Il Compagno della 1a C

Monday, 11 November 2013 @ 10:15

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Il compagno della 1ª C
(e siamo nel 1932 Settembre)
La scuola elementare « Umberto Gaspardis » in via Casimiro Donadoni, è di nuovo nel mio rione, dove me la ritrovo dopo molti,moltissimi anni che ho passati abitando all’altro capo della città.
Sicchè ora, ci passo davanti di frequente, ed ogni volta che mi fermo, mi si riapre il librone dei ricordi e ci sono sempre nuovi capitoli che si affollano alla mente, che vogliono essere raccontati e spesso ritrovo il sentore genuino del mio tempo andato, con la scoperta di cose che sembravano ormai perdute nelle brume dell’ oblio perpetuo.
E guardo, vedo e sento: le due scalinate, ben distinte per l’accesso alle sezioni maschile e femminile, l’ampio marciapiede, lungo tutta la facciata, per ospitare, nelle ore di uscita delle classi, i familiari, mamme in maggioranza, che impazienti, puntualissime erano là ad accogliere i vocianti rampolli e rampolline, contribuendo, parlo delle mamme, al brusio assordante che accompagnava questa fuga, questa evasione così piena di gustose scenette, allegre chiacchiere e con una varietà di cosette da vedere e sentire da rallegrare anche certi musoni in attesa.
A me invece, lo sfollarsi della scuola e lo svuotarsi lento del marciapiede, portava e porta un malessere antico che lascia un nodo e un singhiozzo strozzato in gola.
Rivivo il momento, nel nitido ricordo, in cima alla scala, all’uscita dal primo giorno di scuola
della mia vita e rivedo la mamma, che mi era stata lontana e mi era mancata durante quelle quattro eterne ore che avevo dovuto passare in esilio, poco presente in classe, quasi del tutto ancora, col pensiero, a casa.
Non sono mai stato un «mammone» figlio unico, viziato per definizione classica, anzi le mie belle sgridate ed anche qualche sonora sculacciata l’avevo ricevute con una frequenza
proporzionata alla mia esuberante capacità di fare le bizze e mi ero anche accorto quanto è vero che:
la sculacciata fa più male a chi la dà, che a chi la riceve.
Ma, io parlo di male fisico, poichè vedevo la mia povera mamma accarezzarsi i polsi che,
somministrata una dose di sculacciate, accusavano, poi, una distorsione dolorante.
Dall’alto della scalinata di uscita, avevo già adocchiato mia mamma all’altro lato della strada;
traffico non ce n’era ancora per i futuri vent’anni, ed io mi butto a capofitto…. MA….
Non mi posso muovere, sono trattenuto per le spalle dal di dietro, cerco di divincolarmi e non ci riesco… dò, allora, uno strattone che avrebbe potuto far crollare una montagna, ma riesco appena a liberare la spalla destra.
Mi rivolto di colpo, imbestialito, vedo la faccia sconosciuta del possessore del braccio che mi trattiene e.... mollo un ceffone, in pieno, a mano piena a questa faccia odiosa, con tutta la mia irruente rabbia e con gli occhi appannati dal dispetto; così riesco a liberarmi e come un volpacchiotto, in cerca di coccole, corre a farsi leccare dalla madre, io mi precipito fra le braccia della mia, che poco o niente aveva intuito di quanto mi era successo.
In quell’abbraccio, mi sono crogiolato con passione, alla ricerca del calore del suo petto per ripagarmi di tutta quella sofferenza che, per attimi, mi aveva stretto nella sua morsa.
Strusciando il viso lentamente e ruotando gli occhi, mi son guardato indietro, ormai confortato ed al sicuro, cercando il NEMICO….. e l’ho visto…. chiaramente adesso.
Era Robba,...Giacomo mi sembra; la figura più dolorosa che ancor oggi mi ricordi, di un bambino SOLO.
Viveva ospite delle Suore Canossiane, nella loro Casa di fronte alla Chiesa, orfano o trovatello che, adesso lo capisco, aveva voluto trattenermi per un gesto di amichevole, affettuosa simpatia di cui, ORA sono certo, aveva tanto bisogno e che io gli ho negato non conoscendo il valore di quello che lui cercava, io, che di affetto ne ricevevo tanto ed amorevolmente e SEMPRE.
Lui era ancora là, in alto, sulla scalinata, con la testa rapata a zero, nella sua mantellina di grisaglia, che mi guardava, con i suoi grandi occhi chiari, certamente con invidia, per le ricchezze che io avevo e che lui non avrebbe MAI potuto avere.
Ed io, oggi, come già allora, vorrei riparare al male che, con cattiveria inconsapevole, gli ho procurato, ferendolo al cuore con l’ostentazione della mia felicità sul seno di mia mamma, offrendogli quelle brucianti pene che mi procura questo ricordo, pene che, inevitabilmente e profondamente, provo ogni volta che passo davanti alla mia vecchia scuola « Umberto Gaspardis » e, con gli occhi velati, penso ancora a lui, al mio povero compagno della 1ª C.

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