Tradurrò. Sutardji Calzoum Bachri

Friday, 24 June 2011 @ 14:15

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Questo scritto introduce alla traduzione di una poesia sulla traduzione: Satu (Uno) di Sutardji Calzoum Bachri, questa poesia ha un gusto particolare, sento che ci parla direttamente, e contemporaneamente parla di di sé e dell’altro, indica una strada verso altre presenze; sostiene che bisogna provare ad agglutinarsi col poeta tradotto, precipitare nelle sue sensazioni organolettiche come se si passasse dallo spioncino di una scatola prospettica, o dalla cruna dell’ago, per finire in un altro mondo, attraversare lentamente una jungla di alberi e fiori esotici per raggiungere finalmente la radura, dove pascola nel corpo la liberà vastità della poesia che a sua volta è una delle possibili traduzioni del mondo.

La pratica della traduzione mi ha sempre attratto, sembra un po’ come il guardare dal lucernario di un tetto una lingua, e ogni lingua è lontana, in equilibrio instabile tra distacco e partecipazione.
E’ anche un’attività frustrante, vi pesa sopra un’inadeguatezza cronica e di fondo, pesa la non conoscenza dei parlati gergali e del perimetro di significato delle parole, che può essere molto diverso, non è vero che ad una parola ne corrisponde un’altra in modo biunivoco nell’altra lingua, ma c’è una sovrapposizione parziale di significati, ad esempio la parola sangue in indonesiano viene resa con darah , che significa anche linfa vitale, quella che scorre nelle piante, il termine non è così specifico come nella nostra lingua, ma più ampio da abbracciare anche il mondo vegetale.
Una volta superati i problemi di conoscenza della lingua, è facile poi tradurre poesie in modo filologicamente impeccabile ma che risultano brutte alla lettura.
Per tutto questo c’è sempre in me un’inerzia dell’inizio da vincere, una pulsione primaria a lasciar perdere.




Invece la traduzione di questa poesia si è imposta come una necessità e con una certa euforia,
l’ho incontrata durante la lettura di un lavoro di Harry Aveling del Monash Asia Institute di Victoria in Australia, un working paper dal titolo ’Finding word for secrets: reflections on the translation of indonesian poetry , del 2002’.
Come cultore dilettante di questa lingua leggo sempre volentieri documenti come questo, che mettono in luce, da parte di chi lavora sul campo, degli aspetti peculiare nel confronto linguistico e tra le due strutture dei versi, che ad un primo approccio sarebbero sfuggenti.

Aveling riflette sulle difficoltà che ha incontrato nel mettere a punto con un lavoro durato sei anni un’antologia della poesia indonesiana che copre il periodo del regime di Suharto dal 1966 al 1998 dal titolo ‘Secrets need words’ .
Questo è un periodo di grande sviluppo economico durante il quale il tasso di povertà dell’Indonesia è passato dal 60% al 13%, ma anche di progressivo controllo sociale e di persecuzione del dissenso, che raggiunge il parossismo negli ultimi anni di vita del regime, Haveling sottolinea che gli venne perfino impedito l’accesso in Indonesia , e forse aggiunge, solo per aver tradotto il maggior scrittore dissidente Pramoedya Ananta Toer.
In questo lavoro viene citato spesso come esempio di verso moderno quello di Calzoum Bachri, che proprio negli anni settanta e ottanta ha dato il meglio della sua produzione.
Questo poeta è nato nel 1941 nella provincia di Riau, sull’isola di Sumatra, in un luogo in cui già si parlava naturalmente il malese nella versione che poi darà origine alla Bahasa Indonesia, la lingua indonesiana.

E’ uno dei poeti di oggi più noti, ed è un poeta ‘sonoro’, preferisce farsi ascoltare, come i nostri Adriano Spatola e Patrizia Vicinelli, partecipa a reading di poesia in tutto il mondo, viene chiamato bonariamente ‘la bottiglia’, botol , per la sua abitudine di tenere a portata di mano qualcosa di alcolico durante le kermesse.
La sua peculiarità è quella di considerare il verso come un oggetto sonoro appuntito che lancia nel mondo le parole, colpisce le cose provocandone degli effetti fisici, delle trasformazioni, una poesia oggetto che cerca di svincolare il significato dal suono, il risultato è come un’upanisad scritta da Marinetti.

Una poesia composta da parole mantra oggetti esplosivi di creazione, che scaturiscono dal substrato di cultura indù o sciamanica che ancora sopravvive in indonesia, anche se ormai coperta da altre rivelazioni.
Un poeta che si concepisce come l’uomo della medicina tradizionale, il Dukun, lo sciamano temuto e rispettato , anche nelle regioni più rigorosamente islamiche, che con le armi sonore delle parole riporta le anime perse e garantisce la salute muovendosi a suo agio dentro e fuori il soprannaturale.

Ma Calzoum Bachri è un buon musulmano, ha fatto il suo pellegrinaggio alla Mecca, poi si è avvicinato alle concezioni del sufismo, per tentare un’esperienza di contatto diretto con la divinità,
la sua poesia è cambiata, è diventata il segno di una rinascita culturale islamica, ma questa è un’altra storia.


La prima poesia è emblematica della sua maniera, il titolo è Sepisaupi , una parola che non esiste,
ne ho trovato anche una versione in inglese, nella quale il traduttore traduce solo le parole che esistono, lasciando invariate le altre, un esempio di questo tipo di traduzione suonerebbe :


………………………………
sepisau ferita sepisau spina
sepikul peccato sepukau dieci
………………………………


Una traduzione così, da un certo punto di vista, sarebbe apprezzata anche dall’autore, dal momento che vuole svincolare il senso dal suono, in questo modo si lascia la percezione originale del suono puro e quindi intatta la sua capacità di agire.
Però si perdono completamente le associazione anche inconsce che avrebbe solo un lettore indonesiano, e quindi la ricchezza di crescita vegetale del testo.

Secondo il mio modo di leggere invece, ho cercato quelle parole ‘embedded’ , mimetizzate nel testo, che per forza di cose salgono alla mente del lettore indonesiano:



pisau = coltello
sepi = solitario
sepiku = la mia solitudine
sepu = dieci
risau = preoccupato
In particolare si rincorrono le parole coltello e solitudine.
Avevo pensato a una prima traduzione del titolo come ‘Assolo per coltello solo’,
poi ho pensato che questa poesia vuole agire nel limes dove la lingua incontra il suo substrato nervoso e corporale, dove il pensiero esala dal corpo come un vapore.
Le parole come pura modulazione sonora diventano navicelle che trasportano gli oggetti, che sono il coltello e la solitudine, per agire direttamente sulla carne incidendola e liberandone lo psichico. E’ quindi una sorta di esorcismo, a me ha ricordato certe composizioni Zaum’ di Chlebnikov .






Sepisaupi

sepisau luka sepisau duri
sepikul dosa sepukau sepi
sepisau duka serisau diri
sepisau sepi sepisau nyanyi
sepisaupa sepisaupi
sepisapanya sepikau sepi
sepisaupa sepisaupoi
sepikul diri keranjang duri
sepisaupa sepisaupi
sepisaupa sepisaupi
sepisaupa sepisaupi
sampai pisauNya ke dalam nyanyi







Esorcismo per coltello solo

solo coltello alla ferita
un coltello solo alla spina
la mia solitudine pecca di dieci solitudini
solo coltelli al mio dolore
solo coltelli dieci coltelli soli al canto
solo coltelli coltelli soli
ho detto alla mia solitudine sola
solo coltelli coltelli soli
fino all’ultimo coltello
che canta conficcato nel canto assonnato


Satu viene riportata nel lavoro di Aveling, in appendice, e senza nessun commento, solo con la sua traduzione, come a segnare finalmente l’approdo nella radura.
E in effetti come tutte le luci non ha bisogno di nessun commento, tanto è il senso di comprensione e di illuminazione che mi ha dato. Perché questa poesia parla proprio del senso di una traduzione, e la traduzione da una lingua così radicalmente diversa e straniera rispetto alla nostra, che necessariamente significa riscrivere un’altra poesia .
Aggiungo solo una nota sulla lingua, in questo testo si usano molto i prefissi e i suffissi per indicare il soggetto e l’oggetto, in ku-terjemahkan ku è l’abbreviazione di aku ,che significa io,
mentre terjemahkan significa tradurre, in tubuh-mu mu sta per te/ tuo, tubuh sta per corpo.
Tutta la poesia gioca sui richiami di queste particelle ku e mu , quindi sullo scambio continuo tra me e te. Il verbo indonesiano non indica esplicitamente il tempo, l’uso del futuro è una scelta.




Satu

kuterjemahkan tubuhku ke dalam tubuhmu
ke dalam rambutmu kuterjemahkan rambutku
jika tanganmu tak bisa bilang tanganku
kuterjemahkan tanganku ke dalam tanganmu
jika lidahmu tak bisa mengucap lidahku
kuterjemahkan lidahku ke dalam lidahmu
aku terjemahkan jemariku ke dalam jemarimu
jika jari jemarimu tak bisa memetikku
ke dalam darahmu kuterjemahkan darahku
kalau darahmu tak bisa mengucap darahku
jika ususmu belum bisa mencerna ususku
kuterjemahkan ususku ke dalam ususmu
kalau kelaminmu belum bilang kelaminku
aku terjemahkan kelaminku ke dalam kelaminmu
daging kita satu arwah kita satu
walau masing jauh
yang tertusuk padamu berdarah padaku




Uno

Io tradurrò

e volerò col mio corpo dentro il tuo corpo
tradurrò i miei capelli dentro i tuoi capelli

se la tua mano non può dire quello che dice la mia mano
tradurrò le tue mani nelle mie mani

se la tua lingua non può fare quello che fa la mia lingua
entrerò nella tua lingua con la mia lingua

se le tue dita non possono sfiorarmi
Sgranerò le mie dite contro le tue dita

se l’energia del tuo sangue scorre da altre linfe
Tradurrò il mio sangue con il tuo sangue

se i tuoi intestini digeriscono altri cibi
trasporterò i miei intestini nei tuoi

se il tuo sesso non è il mio ti presterò il mio sesso

così le nostre carni saranno una sola carne
Il nostro spirito un solo spirito

e sarà la tua ferita a farmi sanguinare.


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