la sua vena da ribelle . Voglio che studi, che non resti uno zuccone!Te lo affido Valerio … te lo chiedo in nome della nostra amicizia.”
Entrando in classe lo riconobbe subito il figlio del suo amico, non tanto per la straordinaria rassomiglianza, quanto per lo sguardo attento e aperto proprio del padre , capace di carpire con guizzi di acume ogni minimo movimento degno di nota.
Perché così era Giannetto: silenzioso e sempre presente anche troppo alle volte tanto che la sua vicinanza poteva sembrare per alcuni versi perfino appiccicosa.
Si era trasferito con sua madre al suo paese da poco tempo, il papà era altrove , non capì mai bene dove e proprio per questo nutriva quasi un senso di protezione verso quel bambino più piccolo di lui e questo Giannetto lo aveva intuito da subito, perché gli stava sempre alle costole e quando lo scacciava perché troppo piccolo per certi giochi pericolosi che fanno i bambini grandi, lui lo seguiva lo stesso ma da lontano, quattro o cinque passi per l’esattezza, così non lo perdeva mai di vista.
<<Se non la pianti di portarti dietro quel moccioso con noi non vieni più !>> gli disse un giorno il capo del gruppo dei grandi ma visto che quella silenziosa presenza, tutta occhi e meraviglia non gli si scollava di dosso e a dire il vero neanche lo voleva veramente, fu egli stesso messo in disparte e la cosa lo fece arrabbiare molto, tanto che decise di allenarsi da solo al salto del pozzo di Carninetto che prendeva il nome dal proprietario del campo, così avrebbe fatto vedere a quelli quanto grandi fossero il suo valore e il suo coraggio.
Meno male che Giannetto sua ombra e francobollo lo vide cadere dentro la cisterna, che non era molto profonda per la verità ma abbastanza per annegarlo, perché corse a chiamare aiuto senza perdere un solo secondo, mentre lui terrorizzato e anche un po’ avvilito per non essere riuscito nell’impresa neanche con l’ausilio di una robusta canna, se ne stava immobile, senza reagire, con i piedi ben piantati nel fondo della nera voragine, come una statua con gli occhi chiusi e la bocca serrata ad attendere a un palmo sotto lo specchio dell’acqua che un angelo giungesse per portarlo in Paradiso.
“Perché è lì che vanno i bambini quando muoiono ...” pensava mentre sentiva mancargli l’aria e per giunta non aveva nemmeno idea di cosa stesse stringendo la sua mano sinistra se una maglia arrugginita di una rete o una zampa del ragno dei pozzi che aveva sentito dire da uno dei grandi che era velenosa più di cento foglie di ortica.
Doveva lasciare quella presa come ogni altra cosa del resto, compresa la canna che ancora stringeva con l’altra mano, sentiva l’azione inevitabile ma non aveva paura del buio o della morte: l’unico vero dolore che provava in quel momento era dato dal pensiero di sua madre in lacrime. Di certo avrebbe pianto per sempre . Oh se avrebbe pianto! E questo lo uccideva più dell’asfissia.
Sarebbe stato l’ultimo suo pensiero se un angelo in carne ed ossa, chiamato a gran voce e guidato fino al pozzo da Giannetto, non l’avesse preso per i capelli e tirato su verso la luce e l’aria proprio mentre cominciava ad agitarsi e a bere l’acqua nera.

Certi ricordi restano nella mente vivi in ogni loro dettaglio per sempre e, seduto davanti al figlio di Dio, non poteva non pensare che quel giorno del Divino operò attraverso il suo amichetto, in Giannetto il piccolo gigante, l’eroe di cui prendersi cura a vita e ne andava fiero.

Il vecchio pendolo suonò le tre con un rumore sordo di corda che si spezza alla fine dei rintocchi.
“Forse è meglio tornare a letto ” pensò, ma si sentiva come inchiodato su quel legno e nello stesso tempo serenamente attratto. Aveva già avuto la sua seconda opportunità e questo improvvisamente gli bastava e come spinto da una forza sconosciuta cominciò a pregare a modo suo, come meglio credeva di poter fare, non per chiedere bensì per ringraziare, dopo tanto tempo, del dono prezioso della vita.
Un po’ impacciato recitò un Padre Nostro, poi un pensiero, l’Ave Maria, l’accenno di un Gloria , nominò qualche santo noto come appoggio e poi un discorso lungo senza capo né coda a quel Gesù che sarebbe morto a breve quel venerdì santo nonostante le pareti di casa sua.
Gli sembrava quasi surreale ora il turbamento, una sorta di musica interiore che andava in crescendo per quella luce molle come un segno preciso nella notte. Si scioglievano tutte le cataratte e vedeva la verità: una luce attenta ad ogni anfratto buio e semplice che si lasciava da lui guardare con trasporto come quando da bambino guardava incantato il firmamento.
“Occorre accettare il buio e il suo profilo immobile per poter sentire ancora scorrere giorni di vita” ascoltava rapito e capiva che su quel telo corto e teso apparso come una via di uscita sulla sua esistenza, vedeva ora un buio amico senza più misura e in esso, nel suo sguardo pacifico, si addormentava mentre il cero, come esalando a Dio l’ultimo bagliore, si spegneva piano, senza far rumore.

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