Il bambino dimenticato

Tuesday, 06 August 2013 @ 17:15

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A Matteo
Mi sento come un campo seminato
nel cuore dell'inverno, e so
che primavera sta arrivando.
I miei ruscelli prenderanno a scorrere
e la piccola vita che dorme in me
salirà in superficie
al primo richiamo
Gibran

Le luci della movida milanese si accendevano, negli aperitivi all’aperto di Corso Sempione.
La sera era lieve, il sole spegneva i suoi raggi in quel penultimo giorno di agosto, che vedeva in successione i rientri a casa di vacanzieri tornati alle loro dimore, un po’ più abbronzati e un po’ poi ingrassati.
Lui camminava con aria serena, non aveva ancora ripreso i corsi ma aveva fatto un salto in piscina a salutare e a vedere che aria tirava. Era rientrato la sera prima dal suo amato paese, l’unico luogo dove si sentisse veramente a casa, nel calore raccolto di sua madre, nella gioia di occhi luccicanti di suo padre e dei suoi fratelli, nei sorrisi dei suoi amici restati li, in quella terra di nessuno e di tutti, una terra che non si poteva facilmente capirla ma si finiva irrimediabilmente per amarla. E lui, che ci era nato amava il suono del mare, la vibrazione del cielo che vi si rifletteva, la sabbia bianca, le calette nascoste, e ancora la terra brulla, le montagne esplose della “valle della luna”, i ricordi costruiti della sua infanzia, attorno alle gonne di sua madre, e a quelle delle ragazze quando l’età della ragionevolezza era ancora ben lontana e in lui vibrava il seme della vita. Ogni volta che tornava a Milano, ormai sua dimora da oltre vent’anni, sentiva sempre un senso di vuoto, una formicolio alle gambe, una specie di maliconica rimembranza di tutta la sua vita, non solo degli ultimi giorni trascorsi nella beatitudine dell’amore che solo una madre concede, qualunque età si abbia.
E con questo spirito che entrò a salutare gli amici del Jazz Caffè, in particolare Ettore, siciliano fino in fondo e con orgoglio, anche nell’accento ancora presente dopo tanti anni di vita milanese.
Tutto si fermò per un momento, e le ragazze prima di salutarlo, lo fissarono sbalordite per un secondo un pò troppo prolungato. Bello e ora anche abbronzato, sapeva di attrarre le donne ma la cosa, invece che lusingarlo a volte lo metteva in imbarazzo, come se la sua bellezza mediterranea volesse riservarla solo ad alcune e non a tutte a prescindere. Ma essa era un fatto tangibile, palpabile come il profumo di un buon bicchiere di amarone, che ne riconosci l’essenza anche senza aver posato le labbra sul calice. Gli occhi scuri di lui vagarono intorno, quasi con timidezza, la compostezza delle sue spalle muscolose e del girovita ancora da capogiro, era motivo di tremore per la camerierea appena assunta, una diciannovenne russa non ancora abituata al fascino che emanava il suo corpo. I suoi passi si mossero verso Ettore, che sorrideva sfacciato, già conoscendo la litania dei gesti controllati di lui, che cercava di non far notare le sue cosce salde, il suo portamento virile ma al tempo stesso riservato, i suoi occhi di velluto scuri e la sua bocca ben disegnata, che quando sorrideva faceva scogliere come un cubetto di ghiaccio Matilde, soprannominata simpaticamente “la fiancheggiatrice” per quel suo sculettare in preseza di lui, mostrando il fascino ardimentoso dei suoi fianchi generosi , e anche quella sera non potè esimersi dal dire sottovoce, ma badando bene a farsi sentire perchè si sa - la speranza di infilarsi ne suo letto era sempre l’ultima a morire – “che figo…ma quand’è che ti fai dare una bella ripassata dalla Matty…porca di quella…….”e qui giù una serie di improperi (che preferiamo non rendere noti).

Ettore si avvicinò, pacca sulle spalle, come stai, allora quando sei rientrato? Tutto bene i tuoi?novità?
Poi lo salutarono anche gli altri, la ragazza russa, timida ma guardandolo di sottecchi, Matilde, sfacciata, a baciarlo sulla guancia ma non troppo lontano dalle labbra e chissà per quanto tempo ancora se le sognerà, - Michele, che faceva dei cocktail da sballo, Caterina, la proprietaria con il suoi lunghi capelli grigi, che lo adorava come un dio, Sebastiano, suo figlio, venticinquenne intellettuale con occhialini sul naso adunco ed erre moscia, e anche il sig Vittorio, che passava di li ed era entrato anche lui a salutare tutti, dal rientro dalle sue vacanze in Toscana con la moglie Elvira.
Lui sorrise compiaciuto di tanta amicizia. L’affetto era una cosa che gli mancava molto, soprattutto da una donna, quelle attenzioni devote che ti entrano nell’anima e del quale non puoi più farne a meno ma era comunque piacevole sapere di essere considerato da persone che riteneva positive e generose, chi per un motivo che per un altro.
Ettore gli servì una birra, gli disse che sarebbe arrivato da li a poco, doveva occuparsi dei clienti.
Lui uscì, l’aria era piacevole, il caldo torrido era passato finalmente, si sentiva stranamento sereno, come non lo era da molto tempo.
Si sedette a un tavolino qualunque e controllò il cellulare. Più tardi avrebbe chiamato sua madre, ora voleva gustarsi la birra fresca e le tartine al tonno.
Qualcosa lo disturbò, una voce di uomo che era di un tono un po’ troppo alto per non essere sentita.
- Dai adesso basta cara, smettila…ti ho detto che ci penseremo-
La donna al suo fianco era imbronciata, bella certamente, col suo sguardo carico di rimmel, i capelli biondo platino e un fisico da modella, ma aveva l’aria di non mollare.

- Non capisco perché non si possa comprarlo! cosa ti costa accontentarmi…”

Accavallò le gambe, lo spacco era generoso, considerò lui.
- Cara non ti ho detto di no, ma pensiamoci non credi?è un acquisto ingente, oltretutto la signora quell’appartamento lo vende solo con quella orribile camera…”Gli occhi di lui due lame, un uomo che sa che gli ultimi brandelli di pazienza finiranno a ramengo, ma abituato a controllarsi, in ogni suo gesto.

Lui ascoltava spostando lo sguardo ora da uno ora dall’altro dei due e si rese conto che nessuno dei due avrebbe ceduto. La situazione stava diventando fuori controllo.

- Ma come, disse lei con le labbra serrate- non ti farebbe comodo un appartamento libero per le tue scopate extra, cosa credi che non lo sappia….- voce isterica, ciuffo di capelli negli occhi scostato con rabbia.

- Cara abbassa la voce, non cominciare con le tue solite scenate…- la intimò lui, guardandosi intorno, un miscuglio tra imbarazzo e collera trattenuta.

Lei si accese con tutta calma una sigaretta.
- Oh certo che lo so mi tradisci da una vita e con tutte quelle che ti capitano-

- Abbassa la voce cretina- disse lui con rabbia questa volta.
Le continuò di rimbrotto.
- Mi sono anche rifatta le tette per te brutto porco e tu nemmeno mi guardi-
e tirò in fuori il seno mettendoglielo sotto il naso come se fossero da soli.

Una signora con al collo una collana che avrebbe sfamato almeno mille bambini africani, li guardò disgustata e cambiò tavolo.

Lui si sentì a disagio. Gli avevano sempre dato fastidio le donne che davano spettacolo e questa stava passando il limite.
Era indeciso sul da farsi quando vide sbucare il bambino da sotto il tavolo dell’uomo e della donna.
Stimò circa otto anni, piccolo, magrolino, uno sguardo perso. Sembravano essersi lettaralmente dimenticati di lui.

- Ma quando*censurata* arriva questo cameriere.-la voce di lei isterica.

-Posso sedermi?- gli chiese, e senza attendere risposta scostò la sedia.
La sua polo costosa era sgualcita, come il suo viso, una maglietta da adulto su un corpo da bambino.
- Certo-disse lui. Il bambino restò zitto.
-Pare che ci stiano dando dentro, disse lui cercando di farlo sorridere-
-Già- disse il piccolo interessato alle sue unghie.
- Fanno sempre così , aggiunse dopo, la mamma almeno dopo viene a cercami ma papà dice sempre che siccome il figlio lo ha voluto lei può anche sbattersi lei a cercami invece che rompergli i *censurata* e interromperlo perché hanno un figlio idiota che si perde sempre- La sua voce era piatta, come di qualcosa di noto raccontato tante volte.
Lui lo guardò concedendosi tutta la commozione del momento.

(Infinite volte ci perdiamo, ma sempre negli occhi di una madre o di un padre ci ritroviamo).

- Ti va qualcosa da mangiare-gli disse?
- ..MMMM qua fanno solo tartine…, ma piace tanto a mamma questo posto-

- E cosa ti piace?-
- Mi piace la pizza- disse il bambino sorriso sdentato e tenero.
- Ah la pizza e a chi non piace!!-vieni dentro, ce ne facciam dare un pezzo da un mio amico-.
Il bambino non ebbe un attimo di esitazione, non pose lo sguardo nemmeno un momento verso il tavolo coi genitori, che si sbracciavano in una discussione che sembrava non avesse mai fine.
-Come ti chiami?-
- Matteo- disse il bambino e tu.
- Anche io- sorrise lui, (“ecco signori, ecco a voi tutta tutta la dolcezza dell’universo”).
- Abbiamo lo stesso nome- disse il bambino con una vocina che se non era di contentezza ci assomigliava molto.
Entrarono e scelsero un tavolino appartato in fondo al locale.
Ordinò una pizza con wurstel e patatine per Matteo, lui prese un’altra birra.
Il bambino gli fece un sacco di domande, come se avesse bisogno di parlare, di ascoltare, con la curiosità tipica dei bambini e quell’innocenza che fa apparire il mondo meno duro.
Riusciva a percepirne la solitudine.
Ettore intanto si era seduto anche lui al tavolo e guardava con aria interrogativa l’amico.

Lui si alzò dicendo al bambino che doveva fare una cosa, e che sarebbe arrivato subito, lo lasciò con Ettore che iniziò a raccontargli aneddoti in siciliano facendolo ridere fino alle lacrime.
Si avvicinò a Sebastiano e non servì fare domande, lui aveva già capito tutto.

- E’ il figlio del notaio Vincenzi, notissimo in questa zona e nella Bergamasca dove ha un altro studio, vengono qui spesso a prendere un aperitivo, sua moglie grande gnocca, un po’ rifatta, ma pur sempre una gnocca, solo che si portano appresso il bambino come un cane. Lei non è cattiva è solo esaurita, secondo me e Matilde si fa di brutto-

- Ma è la prima volta che se lo dimenticano?-

-La prima volta? – no, disse ironico Sebastiano, se lo dimenticano quasi sempre, di solito è lei che lo cerca dopo.
Lui scosse la testa. La sua sensibilità verso i più deboli, il senso di giustizia e di onore che tanto gli aveva insegnato suo padre e che lui aveva sempre onorato, prevalsero. Eppure non sempre era stato ripagato per questa sua anima così profonda che lo aveva portato a far delle scelte a volte estreme, ma necessarie, e che lo aveva accompagnato per tutta la vita, dimostrandosi generoso e mai scontato, come lo era in tutte le cose, nell’amore, nel sesso, nel lavoro, nell’amicizia.
Uscì e si diresse al tavolo dei due.
Si piazzò li davanti, lei adesso piangeva, il bel viso una maschera di rimmel, le labbra a canotto tumefatte dal lavorio dei denti.
L’uomo si accorse di lui per primo, sapeva che il suo fisico non incuteva solo fascino, ma anche timore al tempo stesso.
- C’è qualche problema?- chiese l’uomo con uno sguardo tra l’arrogante e il timore verso uno sconosciuto che, per una qualche ragione, potrebbe potenzialmente divenire un avversario.
Lui non potè non notare che la donna, nonostante tutto, lo guardava ammirata e sostava lo sguardo sui jeans che delinevano il fondoschiena, e questa cosa fu quella che lo fece irritare più di tutte, perchè non si può guardare il culo di un uomo- e immaginarsi di mangiarselo quel culo- quando hai dimenticato tuo figlio in un bar.

Parlò con voce pacata, senza tremori.
- State dando spettacolo signori, se non vi date una calmata, saremo costretti a cacciarvi-
L’uomo sorrise ironico, cercando di impossessarsi degli occhi di lei, che invece divenne piccola e vulnerabile, ricacciando la spavalderia da dove era arrivata.

- Ah si, e tu chi*censurata* sei?-
- Lei non si preoccupi di chi sono, sono uno che non si incazza mai, ma quando si incazza la cosa diventa seria- la voce una lama.

L’uomo fece per alzarsi ma rinunciò, gli bastò vedere il pomo di adamo muoversi con decisione per capire che quello aveva sotto due palle così, e questo lo pensò anche la moglie, ma per ben altre ragioni -d’altronde il magnetismo di lui non poteva lasciarla indifferente, abituata alla pinguedine del marito e alla sua viscidità.

- Per cui vi ripeto, prendete le vostre cose e levate le tende-aggiunse

Si voltò e fece per andarse lui stesso senza aspettare risposta, ma sapeva che sarebbe stato richiamato all’ordine.
- Mi scusi...-, disse la donna con voce stridula, le mani laccate di rosso nel vano tentativo di pulirsi dal rimmel disciolto nel fondotinta, e colato fin sotto al mento.

Lei si alzò, era abbastanza alta ma anche abbastanza rifatta da fargli provare quasi ribrezzo. Si avvicinò con fare incerto e allora lui vide tutta la pena di una donna sull’orlo di una crisi di nervi, che aveva fatto della sua bellezza la sua arma a doppio taglio, il motivo principale per cui gli uomini la volevano, non ammirando nient’altro, e l’ossessione di voler essere sempre la protagonista di tutte le battaglie, perdendole tutte irrimediabilmente, come madre, come moglie e come donna.
- Per caso mio figlio è entrato dentro con lei, sa è un bambino piccino di otto anni e…-
Lui non le lasciò finire la frase.
-Suo figlio è dentro e sta bene signora, ma l’avverto, qua vi conoscono tutti, e non è la prima volta che vi dimenticate di lui. Questa sera sono stato trattenuto da amici ma io avrei chiamato i carabienieri denunciandovi per incustodia di minore. Vi tengo d‘occhio-
La sua voce era tale che nè l’uomo nè la donna poterono replicare in alcun modo. L’uomo abbassò addirittura lo sguardo.
La donna invece sorrise inaspettamente, quasi con gratitudine.
Entrò di corsa e trovò il bambino che rideva a crepapelle con Ettore.

(I bambini sono i custodi del sorriso, un bambino che non sorride è un bambino perduto).

Si sbilancò sui tacchi e si avvicinò timida a lui.

Quello che si dissero Matteo non lo potè sentire.
Percepiva una specie di stanchezza dentro di sé e capì che era tempo di andare, e di riprendersi tutto quello che aveva per troppo tempo sepolto, lasciando incustodita la bellezza della sua anima e del suo spirito.
Si diresse verso il centro di quella città stanca e viva al tempo stesso- passo sicuro, mano nei capelli, occhi lucidi e groppo alla gola.

(Ma d’altronde come si fa a definirsi un uomo se non si è più capaci di piangere?).
Nunzia D’Andrea

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