La lettera

Monday, 30 September 2013 @ 13:00

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LA LETTERA

Il tavolo era pieno di incisioni. Si affollavano, nel legno massiccio, cuori, scritte, numeri di telefono e frasi più o meno sensate, il risultato di anni di noia concentrati in un intreccio casuale e disordinato di persone e vicende. Al centro di esso c'era un cuore delle dimensioni di un palmo, con all'interno due lettere, due iniziali: “G e D”. Alice provò ad immaginare quali nomi stessero ad indicare. Giorgia e Davide? Giovanni e Donatella? Giacomo e Daniela? E se invece fosse l'emblema di una amicizia tra ragazze, che non si sono fatte problemi a immortalarla lì, non curanti che potesse passare per un rituale dalle tendenze saffiche? E se l'avessero scritto davvero due lesbiche? o addirittura due ragazzi omosessuali? Allora i nomi potevano essere: Giordana e Donatella, Giuseppe e Danilo, Gerardo e Doriano... o chissà quali!
Alla destra del cuore c'era una scritta: una grafia di quelle tondeggianti, molto barocche, da ragazza, diceva: “Ma il cielo è sempre più blu...”. Che razza di motivo poteva portare qualcuno a imbrattare il tavolo di un pub con l'estratto di una canzone? Era forse un modo per ricordare la gente comune- e magari anche se stessa e il gruppo di amiche con la quale era uscita- e renderle omaggio, come lo stesso Rino Gaetano voleva fare? oppure l'autrice della scritta aveva un motivo più personale e profondo? O, ancora, semplicemente, quella sera aveva in testa quel ritornello e non aveva resistito a prendere parte all'abitudine di tanti di provare l'ebrezza di “eternare” qualcosa - a prescindere dal significato – su un pezzo di legno alla portata di infiniti occhi sconosciuti? Nessuno poteva saperlo, oltre chi era intorno quell'autografo di dubbia intelligenza nel momento in cui era stato lì deposto.
Nell'angolo in basso a sinistra del tavolo si poteva leggere un numero di telefono, con sopra scritto... meglio lasciare perdere cosa. Una burla di un gruppetto di ragazzini che ritenevano il fatto simpatico, probabilmente. Alice poteva vederli seduti lì, proprio dove era seduta lei, che sgnignazzavano come iene, mentre uno di loro, dai baffetti incolti da adolescente e le sopracciglia spesse, trascriveva dal cellulare dieci cifre dove chiunque potesse notarle, e casomai – per curiosità o perversione, o entrambe le cose – prenderne nota.
Si perdette ancora un po' nel groviglio di storie più o meno verosimili che quel tempio comune le evocava, fino a quando un'incisione particolare attirò la sua attenzione:

Nel caso è depositato l'odine del cosmo.

Cercò di ricordare se fosse l'aforisma di qualche personalità nota, ma niente: non le venne in mente nessuno. Il caso e l'ordine. L'ordine e il caso. Due concetti complementari, simmetrici e per questo indissolubilmente legati? Pensò alle leggi di Mendel, poi alle facce di un dado e a tutte le volte che a Monopoli aveva fatto “dodici”. Le venne infine in mente l'Equazione di Schrödinger, e come i fisici fossero in grado di rappresentare la realtà dell'infinitamente piccolo solo in termini di probabilità, e che il determinismo perfetto che Einsten adorava e sosteneva era forse poco adatto a descrivere l'intero universo...
Mentre questi pensieri rimbalzavano freneticamente da un emisfero all'altro del suo cervello, fu interrotta.

Un ragazzo si sedette di fronte a lei e bevve tutto d'un fiato il Mojito di Andrea, che fino a poco fa le si trovava di fronte. Sorpresa, si limitò a fissarlo, accigliata.
<< Ciao, >> disse lui, << il tuo amico non tornerà entro poco, Alice. È in bagno e ci metterà un po'.>>
Alice rimase spiazzata per alcuni istanti, il tempo giusto di riacquistare una parvenza di sicurezza. Lo gelò con lo sguardo e, con sdegnato distacco, disse: << Chi diavolo sei? Cosa caspita vuoi?>>
<< Uno che sa molte cose. >> Lui si distese, appoggiando la schiena e i gomiti sulla panca in legno del pub, e aggiunse: << Devo darti qualcosa di importante. >>
La faccenda si faceva strana e, per certi versi, spaventosa. Quel tizio poteva essere chiunque e avere intenzioni di ogni tipo. Di sicuro quello che diceva non era tranquillizzante, sapeva il suo nome e si comportava in modo misterioso: mettersi sulla difensiva di fronte quel modo di fare ai limiti della sfrontatezza – sebbene non si nasconda in esso un certo charme d'altri tempi, una postura che infondeva una irrazionale sensazione d'affidabilità – era un riflesso incondizionato e necessario per la tutela della propria incolumità. Non capita spesso che uno sconosciuto ti piombi davanti e ti dica di avere una cosa importante da darti, così, senza nessuna spiegazione, lasciando anche solo un accenno di premessa ai teorici della diplomazia e a chi ha tempo da perdere. Alice si sentì quindi autorizzata ad agire come agì: s'alzo di scatto e se n'ando, in mezzo ai fiumi di folla errante del sabato sera, decisa ad andare altrove, con piglio sicuro e passo veloce, ma senza sapere dove.
“La gente è pazza!” si disse, ma dentro di sé si struggeva tanto dalla voglia di sapere cosa quel tipo avrebbe dovuto darle, che quasi si pentì di essersene andata. Il suo carattere, però, non le permetteva di girarsi e tornare sui suoi passi: lei era la regina delle decisione definitive, una scienziata quadrata, che col dubbio conviveva solo perché era condicio sine qua non comprendesse a fondo la materia dei stuoi studi, e ciò era già abbastanza, se non troppo: una sorta di saturazione dell'incertezza, che quindi non poteva invadere la sua vita privata e doveva essere arginata nella contingenza del suo mestiere.
Aveva già percorso un buon tratto di strada, tacchi, sampietrini e dribbling di gente senza mèta permettendo, quando si sentì chiamare. Fu tentata di girarsi e vedere chi fosse, ma non lo fece: doveva attenersi alla rigorosa definizione di coerenza, perché nel caso fosse stato lui - e avete capito chi – non poteva mostrare d'avere un ripensamento. Anche se era soltanto apparenza.
<< Hey, ma sei impazzita? >>
Era Andrea. Alice s'accorse di provare una certa delusione.
<< C'era uno che mi infastidiva. Mi sono dovuta allontanare. >>
<< Ah sì? E chi era? >>
<< Boh, e chi lo conosce?! Mica conosco gente tanto stramba io! Escluso te, ovviamente. >>
Andrea rise.
<< Guarda, simpaticona, allora possiamo dire entrambi d'aver avuto un incontro strambo, stasera >>
<< Perché? >>
<< Perché?! Prima, mentre ero in bagno, arriva un tipo e mi dice: “Questa è per Alice. Non deve aprirla” . Mi allunga la mano, come per stringere la mia. Io per gentilezza faccio lo stesso, ma lui mi prende il palmo e mi ci attacca una cosa collosa. Uno schifo! C'ho messo tutto 'sto tempo a toglierla!>>
Alice non credette alle sue orecchie. Chi era quel ragazzo misterioso? Aveva forse previsto che sarebbe fuggita via e aveva pensato a un modo per farle arrivare la “cosa importante che aveva da darle”?
<< Ma che t'ha dato? >> chiese, impaziente.
<< Niente! >>
<< Come niente?! >>
<< Niente! >>
Andrea rise come un pazzo, perché era davvero una cosa comica, ma Alice non riusciva ad imitarlo con altrettanto gusto. Era completamente disorientata, non riusciva a cogliere alcun senso in quella vicenda, e, quando questo succedeva, come quando non riusciva a risolvere un problema di fisica, provava sempre un moto di irrequietezza inconciliabile, e non era in alcun modo in grado di essere o sembrare serena se non nel momento stesso in cui riusciva a sbrigliare la matassa. La serata proseguì col silenzio di lei e i disperati tentativi di Andrea di farla ridere. Si presero un gelato, e si andarono a sedere sugli scalini d'accesso a un condominio, opera di secoli fa.
Fu solo allora che Andrea si rese conto di avere qualcosa in tasca.
***
<< Ecco, la prima cosa da fare è scrivere la lagrangiana del sistema, ma il vero problema sono il sistema di coordinate. Proviamo ad utilizzare quelle polari... >>
Il professore si girò verso la lavagna e riprese a scrivere equazioni. Alice era seduta nella primissima fila, e, per l'unica volta dall'inizio del semestre, si distrasse dalla lezione: per il corridoio era passato lui – sì, lui - il tipo misterioso del pub. Sentì di dovere agire, era un istinto che doveva assecondare, sebbene quella di assecondare o cedere a istinti, pulsioni, suggerimenti del sistema limbico, non fosse un'abitudine che le apparteneva; non senza aver fatto, prima, una attenta riflessione, un bilancio ponderato delle probabilità, o almeno una previsione approssimativa di ciò che una data azione poteva comportare. Aveva imparato che poteva pentirsi di gesti improvvisi, come quel famoso sabato sera. Aprì la zip della sua borsa e prese la busta. Era bianca (a parte la scritta: “NON APRIRE” sul retro, una ripetizione di ciò le era stato raccomandato attraverso Andrea), senza alcuna informazione riguardo il mittente o il destinatario, ed era sempre stata custodita lì, dove poteva averla continuamente a portata di mano nel caso avesse letto un segno nell'aria o una coincidenza particolare, stramba anche solo la metà del modo in cui aveva ricevuto la lettera e avesse dovuto sfoderarla all'occorrenza, e magari anche brandirla. Per oltre un anno era stata a chiedersi che cosa avrebbe dovuto farne, e per metà del tempo aveva avuto la tentazione fortissima – uno di quei chiodi fissi con i quali ti alzi al mattino e ti addormenti la sera - di aprirla, leggerne il contenuto e riuscire a capire perché, tra otto miliardi di persone, era stata scelta proprio lei. Era forse stata sorteggiata in una lotteria cosmica? O c'era un motivo? O una spirale convergente di motivi, che avevano portato su di lei la decisione di qualcuno – e chissà chi - ritenendola la persona adatta (adatta a cosa, poi!) ?
Alice, per evitare di cedere e finire per strappare la busta e leggere il contenuto della lettera, una risposta se l'era data, anche se non proprio soddisfacente: qualcuno gliela aveva data proprio perché si stava facendo tutti quei problemi ad aprirla. L'irrequietezza che le cose irrisolte suscitavano in lei era così forte che un giorno, infatti, decise che avrebbe dovuto combattere questa peculiareità del suo carattere per riuscire a convivere serenamente con se stessa e coi misteri dell'universo, e si esercitò proprio sulla lettera a questo scopo. In pratica, secondo lei, le era stata ceduta perché sconfiggesse la tentazione di aprirla e imparasse a fare del dubbio un compagno di viaggio immancabile. Era una spiegazione circolare, un cane che si morde la coda, ma era una spiegazione appena ragionevole, e doveva bastarle per allontanare l'idea che quello sconosciuto pazzoide avesse deciso di darle un oggetto di dubbio valore perché i suoi neuroni stavano affongando nell'alcol o chissà quale altra sostanza, o perché così gli andava, riducendo quindi quell'incontro a un evento casuale.
Insomma, fino a quel momento aveva resistito alla tentazione di aprirla, malgrado gli infiniti giri mentali da paranoica di primo livello, o magari proprio grazie a questi.
Ma ora era giunto il momento. L'ora X. Lo sentiva. Si alzò e uscì dall'aula, voltandosi più volte per agganciare il suo obiettivo. Lo vide scendere le scale verso i laboratori. Corse più veloce che potette per raggiungerlo, fino ad essergli dietro. Era lui, non c'erano dubbi. Gli sfiorò una spalla, dicendo: << Scusa! >>
Il tipo si girò. Non era il tizio del pub, ed Alice si sentì una scema. Che cosa sarebbe venuto a fare in università, così a passeggiare, dopotutto? Avrebbe dovuto pensarci prima: quello che era appena successo era una ulteriore conferma che il suo modo usuale d'agire, cioè di tenere a bada e soffocare istinti, era inequivocabilmente quello più corretto.
Eppure, quando è passato davanti l'aula, sembrava proprio lui! O era stata una sua suggestione? Ecco... ci mancava solo l'avanzare della nevrastenia, adesso.
Intanto, l'uomo – abbastanza giovane, a dir la verità - che aveva inseguito e fatto girare, la guardava senza aprir bocca. Alice ritornò dal paese delle meraviglie, e non seppe cosa dire. Balbettò qualche sillaba sconnessa, poi disse:
<< M'hanno detto di darti questa >>, porgendogli la lettera.
Lui prese la busta, la ispezionò velocemente e chiese: << Chi me la manda? >>
<< Non so chi fosse, era nel corridoio ed era di corsa. Così ti ha indicato e mi ha pregato di consegnartela. S'è raccomandato di non aprirla! >>, mentì lei.
All'inizio fu un po' perplesso, poi si convinse, o almeno ad Alice diede l'impressione di farlo. Prese la lettera e se ne andò.
“Ecco, ora che ti sei liberata dell'oggetto malefico, puoi anche iniziare a tornare in te stessa ed evitare di distrarti durante le lezioni”, si riproverò.
***
Quella stessa sera sentì l'esigenza di uscire e divertirsi un po', così si unì ad un gruppo di amiche. Passeggiarono intorno monumenti millenari, scherzarono e risero come si fa usualmente a ventidue anni. Dopo circa un'ora di girovagare senza mèta decisero di andare a prendersi qualcosa da bere, così si diressero verso il primo locale che passò il veto di tutte. Anche lì si divertirono come pazze. Parlarono di viaggi, progetti, idee, della loro concezione del mondo, si raccontarono vicende iperboliche riguardo storie d'amore e figuracce.
All'improvviso si udì un gran fracasso. Applausi e risate si diffusero per tutto il locale. Un ragazzo – forse troppo maturo per definirlo tale, dato lo spessore della barba – si alzò dal centro di una tavolata, ridendo. Era in estasi. Poi, urlò quella frase. Nel caso è depositato l'ordine del cosmo. Alice rimase di stucco. Seduto accanto a lui c'era la persona a cui aveva dato la lettera. Lesse il suo labbiale. Vinceremo il Nobel, diceva.



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