La Stella Alpina e il fior fiore

Thursday, 03 October 2013 @ 10:00

Leggi il profilo di: joshua

Chi pensasse che l’alto e il migliore si leghino in strutture levistraussiane, sbaglia di grosso. La prima dimostrazione è nella storia della torre di Babele, almeno dal punto di vista dell’arrampicatore. Che poi le uve più succose stiano giocoforza su tralci inarrivabili, non è dimostrato dalla volpe (visto che è il riccio a saperne una e buona). La scarsità di ossigeno nelle sfere alte è un’ulteriore prova a favore, benché non manchino altri compensi a quelli di lassù. E che gli uccelli in volo siano felici è tuttora dibattito per lettino da psicologo (si sa che di volatili tristissimi se ne incontrano a stormi nelle Letterature, figuriamoci in cattività). Da cosa nasce allora quest’idea umana e consumerica che alto è bello? Dall’ Osannah in Excelsis o dall’Enuma Elish? Il Sommo Creatore o Bene , dicono, amerebbe trasformarci in scalatori o alpini e ci fornirebbe scale di angeli o rosse Ferrari infuocate da Serafini per raggiungerlo. Ma poi , a guardar bene, questa risalita non sarebbe un’escursione vera, sarebbe l’anima, quest’ombra di Similaun, a affrontare i picchi albini e luministici fino a fondersi coi nevai divini, non il corpo morto o dormiente. Vero, l’idea del ghiacciolo mistico contrasta con quella del mistico caffè bollente, ma ambedue le esperienze termiche extrasensoriali non contrastano colla Tuttologia Prima, la versione divina dell’unione dei contrasti nell’IVI. Pure, congelarsi o surriscaldarsi nei supremi attici, non è certo la giusta temperatura dei corpi non levitanti nel pleroma ma ben piantati a terra. La mistica eccede sempre nei superpoteri. E in effetti dall’ alto si vede più ampio, ma, remora nella supervista, meno distinto (quando sento dire che l’occhio di Dio ci vede, mi chiedo come farebbe, visto che già a qualche migliaio di metri dal suolo a malapena si scorgono tetti e tette. Che dio sia un supertelescopio, risolverebbe l’obiezione di colpo, ma non soddisferebbe gli einsteiniani che non amano il poker quantistico). Insomma misurare con l’altimetro la perfezione è più un’invenzione del mito che una prova della ragione. Quando ci fu la Grande Battaglia dei Fiori, i vincitori, trascurando le precedenti considerazioni (e anche perché la flora non ama il dibattito dopo le chiusure lampo, e nemmeno prima dei blitz), scelsero di stabilirsi separati in alto, a rimarcare una disparità di grado. I perdenti furono lasciati a crogiolarsi al sole. L’assenza di scambi e l’isolamento fecero il resto. Il raffinato edelweiss si trasformò in abominevole fior delle nevi e il fior di sole in fior fiore di civilizzazione, arrivando perfino a usare le foglie per scrollarsi di dosso la polvere dei monopattini di passaggio e a emanare un debole alone di Chanel n°5 contro le incontinenze randage.
Ho però conosciuto, recentemente, uno studioso di linguistica della corolla, che afferma, prova alla mano, di aver colto, per ora solo nei fiori di bassopiano assodato, un tenue linguaggio, da lui chiamato GERGO DELL’AZZ…, dove i tre punti sospesi stanno a indicare una, più o meno beneducata, variazione dell’AZZ, a volte becera, talora senza etichetta, talaltra niente (è il caso più frequente e il ricercatore l’attribuisce al tipo di concimazione, peggio se a guano). Tra i tanti particolari sorprendenti sulle abitudini lentamente inurbanizzate dei fior fiori scottati al sole, ci sarebbe infatti, sostiene il ricercatore, un bisogno di espressione di sfigo (e sfiga), intuibile da come si volgono all’astro diurno (col gambo dritto come un terzo dito o piegato a paracqua), se non proprio l’irriducibilità al gergo dell’’AZZ di Monsignor della Casa.
Di più non soddisfo l’appassionato e compassionevole lettore. Mi riservo, semmai, di raccontare, col tempo e la voglia, alcuni piccanti o divertenti particolari sulla disseminazione bolocora dei semi di fior di sole, perché sovapponibili ai comportamenti preeducati di talune comunità di ominidi (e donninidi) e rinvenibili perfino fra i cammmelli, i dromedari, e i lama e altre specie sputacchione. Lascio solo, alla profonda demeditazione, il MANTRA EPIGEO DEL FIOR FIORE, tanto incantevole in superficie, quanto psinconsolabile, sempre in superficie. Si noti soprattutto l’enfasi al quarto verso, dovuta a un piccolo strappo dialettale del petalo e attestata anche nel canto da sforzo mentale del Phaseolus vulgaris, ma oramai diffusa anche nei solari a UV o dovunque mi ti ci si vi esponga un poster di Van Gogh sul WC.

MANTRA EPIGEO DEL FIOR FIORE

O ‘AZZ’ AZZ ‘AZZ
CHE ‘AZZ ‘AZZ ‘AZZ
‘STO ‘AZZ ‘AZZ ‘AZZ
VAFF!( ‘AZZ ‘AZZ)
E POI ‘AZZ ‘AZZ ‘AZZ

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