La matità parlò e venne il silenzio

Wednesday, 27 November 2013 @ 10:00

Leggi il profilo di: Frank Lioty

Dovette accomodarsi nel corridoio. Il suo biglietto non assicurava il posto a sedere, quindi non poté far altro che cedere il posto quando l'ultimo passeggero della cabina che aveva battezzato per buona arrivò inesorabile a riscattarlo. La cosa non lo turbò particolarmente, si limitò ad aprire il seggiolino e riprendere la lettura. Negli anni si era ormai abituato a viaggi non proprio agevoli in treno, malgrado questo non servisse a rendere meno estenuante il successivo. L'aereo era certamente più comodo ma non gli aveva mai lasciato nulla, tranne che un profondo odio per il personale di bordo. Appoggiava la nuca al sellino e neppure il tempo di rendersene conto era già a destinazione. In treno invece era tutto diverso. Il ritrovarsi ammassati come sardine nella stessa lattina costringeva ad interagire ma soprattutto gli dava la possibilità di osservare. Il più delle volte discorsi noiosi a cui avrebbe fatto volentieri a meno, anche se certe dinamiche lo incuriosivano. Si interrogava su cosa spingesse una persona a vomitare senza remora alcuna le proprie frustrazioni ad un perfetto sconosciuto. Forse il fatto che l'altro non sapesse neppure il proprio nome in un certo senso sollevava dal dover subire il giudizio altrui. “Il mio ragazzo è uno *censurata*”, “mia moglie mi ha lasciato”, “non sono felice”. Lì capiva che in fondo, malgrado l'apparenza, ci sentissimo tutti un po’ naufraghi su un’isola deserta. Affidare le proprie memorie all'oceano, a qualcuno che di lì a poco non avremmo più rivisto né ricordato in volto. Si convinse che fosse quello il senso. Lui però non aveva mai sentito il bisogno di dir nulla o forse più semplicemente non aveva niente di interessante da dire.

Quel pensiero gli era inconsciamente ribalenato in testa senza che se ne fosse accorto e quando questo decise di abbandonarlo realizzò di aver letto le ultime dieci righe senza aver capito una parola. Così, diligentemente, risalì con lo sguardo e ricominciò. Era già ad oltre metà libro, ne stava consumando famelicamente le pagine. Una voracità dettata più dalla noia che dalla qualità stessa della lettura, per quanto fosse comunque sufficientemente gradevole. Si trattava di un romanzo noir, di quelli spacciati per best seller comprati a pochi euro che mai saresti arrivato a leggere se non in assenza d’altro. Scostò lo sguardo per un attimo, notando alla sua sinistra una ragazza intenta a schizzare qualcosa su un blocco da disegno. Sedeva con le ginocchia serrate e i piedi tirati indietro sul muro, gli occhi grandi e neri a scrutare il foglio. I capelli lunghi raccolti dietro un orecchio tradivano il viso rilassato nella concentrazione. Subiva terribilmente quel tipo di fascino. Lo preferiva di gran lunga a un vistoso rossetto rosso, a un bel vestito o un paio di tacchi alti, seppur li reputasse assolutamente onesti. Ma a lui non interessavano granché. Lo attraeva piuttosto quella femminilità che si manifesta quando si mette se stessi nelle cose che si fanno. Quel tipo di seduzione involontaria che non cerca di attirare a sé ma si lascia inconsapevolmente guardare. Sono quei momenti in cui si è talmente proiettati con il cuore e la mente verso qualcosa da rilassare i muscoli e abbassare le difese erette dalle convenzioni sociali, in cui scopri qualcuno nudo e inerme nella sua interiorità. La guardava con gli occhi più dolci del mondo sentendosi per un attimo a casa, senza il peso di quel viaggio interminabile. Rimase a fissarla a lungo mentre le dita protese sulla matita inscenavano l’ennesimo atto della creazione. Il treno fermò per un attimo la sua corsa furiosa e lui dovette distogliere lo sguardo per alzarsi e far passare i passeggeri intenti a scendere. Qualcuno si abbracciava, altri ancora si scambiavano vigorose pacche sulle spalle augurando il meglio al non-più-sconosciuto di turno. Quando la cercò nuovamente con lo sguardo, la vide alzarsi e prendere il bagaglio. Lei lo guardò per un attimo, salvo poi tirare dritto e percorrere tutto il corridoio, col suo blocco da disegno sotto il braccio. La accompagnò fino all’uscita cercandola oltre i vetri del vagone una volta scesa senza però ritrovarla, finché il treno sbuffò violento e riprese la sua corsa, lasciandosi alle spalle la stazione.

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