Contro i mostri lanciati da Vega

Wednesday, 18 December 2013 @ 10:00

Leggi il profilo di: nestor j.

Che poi a ripensarci già lo sapevi, è che te n’eri scordato. Scordato nell’esatto modo in cui ti sembrava inspiegabile come ai grandi potesse accadere. Ci sono cure che da bambino segui con un innato spirito di conoscenza istintiva che funzionano stupendamente. Infatti ti curano: ti tengono sano, nell’animo intendo. Poi cresci, e che tristezza. Che intossicazione, che sovrappeso dell’animo.
Bhe, oggi ho capito che da bambino, proprio perché l’istinto serve a questo, serve a gesti innati e salvifici, sapevo aver cura di me molto meglio.
Oggi, mentre da solo scuotevo forte un fabbricato a suon di pallonate dopo più di un ventennio dall’ultima volta, e tutti quelli che correvano, arrivati al punto del percorso dove mi trovavo, mi guardavano, mi son ricordato come un battimuro qualunque già a suo tempo mi avesse sempre fatto sentire meglio, più libero, più immortale, di tante pinte, di tanti chilometri, donne, droghe, vestiti e auto nuove. Meno solo di tanti falsi amici.
Da bambino ti basta un pallone per non sentirti solo. Eppure te ne scordi. Oggi per un caso di cui non mi capacito ho avuto il disincanto sfacciato ed eroico di allora. Ho preso un pallone, ho cercato un gommista, l’ho fatto gonfiare e sono andato.
L’ora è volata. È volata pensando alla campanella che a suo tempo iniziava e chiudevo quel medesimo rimbombare del cuoio sul muro, quel sudore, quella fame placata con 500 lire di bianca mentre avresti voluto quella alle patate ma non arrivavi alle 1000 necessarie. Alle telecronache a mezza bocca in cui tu eri uno ad uno ogni giocatore della nazionale se era estate di mondiale, fino a dire ad alta voce il tuo.
Ed ho capito che tantissime di quelle volte in cui mi sono sentito solo e perso, avrei unicamente dovuto fare quello che sapevo già era da farsi, ma di cui mi ero scordato: prendere un pallone e giocare.
I primi minuti sono imbarazzanti, ma poi, piano piano, il tempo si raggomitola e tu torni chi sei. Il più grande campione di tutti i tempi che da solo batte la nazionale più forte fortissima che tutta la galassia abbia mai avuto. Fino a che, pallone sotto il braccio, se non si è bucato o non è andato perso, torni trotterellando verso dove arrivavi. Ovviamente campione del mondo.
Oggi giusto non ho usato molto i piedi, ma piuttosto il braccio sinistro con il quale sono veramente debole e con il quale non riesco proprio a imprimere spin. Ah sì perché il pallone da calcio di una volta l’ho preso forte tra le mani e l’ho fatto diventare ovale. Oggi, ma questa è un’altra storia, non gioco più nella Piovre del San Filippo neri di cui ero il capitano, ma nella Rugby Roma. E anche se sono una penosa riserva poco importa. Perché quando vorrò esserne il campione inamovibile, mi basterà tornare su di un prato, contro un muro, contro tutto il tempo che passa, ma che non sempre se ne va, e lanciare. Forte.

Poi, Per tornare in tempo a casa per il pranzo, in ultimo, non servirà che richiamare con un fischio il vecchio ed eterno Goldrake di allora.
Lui, il suo corpo d’acciaio solleva ancora.

Mentre a me, il mio cuore, quello, per ora, per ora nessuno lo piega.

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